Home Informazioni per la stampaLe notizie stampa
logosgi


Recensione del libro: "Occulto Italia"

Il nostro Istituto e in particolare i suoi praticanti sono definiti in questo "libro inchiesta" degli ingenui e poco avveduti adepti di una setta "pericolosa" per la democrazia italiana. Quella che segue è la nostra prima risposta.

07/04/2011: Sulla copertina del libro Occulto Italia (Pitrelli, Del Vecchio, Bur, 2011) appare il nome del nostro Istituto qualificato come “setta”. Il termine italiano “setta” (inglese “cult”) fa pensare immediatamente a un gruppo socialmente pericoloso. Non a caso il primo richiamo che viene in mente è al satanismo. Accingendosi a recensire un tale volume, si prova l'imbarazzo della maestra che desiderebbe usare anche la parte rossa della matita, ma che di fronte all'evidenza dei fatti sa che un esame spassionato del tema la costringerebbe a consumare la matita blu. Ciò che si preferisce non fare. S’impone, comunque, almeno una qualche considerazione su quelle che sembrano essere le lacune salienti di un'operazione editoriale che pare costruita con l'intento di generare un panico sociale, giacché è noto che il metodo giornalistico – non vogliamo dire quello scientifico – imporrebbe almeno la verifica delle fonti e il necessario confronto con la controparte. Di questo le pagine recano una desolante assenza. Assenza che è peraltro dichiarata dagli autori (pg.11) in questi termini: «Abbiamo ritenuto inutile chiedere ai loro rispettivi uffici stampa un commento della nostra inchiesta. D’altra parte i loro organi di propaganda ufficiali – alle sette non mancano i megafoni, siano essi quotidiani cartacei, blog o siti web – si guardano bene, ovviamente, dal riferire testimonianze di scontentezza o sofferenza, dubbi o crisi di fede, obiezioni o critiche, presentando sempre un’omogenea e imperturbabile facciata felice». Ovviamente gli autori hanno il pieno diritto di caratterizzarci come ritengono più opportuno. Altrettanto ne abbiamo di affermare che l’operazione approntata nei nostri confronti – pur partendo da fatti accaduti o da parziali verità – distorce la realtà in modo sapiente e sistematico per adattarla a confermare le tesi iniziali. La tesi di partenza è che le sette fino a poco tempo fa erano considerate un fenomeno periferico e frequentate da individui di bassa statura culturale. Oggi – avvisano Lucia Annunziata e gli autori nella prefazione – esiste un “terzo livello” delle sette dove: «restano impigliati avvocati, medici, giornalisti, imprenditori, manager, personalità del mondo della cultura, politici – anche i più avveduti – e perfino psicologi e militari. Nel corso della nostra inchiesta ne abbiamo conosciuti parecchi, di fuoriusciti che rientrano in queste categorie. Li abbiamo incontrati, ci siamo andati a cena, ci siamo fatti una birra al pub, abbiamo parlato della loro vita passata, ma anche di quella presente, abbiamo conosciuto le loro idee, abbiamo riso e scherzato insieme, li abbiamo guardati negli occhi. Erano per la maggior parte persone intelligenti e spiritose, colte e argute, Dimenticate dalle istituzioni (perché i loro racconti a chi non sa nulla di sette, paiono fastidiosamente fuori dal mondo). Ma oggi di nuovo in piedi, nel mondo» (pg. III della prefazione). Tutti gli altri e le altre che sono ancora dentro l’Istituto, sembra di capire, sono sciocchi, ingenui, psicologicamente deboli, in attesa di essere liberati e restituiti a una vita normale. Tale livello – affermano gli autori – avrebbe lo scopo di realizzare – nella piena ingenuità e forse complicità dei politici e del Ministero degli Interni – l’Intesa con lo Stato italiano per mettere le mani sull’otto per mille. Sostengono inoltre che queste sette di “terzo livello” avrebbero altresì la capacità di mimetizzarsi sia collaborando con organizzazioni – ancora una volta ingenue – che si battono per i diritti umani, la pace, la nonviolenza, sia appropriandosi direttamente della bandiera dei diritti umani per nascondere il loro vero intento. Insomma il cerchio si chiude intorno ai buddisti della Soka Gakkai: qualsiasi cosa facciano è comunque sbagliata e cela secondi e pericolosi fini. Per ovviare a questo grande pericolo nascente per la democrazia italiana non resta altro da fare – secondo gli autori – che invocare la reintroduzione del reato di plagio: questo grido si leva dalla prefazione curata da Lucia Annunziata. Dopo il processo Braibanti del 1964 – scrive Lucia Annunziata: «si è stabilita nell’opinione pubblica italiana una totale sovrapposizione fra libertà di pensiero e rifiuto del concetto di plagio. È giusto che sia così? O non serve invece, di fronte a nuovi pericoli, riaprire una discussione (e un abbozzo c’è in Parlamento) sulla necessità di un assetto legislativo per questo reato?» (pref. pg. IV). Quell’"abbozzo" era un vecchio cavallo di battaglia della destra che – fortunatamente – fu bloccato anni fa: mancherebbe solo questo al nostro paese… Quali sono le fonti ufficiali che hanno portato a definire “setta” la Soka Gakkai? 1) Testimonianze anonime di ex membri 2) Materiale ufficiale dell’Istituto “analizzato” secondo una prospettiva tracciata dagli stessi ex-membri e rinforzata dagli scriventi. Di cosa siamo accusati? Di corteggiare i politici (sempre per arrivare all’otto per mille…), non fa nulla se di destra o sinistra. Vengono citati Walter Veltroni, che all’epoca della sua unica visita ufficiale nel nostro centro di Roma era il Sindaco della città e Giovanna Melandri, che era Ministro dello Sport e delle Politiche Giovanili. Si parla dell’on. Giovanardi e di una sua visita: completamente falso. Viene citato anche E. C. – membro dell’Istituto – considerato il “cavallo di Troia” della Soka Gakkai nella sinistra. Quando E.C. si presentò alle elezioni di Roma con la lista Veltroni non fu eletto, malgrado nella città eterna ci fossero circa 10.000 membri… Per chiudere il discorso e arrivare all’attualità, si parla dell’invito rivolto al Presidente della Camera Gianfranco Fini a presenziare alla conferenza Senzatomica. È possibile creare una coscienza civile sul disarmo nucleare? che si è tenuta presso la Camera dei deputati a Palazzo Marini il 1 febbraio 2011. Cosa che fa dire ai due scrittori che ci stiamo spostando a corteggiare Futuro e Libertà… Alla fine di questo capitolo viene da chiedersi se in Italia esista ancora la libertà per un gruppo buddista di avere rapporti con le cariche istituzionali del nostro paese. A tale scopo – e per la precisione – aggiungiamo che il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti è intervenuto alla conferenza del prof. N.P. Radhakrishnan che si è tenuta a Roma il 17 aprile 2009 presso l’Auditorium della Conciliazione (vedi testo della conferenza su Buddismo e società n° 135, http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/NumeriPrec.php?R=1&C=135&A=2009). Nel capitolo “Ikeda superstar” ci si aspetta che si analizzi il pensiero del Presidente della SGI: vengono citati invece i buddisti “famosi”: Sabina Guzzanti, Ornella Muti, Herbie Hancock, Tina Turner, Orlando Bloom, Roberto Baggio, Vladimir Luxuria, Alan Sorrenti, Antonello Dose. Sempre per la precisione vogliamo aggiungere un “grande” dimenticato nella lista: Wayne Shorter (vedi biografia: Wayne Shorter, il filosofo col sax, ed. StampaAlternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 2006). Di Ikeda si dice solo che la sua principale caratteristica: «è proprio una dottrina ridotta all’osso, “stilizzata” e soprattutto improntata a efficienza aziendale, che poi si riflette, come vedremo, in una rigorosa struttura gerarchica, così come in uno sfrenato marketing a caccia di conversioni. Il tutto sfrondato dalle complessità che invece sono proprie del pensiero buddista» (pg. 316). Probabilmente è proprio chi ha scritto il libro che lo ha «sfrondato dalle complessità» perché non ha avuto il tempo di leggere e approfondire la dottrina buddista di Nichiren Daishonin (vedi Raccolta Scritti di Nichiren Daishonin volume 1, edito in proprio dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, 2008) e il pensiero buddista che Daisaku Ikeda trasmette ai nostri giorni (vedi bibliografia completa di Ikeda sul sito: http://www.sgi-italia.org/sokagakkai/DaisakuIkeda.php, e l’intervista rilasciata dal Presidente della SGI al trimestrale buddista americano Tricycle (Winter 2008) e pubblicata in italiano su Buddismo e società n° 133, http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/InternaTesto.php?A=2093&R=1&C=133 ). Nel “Mistero della piramide di Kosen Rufu”, utilizzando il Manuale della Statistica che contiene indicazioni per valutare lo stato di salute dell’Istituto (perché in un sangha buddista non è la “massa” che conta ma la singola persona), gli scrittori deducono che si applichi un “proselitismo aggressivo” e che si voglia tenere sotto forte controllo gli “adepti”. Affermano inoltre che il tempo libero dei praticanti viene sfruttato per portare avanti alcune attività di volontariato interno, con la conseguenza di condizionare negativamente la personalità degli “adepti”. Ciò succede perché le persone si allontanano progressivamente dalle loro amicizie al punto che – quando escono dalla comunità – si trovano ad essere “psichicamente instabili” (sic). Quello che dagli autori viene definito “proselitismo aggressivo”, in realtà – nella tradizione di Nichiren Daishonin che si basa su un testo fondamentale del Buddismo mahayana: Il Sutra del Loto – è un vero e proprio “voto” che viene espresso dai Bodhisattva all’inizio del loro percorso per ottenere l’Illuminazione: «Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo del Budda?» (Sutra del Loto, Esperia edizioni, Milano, 1998,pg. 305). Questo brano viene recitato durante il rito religioso giornaliero di ogni praticante della Soka Gakkai. Di aggressivo non c’è nulla. E mai nessuno si è trovato ad aprire la porta di casa e incontrare un buddista della Soka Gakkai che vuole convincerlo a convertirsi. Vero è – come del resto confermano anche gli autori – che il dialogo con i propri amici e parenti si svolge su un piano strettamente personale, ed è normale che capiti, in quella sede, di raccontare e magari proporre di sperimentare un percorso spirituale che ha dato la possibilità di realizzare cambiamenti significativi e positivi. Nella visione buddista, ogni forma di vita è, nel suo profondo, ”inseparabile” da tutte le altre e dall’ambiente – sociale, naturale – che la circonda, per questo motivo è impossibile diventare felici senza adoprarsi per la felicità degli altri. Nella Soka Gakkai questo principio si concretizza “anche” nella trasmissione della propria esperienza spirituale, oltre che nell’impegno dei singoli fuori dall’Istituto e dentro le rispettive comunità di vita. Impegno che, nel pensiero degli autori, diventa “proselitismo aggressivo”... Impegno che potrebbe essere considerato anche come una piccola vittoria su quel “familismo amorale” che spesso viene citato per caratterizzare negativamente gli italiani. Un intero capitolo è dedicato al momento difficile, caratterizzato anche da atteggiamenti autoritari, che abbiamo vissuto nei primi anni duemila. I fatti sono gli stessi che in quel periodo furono fortemente stigmatizzati al nostro interno attraverso numerose riunioni di chiarificazione tenute in tutta Italia. Apparvero anche articoli sui giornali, furono inviate lettere alla Presidenza del Consiglio e al Ministero degli Interni: insomma tutto alla luce del sole, con una data d’inizio e una di fine. Tutto questo non c’è nell’inchiesta. Appare solo la tendenza vendicativa di alcuni ex membri che forse volevano l’espulsione di un gran numero di persone. Ma questa soluzione – magari comprensibile per chi ha vissuto un’esperienza fortemente negativa – non è la via buddista percorsa dalla Soka Gakkai per trasformare i conflitti. L’analisi si inserisce – ancora una volta in un modo a dir poco superficiale – in un tema prettamente “religioso” quando – di passaggio – gli ex membri raccontano che la frustrazione più grande l’hanno vissuta quando si trovavano a «pregare senza ottenere risposta». Queste affermazioni – organizzate in un contesto dileggiante che percorre comunque tutte le pagine che ci riguardano – mettono in ridicolo la complessa dottrina del “desiderio” tipica del Buddismo mahayana e in particolare dell’insegnamento di Nichiren Daishonin. Si arriva al capitolo “Collezionista di onorificenze” che inizia affermando: «Non è strano che un culto che si definisce “buddista”, quindi presumibilmente lontano dall’attaccamento ai beni materiali, abbia a cuore la politica e gli affari? No, se si considera che una decina di anni fa Daisaku Ikeda, il cui stile è decisamente lontano dall’austerità del Dalai Lama, è finito al diciannovesimo posto nella classifica dei “cinquanta personaggi più potenti del continente asiatico”. E che aveva abbastanza soldi per permettersi un Renoir da sessanta miliardi di lire, vinto a un’asta londinese» (pg. 369). Il Renoir di cui si parla, naturalmente, non si trova nella dimora di Ikeda (che vive in una piccola casa nel quartiere di Shinano-machi di Tokyo), ma nel Tokyo Fuji Art Museum. Fondato da Ikeda, il museo svolge una grande opera divulgativa inviando le sue collezioni anche in Corea e altri paesi dell’Asia che normalmente sono esclusi dai circuiti dei musei giapponesi (link: www.fujibi.or.jp). Sul 19° posto come uomo più ricco del mondo stendiamo un velo pietoso: tutti i suoi diritti d’autore sono devoluti alle attività della Soka Gakkai. L’organizzazione, che conta dodici milioni di membri in Giappone e circa due milioni oltre oceano, senza ombra di dubbio è forte socialmente ed economicamente, ma questa forza non è personale di Ikeda. Egli porta avanti la sua leadership in quanto maestro buddista, ma la vita economica e finanziaria – in Giappone e in ogni altra nazione – è gestita da numerosi comitati interni. Vengono fortemente ridicolizzati i discorsi di Ikeda e il fatto che egli venga accostato a personaggi storici importanti o addirittura semplicemente li citi all’interno dei suoi discorsi rivolti ai membri: «Accomunandolo a essi – scrivono i due autori – grazie a un fenomeno che i pubblicitari conoscono bene: l’effetto alone. I suoi discorsi, per esempio, sono farciti di citazioni di figure importanti, variegate ma non necessariamente coerenti tra loro, tanto che in uno dei suoi editoriali riesce a inanellare contemporaneamente riferimenti non solo al predecessore Toda, ma a Kennedy, al Mahatma Gandhi, al premier cinese Zhou Enlai, ad Albert Einstein, a Hegel e allo svizzero Hilty, a Goethe, Rodin, Ibsen, Charlie Chaplin e al poeta Ralph Waldo Emerson, per finire con Senofonte e Socrate, Un vero e proprio album di figurine». Visto che gli autori ci hanno insegnato a riconoscere “l’effetto alone”, ora riusciamo a rintracciarlo anche nelle loro parole: i termini che usano: “inanellare”, “album di figurine”, “discorsi farciti”, fanno pensare – prima di qualsiasi altra considerazione – a un ciarlatano piuttosto che a un leader buddista. Insomma Ikeda viene condannato a priori già nelle parole usate dagli scrittori (effetto alone), prima che il lettore abbia la possibilità di farsi una sua idea, magari avendo a disposizione (sarebbe bastata nel libro qualche nota in più...) l’intera bibliografia di Ikeda. «In nessun caso questo processo di buddificazione da vivo – continuano gli autori – risulta più evidente quanto nelle mostre organizzate dalla Soka Gakkai. A partire da Costruttori di Pace tra il XX e XXI secolo che presenta al visitatore una vera e propria “trinità laica” sokiana, quella formata dai “tre maestri di pace” Gandhi, Martin Luther King e Daisaku Ikeda (cui poi si aggiungono Mikhail Gorbaciov, Nelson Mandela, Madre Teresa di Calcutta, Florence Nightingale, Rosa Parks e Rogoberta Menchù Tum)». Per quanto riguarda il processo di “buddificazione” – scorrettissimo neologismo, ma con grande “effetto alone” – ricordiamo che Shakyamuni era Budda da vivo: l’illuminazione si ottiene durante la vita, altrimenti che illuminazione è? E comunque Daisaku Ikeda non si è mai proposto come “Budda”, né qualcuno ha mai usato questo termine per definirlo. Neanche un Budda – in virtù della sua natura illuminata e quindi vincente sulla natura egotica della propria vita – si definirebbe mai “Budda”. L’accostamento a Martin Luther King e Gandhi – e di conseguenza la mostra “Costruttori di pace tra il XX e il XXI secolo” fu promosso dal Morehouse College, la Chiesa Battista di M.L. King. L’avvicinamento a Gandhi nasce dall’induista professor N. Radakhrishnan, discepolo di Gandhi e direttore della Gandhi Smriti, che definisce Ikeda "l’erede naturale di Gandhi", (vedi: Ikeda Sensei: the triumph af mentor-disciple spirit, Gandhi Media Centre, New Delhi, 1998; e intervista su Buddismo e società, n° 86 maggio-giugno 2001 http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/InternaTesto.php?A=691&R=1&C=86 ). È verissimo che l’Istituto utilizza le mostre per diffondere i valori in cui crede, è altrettanto vero che le mostre sono un’occasione per dialogare con i visitatori, come lo è stata la campagna per la Moratoria della pena di morte per la quale sono state raccolte oltre 700.000 firme consegnate alla Comunità di Sant’Egidio. Un’imprecisione appare invece nel commento alla campagna «a sostegno della proposta per una Legge regionale di iniziativa popolare per la promozione e diffusione di una cultura dell’educazione alla pace e ai diritti umani, effettivamente diventata poi legge regionale il 29 febbraio 2000» (pg. 372). Questa legge non è stata semplicemente “sostenuta” dai membri campani dell’Istituto – come scrivono gli autori: è stata da loro ideata e scritta, sono state da loro raccolte le firme legali entro il tempo stabilito, sono stati da loro contattati tutti i partiti dell’arco costituzionale e infine offerta ai cittadini campani. Ikeda ha ricevuto moltissimi riconoscimenti internazionali, questo grazie ai legami che nel tempo (dai primi anni settanta) ha stabilito con numerosi paesi di tutto il mondo (Nel 1974 andò a Pechino a incontrare Zhou Enlai). Anche in Italia, certamente non per sua volontà, ma per l’entusiasmo dei membri italiani, molti comuni – anche piccoli – lo hanno insignito della cittadinanza onoraria: questa tendenza – presente anche in altri paesi del mondo – è stata recentemente bloccata dalla casa madre giapponese che si è avocata il diritto di accettare o meno qualsiasi tipo di conferimento per il Presidente. A pg. 374 viene recensito il Profilo di Daisaku Ikeda, preparato dall’Istituto con il palese, ovvio, dichiarato, scoperto scopo di far conoscere il Presidente dell’SGI: «Quale sia la funzione di questo libro bianco dell’ikedismo – scrivono – ce lo spiega, in breve, “Adamo”: “Di fronte a cotante amicizie e cotanti premi, chi sono io, umile amministratore locale, per negare un riconoscimento a un personaggio tanto importante?”». Questo commento si lega ad un altro, ben più specifico (pgg. 376-377-378), nel quale “Adamo” racconta la vicenda (avvenuta circa dieci anni fa) di una piccola mostra che si tenne nel paese di Lari dove – racconta sempre “Adamo” – si chiese la cittadinanza per Ikeda in cambio della mostra. Certamente spiacevole faccenda – che il presunto autore M.P. non conferma – ma anche ammesso che sia tutto vero, si riferisce a un episodio che si inquadra in una fase sulla quale l’Istituto ha già aperto gli occhi e durante il quale sono state commesse anche azioni prive di saggezza. Per inquadrare poi un periodo così complesso, a nostro avviso, non bastano quattro o cinque testimonianze di ex-membri che, alla fine, conducono a considerazioni parziali facendole apparire, nel contesto dell’”inchiesta”, come verità definitive. Come quella di pg. 379: «La testimonianza di Adamo ci svela la natura del gioco: piazzare il prodotto-Ikeda, col doppio beneficio di un ritorno di immagine per l’organizzazione. E maggior gloria per lui, il maestro, che aspira – neanche tanto segretamente – al Nobel per la pace. “Ikeda non vuole altro. I sokiani ci passano le ore per strappare una cittadinanza onoraria. Come si fa a ottenere un Nobel? Intanto facciamogli dare onorificenze”, sorride Fedele, “poi lo segnaleremo alla commissione in Svezia, e gli diremo: ‘Lo avete dato a Obama?.. A uno così non glielo date il Nobel per la Pace?’’”». Che Ikeda aspiri così profondamente al Nobel non risulta da alcuna affermazione sua o di altri dirigenti della Soka Gakkai, ma solo dalle congetture di “Fedele” e da una considerazione di Sandro Magister (vaticanista de L’Espresso, in un articolo sulla Soka Gakkai citato nella nota a pg. 369). Il libro – nella parte che ci riguarda – si chiude con queste parole. Ci rendiamo conto dello stato d’animo dei nostri ex membri, ci rendiamo anche conto che studiare un gruppo buddista laico come la Soka Gakkai è faccenda molto più complessa che fare un libro scandalistico e intrigante da vendere bene e in fretta. (Sul sangha della Soka Gakkai è interessante leggere l’intervista che il presidente dell’Unione Buddista Italiana Vincenzo Piga – scomparso nel 1998 – rilasciò al nostro mensile DuemilaUno (n° 59), poi pubblicata su Paramita n° 1, ottobre 1999 dove si legge: «Ammiro moltissimo il fatto che la Soka Gakkai abbia particolarmente curato questo aspetto della comunità dei praticanti: facilitare gli incontri, lo scambio di esperienze, mettere i praticanti in condizione di potersi autogestire, aiutarsi a vicenda») Diverso è stato l’atteggiamento degli studiosi di Sociologia delle Religioni che hanno condotto ricerche sulla Soka Gakkai o di quei rari yamatologi che hanno approfondito la tradizione mahayana di Nichiren Daishonin. A questo proposito ricordiamo le indagini pazienti e approfondite della prof.ssa Maria Immacolata Macioti e del prof. Karel Dobbelaere poi pubblicate rispettivamente in: Il Budda che è in noi (Seam edizioni, Roma, 1996) e La Soka Gakkai, un movimento di laici diventa una religione, ElleDiCi, Torino, 1998), gli atti del convegno (sulla presenza buddista in Italia) "Oggi il Risveglio", tenutosi al Centro Congressi dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza nel maggio 1994 (La critica sociologica, 111-112 autunno/inverno 1994-1995) e l’articolo della prof.ssa Macioti "L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai a un bivio" (La critica sociologica, 141. primavera 2002). Sempre di Maria Immacolata Macioti: Il fascino del carisma – Alla ricerca di una spiritualità perduta, Liguori editore, Napoli, 2009, la voce Soka Gakkai ne Le religioni in Italia (a cura di Massimo Introvigne e Pierluigi Zoccatelli, ElleDiCi, Torino, 2006) Oppure la parte sul Buddismo di Nichiren Daishonin contenuta nel libro del prof. Massimo Raveri: Itinerari nel sacro: L’esperienza religiosa giapponese (Libreria editrice Cafoscarina, Venezia, 2006). Lo stesso argomento, trattato dal punto di vista della psicologia transpersonale, in Coscienza e cambiamento, di Riccardo Venturini, Cittadella ed. Assisi, (Pg.), 1998, e anche: Daisaku Ikeda, maestro di dialogo, di Prisca Giaiero (edizioni la meridiana, Molfetta-Bari, 2008). Per la Collana Educatori antichi e moderni, La Nuova Italia nel 2000 ha pubblicato L’Educazione creativa, di Tsunesaburo Makiguchi, il pedagogista e filosofo fondatore – nel 1930 – della Soka Gakkai. Su Buddismo e società n° 85, appare una lunga e approfondita intervista sul Buddismo di Nichiren Daishonin al prof. Silvio Vita, docente presso l’Orientale di Napoli di Religioni e Filosofie dell’Asia Orientale (attualmente in Giappone presso l’Università di Kyoto), (http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/InternaTesto.php?A=708&R=1&C=85 ). Utile altresì leggere Scegliere la Pace (Edizioni Esperia, Milano, 1996) il libro di dialoghi tra Daisaku Ikeda e Johan Galtung – uno dei fondatori mondiali degli Studi sulla Pace e la Nonviolenza e le interviste da lui rilasciate alla rivista dell’Istituto Duemilauno (n° 56) e Buddismo e società (n°127 http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/InternaTesto.php?A=1815&R=1&C=127 ) Per concludere, nell’introduzione intitolata: “L’illusione della setta che non si tocca” gli autori dichiarano che «Questa non è un’inquisizione spagnola. (…) Questa non è neanche una crociata albigese. Crediamo nella libertà di religione. Ma crediamo anche, e fermamente, nella razionalità come prima virtù dell’uomo. Una virtù cui le sette impongono all’adepto di abdicare, seguendo gli insegnamenti del guru di turno e separandolo dalla vecchia vita». Tutto condivisibile sulla libertà di religione e sulla razionalità, anche se per un/a praticante buddista, oltre alla ragione, sono la categoria del “sentire” e un livello profondo di coscienza a rivestire un grande valore (vedi teoria mahayana delle “Nove coscienze”), così come l’onestà mentale, valido aiuto per bilanciare i lumi della ragione che tanto spesso hanno creato e continuano a creare mostri. Alla fine della lettura, comunque, rimane una domanda: ma tutte queste notizie, strategicamente messe insieme, fanno della Soka Gakkai una setta occulta, pericolosa per la democrazia e in grado di attuare una «manipolazione mentale e psicologica» dei suoi 50.000 membri? Oppure i 50.000 “manipolati” sono un fantastico bacino di vendita? Siamo sempre disponibili e ben felici di dialogare, magari “guardandoci negli occhi” (come scrivono nella prefazione) qualora gli autori ne manifestassero il desiderio. L’ISTITUTO COGLIE L’OCCASIONE PER DISSOCIARSI IN MODO NETTO E TOTALE DAGLI ARTICOLI CONTENUTI NEL SITO WWW.SOKARINNOVAMENTO.RU – CHE NULLA HA A CHE FARE COL NOSTRO ENTE RELIGIOSO. LE VOLGARI AFFERMAZIONI CONTENUTE NEL SITO, L’INCITAMENTO A UNA "CLASS ACTION" CONTRO GLI AUTORI DEL LIBRO IN QUESTIONE, NON ESPRIMONO LO SPIRITO BUDDISTA DELL’ISTITUTO (E, OGGETTIVAMENTE, LO SPIRITO BUDDISTA IN GENERE).

Recensione del libro: "Occulto Italia" - Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
© Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai 2017 . Tutti i diritti riservati