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La scissione dalla Nichiren Shoshu
Nichiren Daishonin, nel settembre del 1282, trasmise la totalità dei suoi insegnamenti a Nikko Shonin, il discepolo che egli designò come suo unico e legittimo successore. Questa trasmissione fu redatta in un documento noto come Atto di successione di Minobu: «Io, Nichiren, trasmetto tutti gli insegnamenti da me propagati nella mia vita a Byakuren Ajari Nikko, che assumerà la guida nella propagazione del Buddismo […]. Nono mese del quinto anno di Koan (1282) Nichiren!».

Il 13 ottobre, il giorno stesso della sua morte, conferì a Nikko un altro atto di successione che prese il nome di Atto di successione di Ikegami (essendo stato redatto ad Ikegami): «Io trasferisco gli insegnamenti di cinquant’anni del Budda Shakyamuni a Byakuren Ajari Nikko che sarà il patriarca del tempio Minobu-san Kuon-ji. I preti o i laici che non accetteranno questa volontà saranno considerati apostati. Tredicesimo giorno del decimo mese del quinto anno di Koan (1282), a Ikegami, nella provincia di Musashi. Nichiren». Dopo la sua morte, gli altri cinque preti anziani suoi discepoli abbandonarono Nikko, fondando proprie scuole.

Verso la metà dell’era Edo (1603-1867) si erano diffuse varie false dottrine sostenute dalle scuole Nichiren derivate dai cinque monaci anziani, per cui le dottrine originali di Nichiren cominciavano ad apparire confuse. Il ventiseiesimo patriarca Nichikan Shonin (1665-1726) ristabilì l’ortodossia delle dottrine di Nichiren Daishonin. Verso l’inizio dell’era Showa (1926) la politica giapponese cominciò a essere dominata dal militarismo. In ogni aspetto della vita sociale fu incoraggiata la fede nello Shintoismo e, di conseguenza, diminuì la libertà di pensiero e di religione. Il governo arrivò a interferire persino nelle questioni dottrinali delle varie scuole buddiste e, verso il 1940, impose a tutte le religioni di accettare il talismano shintoista.

Un prete della Nichiren Shoshu, Jimon Ogasawara, distorse gli insegnamenti del Daishonin per giungere a compromesso con il governo militare e cercò di manovrare il clero in questo senso. Si sparse la voce che, se la Nichiren Shoshu non avesse accettato di porre accanto al Gohonzon l’amuleto shintoista (una lunga striscia di carta che recava il nome della divinità shinto Amaterasu), come chiedeva il governo, sarebbe stata denunciata al ministero dell’educazione. Nel giugno 1943, il presidente Makiguchi e Toda furono convocati al tempio principale e, alla presenza del patriarca Nikkyo, il clero ordinò alla Soka Gakkai di accettare il talismano. Makiguchi e Toda rifiutarono e, in seguito a questo, furono imprigionati. Makiguchi morì in carcere.

Alla fine degli anni settanta, un gruppo di preti che si autodefinì Shoshinkai denunciò la Soka Gakkai affermando che il suo piano di studi sulla trasmissione del Buddismo (kechimyaku) e sulla relazione maestro-discepolo (shitei funi) deviava dall’ortodossia della Nichiren Shoshu. A quell’epoca, a causa delle manovre di Masatomo Yamazaki (vedi Il caso Yamazaki) e di Takashi Harashima (il responsabile del dipartimento di studio della Soka Gakkai), la reazione dell’opinione pubblica a questo conflitto fu molto negativa e il presidente Ikeda fu costretto a dimettersi anche dalla carica di sokoto (responsabile di tutte le organizzazioni laiche della Nichiren Shoshu). Il 6 agosto 1979, dopo la morte del patriarca Nittatsu, diventò patriarca Abe Nikken.

I preti dello Shoshinkai lo denunciarono affermando che egli non aveva ricevuto la vera trasmissione della Legge e, nel febbraio 1980, quei preti furono espulsi dalla Nichiren Shoshu. Questi eventi dimostrarono le vere intenzioni dello Shoshinkai e la correttezza della versione della Soka Gakkai. Nikken chiese ad Ikeda di riassumere la carica di sokoto. Ma il 13 febbraio 1990, in occasione di una delle riunioni mensili di comunicazione tra ufficio amministrativo del clero e la Soka Gakkai, il reverendo Fujimoto fece una serie di domande a proposito di un nastro registrato che conteneva un discorso tenuto da Ikeda un mese prima e chiese una risposta scritta entro una settimana.

In sintesi, il clero affermava che Ikeda avesse negato la validità di alcuni passaggi di Gosho (quelli in cui venivano confutate le sette Zen Ritsu e Shingon) e che avesse fatto cantare l’Inno alla Gioia di Beethoven nel quale veniva nominata la parola “Dio”, cosa, quest’ultima, che equivaleva a venerare insegnamenti non buddisti. Dopo un’ulteriore richiesta di udienza da parte della Soka Gakkai, accompagnata da nove domande di chiarimento, il clero del Tempio principale – ritenendosi offeso – il 27 dicembre 1990 revisionò i regolamenti della Nichiren Shoshu rimuovendo il presidente Ikeda e Akiya dai loro incarichi. L’azione fu repentina e la Nichiren Shoshu informò la stampa prima della Soka Gakkai.

In risposta a questi provvedimenti il presidente Akiya inviò una lettera di protesta dove denunciava l’arbitrarietà e l’unilateralità delle decisioni e avanzava alcune richieste: 1. che il clero si aprisse al mondo in maniera consona a un’epoca democratica; 2. che il clero correggesse i modi autoritari e il comportamento sprezzante verso i laici; 3. che il clero eliminasse la corruzione tra i preti ristabilendo la tradizione di modestia e saggezza. In seguito a questi eventi, l’8 novembre 1991 fu recapitato alla Soka Gakkai un “Ordine di scioglimento” firmato da Nikken.

La risposta dei membri di tutto il mondo fu una petizione con richiesta di dimissioni del patriarca. Il 29 novembre 1991 la Nichiren Shohu scomunicò la Soka Gakkai, impedì ai membri di tutto il mondo di visitare il Dai-Gohonzon al tempio principale e interruppe la consegna dei Gohonzon individuali a tutti i membri della Soka Gakkai.
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