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Scienze, fedi, salute: verso una nuova visione della malattia e del malato

Un seminario interreligioso all’Ospedale San Camillo di Roma


09/05/2011: Il 4 maggio scorso si è tenuto a Roma, ospitato e promosso dall’Ospedale San Camillo-Forlanini, un seminario interreligioso intitolato: Scienze, fedi e salute. L’iniziativa, unica nel suo genere, ha visto intervenire i rappresentanti delle principali confessioni religiose presenti nel nostro paese.
La straordinarietà dell’evento – a cui hanno partecipato anche medici, infermieri e specializzandi dell’ospedale – non è tanto dovuta al tema o al carattere del seminario o al suo contesto (ospedaliero) quanto, piuttosto, alle sue ragioni. Ad esprimerle con chiarezza è il promotore principale, il direttore del San Camillo, prof. Aldo Morrone: «È necessario riconsiderare nuovi spazi di spiritualità in ambito clinico e ripensare ai valori umanistici ed etici in relazione all’azione curativa ed all’agire medico. L’atto di curare – ha sottolineato – non può essere separato dal prendersi cura. Il malato non deve essere più chiamato “paziente” o, peggio, “utente” o, ancora peggio, “cliente”, bensì “persona malata”. Come tale – come persona, appunto – va considerata e curata. L’agire medico e clinico deve improntarsi agli ideali di compassione e giustizia riscoprendo l’essenzialità della gratuità del dono, della tenerezza vitale, della co-esistenza [piuttosto che semplice esistenza] di noi esseri umani».
Tra gli interventi principali, quello di una delle massime autorità cattoliche in materia di etica e fede, il Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Mons. Marcelo Sauchez Sgrondo, che durante la sua relazione ha sottolineato l’importanza della conoscenza scientifica e la validità delle sue verità «quando aperte a tutta la verità religiosa».
Per la comunità ebraica italiana è intervenuto Gianfranco Di Segni, del Collegio rabbinico italiano, che si è soffermato sui tre principali momenti del conflitto scienza/fede in epoca moderna e contemporanea – la rivoluzione cosmologica, l’evoluzionismo, le biotecnologie – offrendo il punto di vista dell’ebraismo, tanto moderato quanto definito (come a proposito della questione dell’utilizzo medico delle cellule staminali embrionali ammissibile, secondo il rabbino, quando si tratta di cellule con una vita non superiore ai quaranta giorni e utilizzate in alternativa alla distruzione). Il Rev. J. Boardman, rettore di All Saints, Chiesa anglicana di Roma, ha invece discusso in merito alla riabilitazione di Darwin in seno al cristianesimo anglicano. Boardman ha sottolineato come il padre dell’evoluzionismo non ha mai concepito le sue teorie come risposte alle questioni fondamentali della religione.
L’Islam era presente con l’Imam Y. Pallavicini della Comunità Religiosa Islamica Italiana, che ha evidenziato quanto sia attuale la possibilità di un avvicinamento e di una reciproca fecondazione tra concezione scientifica e medica della tradizione islamica e concezione occidentale contemporanea.
Infine, per l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, è intervenuto Vinicio Busacchi, sottolineando quanto la forza della medicina non si gioca sulla sola conoscenza. «Infatti, se da un lato è vero che la conoscenza è la garanzia della sua scientificità, dall’altro è vero che solo la saggezza ne permette l’impiego più efficace». Il Buddismo sottolinea la circolarità di sofferenza e malattia: la cura è anche, anzi, essenzialmente una “questione spirituale”, necessita che vengano mobilitate tutte le risorse interiori – a cominciare dalla fede, secondo il Buddismo «il più grande potere di cui dispongono gli esseri umani», un potere legato ad altre risorse fondamentali dello spirito, quali il coraggio, la speranza, la saggezza, la compassione, la determinazione. Il Buddismo mette l’accento sul significato della sofferenza e sull’importanza di accettare ed affrontare senza timore la sfida della malattia. «La sofferenza – spiega Daisaku Ikeda – è il carburante della saggezza, e apre la strada alla felicità [...]. Tramite la malattia gli esseri umani possono comprendere il significato, il valore e la dignità della vita e godere di un’esistenza più soddisfacente» (D. Ikeda, Gli insegnamenti della speranza, Esperia, Milano 2009, p. 13). Manca di saggezza il medico che opera in modo freddo, limitandosi a seguire protocolli e a “trattare la malattia” (e non anche il malato): «La cura delle persone che stanno lottando per la loro salute – scrive ancora Ikeda – deve iniziare dal desiderio di ascoltare il loro dolore e comprendere la loro sofferenza» (p. 118). Ma manca anche di saggezza, dal punto di vista buddista, la persona malata che si rimette completamente nelle mani del medico: «[...] non dobbiamo essere passivi nei confronti della nostra terapia, ma assumere nei suoi confronti un ruolo attivo. In definitiva, siamo i primari e gli infermieri di noi stessi» (pp. 25-26).
Tra gli altri interventi ricordiamo quello di Padre G. Giunti S. J. della Specola Vaticana, intervenuto sul tema “La cosmologia e il problema di Dio”; del dottor G. Gristina, coordinatore del gruppo di biotetica S.I.A.A.T.I., che ha trattato il tema del “Malato come persona: la fine della vita in Terapia Intensiva” e del Padre G. Cinà, preside dell’Istituto Internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria, intervenuto sul tema de “Lo spazio spirituale in Ospedale”.

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