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È appena uscito in libreria il volume "Credere è reato?"

Il testo raccoglie i contributi di grandi studiosi italiani di movimenti religiosi e non, sui temi della tutela della libertà di religione nel nostro paese. Seguono due interviste


15/02/2013: Il libro Credere è reato? Libertà religiosa nello stato laico e nella società aperta è a cura di Luigi Berzano, sacerdote e professore ordinario di sociologia dei processi culturali all’Università di Torino e uno dei massimi esperti di minoranze religiose in Italia. Il volume raccoglie i contributi dei più grandi studiosi italiani di movimenti religiosi e non, proprio sui temi della tutela della libertà di religione nel nostro paese e portando la riflessione su come in uno stato laico si debba impedire ogni discriminazione delle minoranze religiose. Lo stesso curatore del volume si chiede fin dall’inizio: «Per tutelare questa libertà, sono davvero indispensabili modelli sociali e legislativi propri dello stato di polizia?», e «Quale modello costituzionale e sociale della libertà di religione occorre pensare per l’Italia di questo secolo?». A queste domande sono chiamate a riflettere personalità come Franco Ferrarroti, Massimo Introvigne, Francesco Margiotta Broglio, Pietro Nocita, Enzo Pace, Luigi Manconi e tante altre ancora. Edito dalla casa editrice cattolica Edizioni Messaggero di Padova, ospita un'introduzione di Francesco D’Agostino, professore di Filosofia del diritto alla Pontificia Università Lateranense e uno dei più eminenti pensatori cattolici nell’analisi della libertà di religione in un orizzonte post-secolare. Di seguito vi proponiamo due interviste realizzate dalla nostra redazione in occasione della presentazione del volume. Occorre una legge sulla libertà religiosa Intervista a Luigi Berzano Professore di Sociologia all’Università di Torino, sacerdote, è coordinatore nazionale della sezione “Sociologia della religione” della Associazione Italiana di Sociologia. Collabora anche con la Facoltà Teologica, l’Università Rebaudengo e il Center for Studies on New Religions. Dal 2005 è membro del Comitato scientifico della Rivista Studi di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano e dal 1992 presidente del Centro Studio Nuove Religioni di Torino. Da dove nasce l’idea di Credere è reato? Il primo contesto è la necessità di giungere in Italia a una legge sulla libertà religiosa. Nel nostro paese le posizioni tra le diverse religioni riconosciute e lo stato sono molto differenziate. Da quella privilegiata della religione che ha un Concordato, ad altre che hanno un’intesa, si passa a un numero notevole di altre ancora che aspettano un’intesa o che hanno già subito un rifiuto, ma soprattutto a tanti, tantissimi gruppi o nuove religioni che non hanno nessun rapporto con lo stato e che spesso pagano il prezzo di essere oggetto di diffidenze generalizzate. Il secondo contesto è quello del dibattito sulla volontà di reintrodurre un reato come il plagio o la manipolazione mentale che rappresenterebbe una legislazione speciale per squalificare alcune forme religiose attraverso criteri che non sono assolutamente compatibili con uno stato laico e di diritto. Secondo lei lo stato laico deve limitare una fede religiosa? Quali sono i limiti che la religione deve avere per garantire i diritti in uno stato laico? I limiti dell’uno e dell’altra sono già ben chiari nel nostro complesso e chiaro ordinamento. Sono i limiti che i codici civili e penali prevedono in materia per qualsiasi cittadino. Essi sono sufficientemente adeguati per punire eventuali infrazioni della legge. Tutto il resto, soprattutto in una società riflessiva e cognitiva come quella di oggi, dovrebbe essere il regno della libertà. Eppure questa diffidenza esiste e a volte è anche legittima. La non conoscenza dell’altro è la prima ragione di diffidenza e di intolleranza. Per esempio, oggi la categoria “setta” di per sé è solo squalificante e stigmatizzante. Appena vediamo un fenomeno deviante immediatamente lo definiamo setta, usando una categoria che precedentemente si riferiva solo a fenomeni religiosi. Oggi questo termine si usa esplicitamente e unicamente per individuare fenomeni di devianza collettiva. Questo volume nasce soprattutto per rispondere alla confusione e alla diffidenza, rafforzate anche da qualche pubblicistica nostrana. Un esempio in questo senso è stata la produzione di pubblicazioni come il volume Occulto Italia, uscito un po’ di mesi or sono. Credere è reato? ha voluto raccogliere i contributi di venti tra i migliori giuristi, semiologi, sociologi per affrontare e discutere del tema della libertà religiosa. Per fare innanzitutto chiarezza in questo universo variegato. La materia però andrebbe anche regolata. Cosa deve fare dunque il legislatore? Per fortuna questa legislatura non porterà a termine il disegno di legge sulla manipolazione mentale, che vorrebbe reintrodurre il reato di plagio e che, essendo già stato abolito dalla Corte Costituzionale, non è riproponibile neppure attraverso un altro nome. Rimane invece il problema di una legge, comprensiva di tutte le forme religiose, che dovrebbe affrontare una serie di altri elementi quali l’insegnamento della religione nelle scuole che, se improntato ad altri criteri, potrebbe essere un utile strumento formativo e di conoscenza delle varie realtà religiose. Questa sarà la sfida per il nuovo Parlamento. Lei è uno studioso, sacerdote, e ha deciso di pubblicare il volume Credere è reato? con una casa editrice cattolica. Quale ragione di fede l’ha spinta a realizzare questo lavoro? Il coinvolgimento personale è quello del semplice docente universitario che studia questi fenomeni. La scelta di avere una prefazione di una personalità molto nota all’interno del mondo cattolico e la scelta di una casa editrice cattolica nascono dall’intenzione di coinvolgere in questa discussione anche parte del mondo cattolico, avendo constatato che questa sensibilità verso il pluralismo e la tolleranza alberga in modo crescente prima di tutto all’interno della Chiesa. Abbattere l’analfabetismo religioso in Italia intervista a Giovanni Filoramo Professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Torino dal 1993 e uno dei più importanti studiosi di storia delle religioni. Dal 2000 è presidente del Centro di Scienze delle religioni presso la medesima università. Esiste un “analfabetismo religioso” nel nostro paese? Sì esiste. In Italia, paese cattolico, dove possiamo osservare questo tipo di “analfabetismo”? Principalmente nell’ignoranza di quelli che possiamo considerare i testi fondamentali di una religione. Ho citato spesso il caso della Bibbia. Rispetto a un paese protestante, sono tantissimi i cattolici che non hanno mai letto la Bibbia. Come sono tantissimi quelli che ignorano del tutto il Corano. Un’ignoranza che nasce prima di tutto a scuola. Il fatto che in Italia abbiamo un’ora confessionale di storia delle religioni, da questo punto di vista, è praticamente inutile. A livello scolastico, sia nella scuole dell’obbligo sia all’università, ci vorrebbero più insegnamenti, perché l’interesse verso i fenomeni spirituali è sempre più diffuso. Mancano gli strumenti per informare meglio soprattutto i giovani. Io trovo che un’educazione che passi attraverso la conoscenza delle religioni, dalla più grande alla più piccola, sia un segno innanzitutto di civiltà. Oggi in Italia siamo estremamente carenti. Quando ci si accosta a una fede, a una religione, si mostra per prima cosa una sorta di pregiudizio. Come mai? Io credo che questo pregiudizio nasca innanzitutto dalla nostra storia, dalla storia culturale e religiosa europea, specialmente quella degli anni sessanta e settanta, con la diffusione di nuovi movimenti che ruppero in Italia un monopolio religioso e posero un problema nuovo. In secondo luogo c’è un legame con una serie di fenomeni che si sono prodotti principalmente negli Stati Uniti. Non dimentichiamo i suicidi di massa e una data chiave, il 18 novembre 1978, giorno in cui avvenne l’uccisione collettiva dei seguaci del Tempio del Popolo, movimento che mediaticamente venne subito etichettato col termine “setta”. Anche in Europa il termine setta viene identificato negativamente. Il pericolo principale che le grandi religioni vedevano era soprattutto quello dell’adesione a nuove correnti religiose di tanti, tantissimi giovani, soprattutto causato dallo sviluppo dei nuovi movimenti giovanili e studenteschi che di sovente si legavano a nuovi movimenti spirituali. A rafforzare definitivamente questo pregiudizio però fu la successiva creazione dei movimenti antisetta, che fece percepire questi movimenti come elemento pericoloso soprattutto nella loro influenza e interferenza sulle famiglie. Oggi invece il termine viene spesso identificato con i gruppi satanici o con organizzazioni dove si chiedono soldi in situazioni poco chiare. Tutti questi fenomeni spesso portano purtroppo ad identificare minoranze religiose che avrebbero pieno diritto di cittadinanza come concorrenti pericolosi, e in molti casi come minacce sociali. Eppure occorre distinguere il vero dal falso. Alcuni pensano sia meglio ripristinare il reato di plagio istituito durante il fascismo. Cosa ne pensa? L’introduzione del reato di plagio non avrebbe solo conseguenze gravissime per le religioni, ma per la vita di tutti. Ad esempio, prendiamo il caso di uno psicoterapeuta che esercita la sua professione, il cui paziente vuole prendersela con lui e lo denuncia per plagio. Tanti potrebbero essere denunciati, al di là dell’ambito religioso, perché il reato di plagio va al di là della libertà di religione in genere. Tale reato è un insulto alle varie libertà costituzionali; del resto quando la norma era presente nel nostro ordinamento non è mai stata applicata perché, pur riconoscendo che esiste un fenomeno, è impossibile definirlo giuridicamente. Esso è talmente vasto che potrebbe applicarsi a ogni aspetto della vita quotidiana: rispetto ai genitori, agli insegnanti ecc. Uno potrebbe arrivare a dire: avevo questa insegnante bravissima al liceo alla quale ero legato, probabilmente mi ha plagiato. Sì, ma cosa si può fare allora per proteggere le persone dal fanatismo? Contro il fanatismo religioso occorre prima di tutto abbattere l’analfabetismo religioso. Ma, più in generale, dobbiamo fare in modo che tutte le persone siano informate, perché il fanatismo non è soltanto religioso, è molto legato a stereotipi collettivi, a problemi di devianza sociale. Soltanto in casi limitati ha a che fare con la religione. L’esempio più evidente è quello dei cosiddetti suicidi dei martiri islamici. In certi casi possono avere uno sfondo religioso, ma si è dimostrato che il più delle volte si tratta di fenomeni puramente politici, benché vengano considerati mossi da “fanatismo”. Il fanatismo, di per sé, non è un fenomeno specificamente religioso.

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