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Dopo la morte di Nichiren Daishonin
(Testo già pubblicato sulla rivista Duemilauno nr.68 di maggio – giugno 1998)


EREDITÀ E DIRAMAZIONI

Il Budda, il Dharma, il Sangha
Il Budda era lì davanti a loro, quella mattina del 13 ottobre 1282. Nichiren Daishonin era morto, aveva lasciato questo mondo. Erano rimasti soli. Il suo insegnamento era nei loro cuori ed era impresso nell'oggetto di culto che Byakuren Ajari Nikko custodiva già da qualche giorno. E il sangha erano loro sei, i Rokuro, i prediletti del Maestro. Si trovavano nella casa di Munenaka, non lontano da Kamakura, molto lontani da Minobu.
Soli. Qualche giorno prima il Maestro aveva sussurrato: «Quando sarò morto mettete il mio corpo in una cassa e portatelo a Minobu». Nichiro gli rispose: «Maestro, potessimo portarti a Minobu in un giorno o in giorno e mezzo, lo faremmo, ma è troppo lontano. Ti prego, consentici di cremare il tuo corpo. Porteremo le tue ceneri lassù».
Il 14 ottobre ci furono i funerali. Insieme a loro c'erano circa 40 persone. Il corteo funebre era aperto da Nichiro; sulla sinistra del feretro camminavano Nichiji e Nikko; dietro procedeva Nissho. Niko e Nitcho non fecero in tempo ad arrivare. Lo cremarono il 21 ottobre. Il 25 arrivarono a Minobu e lessero il suo testamento. A Nitcho aveva lasciato una cintura e qualche moneta. Un cavallo, una veste, una ciotola a Nichiji; la sua copia del Sutra del Loto a Nissho; un Gohonzon e una statua di Shakyamuni a Nichiro; un secondo cavallo e una veste a Niko; il terzo cavallo, sellato, dei sandali e un copricapo a Nikko.
Ma la vera eredità era un'altra e risuonava ancora nei loro cuori: «Nel quinto periodo di cinquecento anni dopo la mia morte, realizzate kosen-rufu in tutto il mondo e non permettete mai che il suo flusso si interrompa» (SND, vol. IV, p. 21). Quell'eredità ora andava trasmessa.
Nikko SHONIN, IL PRIMO SUCCESSORE
«Cinque monaci dei sei principali discepoli di Nichiren Daishonin cambiarono il nome del loro maestro e si definirono discepoli di Tient-T'ai. Per timore che i loro templi fossero distrutti, inviarono una lettera al governatore sulla pratica e la preghiera corretta in linea con l'insegnamento della scuola Tendai. E così, facilmente poterono salvare i loro templi» (Nikko Shonin, Regole della scuola Fuji e confutazione dei cinque preti anziani).

Alla morte di Nichiren Daishonin i sei discepoli principali Rokuro (i sei preti anziani Nissho, Nichiro, Nikko, Nichiji, Nitcho e Niko) ereditarono il Dai Gohonzon, gli insegnamenti, gli scritti (Gosho) e le ceneri del Maestro.
La scuola Fuji – divenuta nel 1912 Nichiren Shoshu – sostiene che Nichiren designò soltanto uno di quei sei, Byakuren Ajari Nikko, a succedergli alla guida del suo movimento religioso. Questa linea ereditaria è documentata da tre diversi scritti: L'Atto di trasmissione di Minobu, l’Atto di trasmissione di Ikegami e l'introduzione del trattato Le centosei comparazioni.
Quest'ultimo, conosciuto anche come Atto dell'eredità della fede fu redatto dal Daishonin nel 1280 ed è, temporalmente, il primo esplicito riferimento alla trasmissione della Legge a Nikko. Eccone il testo: «In quanto maestro dell'insegnamento definitivo e del Buddismo della semina io, Nichiren, trasmetto con il massimo rispetto questo insegnamento che deve salvare gli uomini dei diecimila anni e più a venire al mio più prossimo discepolo Nikko e lo riassumo in questo scritto1». La questione che divide da subito Nikko e gli altri cinque dimostra come questa designazione fosse tutt'altro che pacifica. Anche i successivi Atti di trasmissione - i due brevi testi scritti da Nichiren nell'imminenza della morte - non ebbero evidentemente effetto risolutivo sulla divisione che si venne a creare nel gruppo dei suoi discepoli principali; offrirono anzi il pretesto, agli avversari di Nikko e agli storici, per ulteriori contestazioni e dubbi.
Gli originali dei due Atti di trasmissione andarono perduti nel 1569, durante il saccheggio e l'incendio del Taiseki-ji ad opera di samurai del clan Takeda2. Esistono quindi soltanto due rescritti3 di quei documenti, anche se dagli archivi del Tempio risultano alcune attestazioni precedenti al 1569 che testimoniano l'esistenza degli atti. Su questi rescritti aleggia - come su tutti i rescritti - un'aura di sospetto.
Il sistema del rescritto è stato spesso il metodo con cui si sono create false e postume documentazioni, costruite ipotizzando le argomentazioni di un testo non più materialmente disponibile nella sua forma originale.
I rescritti dei due atti, nella forma che ci è pervenuta, sono inequivocabili nel contenuto: «Io, Nichiren, desidero trasmettere gli insegnamenti che ho propagato durante la mia vita a Byakuren Ajari Nikko, che sarà il maestro della propagazione del Buddismo definitivo. Quando un sovrano accetterà questa Legge, dovrà essere costruito ai piedi del monte Fuji il grande Santuario di Honmon. Semplicemente aspettate il momento propizio. Questo sarà il grande Santuario del Buddismo di Nichiren Daishonin (Atto di successione di Minobu4) «Desidero trasmettere i 50 anni di insegnamenti del Budda Shakyamuni a Byakuren Ajari Nikko, che deve diventare l'abate del tempio del monte Minobu. I monaci e i laici che non rispetteranno questo testamento saranno dei calunniatori della Legge».
Il tredicesimo giorno del decimo mese del quinto anno di Koan, a Ikegami, provincia di Musashi, Nichiren (Atto di successione di Ikegami5).
Al di là di ogni considerazione sulla questione della fedeltà letterale dei rescritti agli originali è importante notare come Nikko, nell'Atto di successione a Nichimoku, il terzo amministratore della scuola, il cui originale autografo è conservato al Taiseki-ji, affermi: «Trasferisco a Nichimoku il Dai Gohonzon del secondo anno di Koan che era stato affidato alla mia persona. Dovrà essere collocato nel tempio Honmon6».
Certificava così di proprio pugno la linea di trasmissione Nichiren-Nikko-Nichimoku. Inoltre Nikko rende chiaro che l'oggetto della trasmissione è il Dai Gohonzon del secondo anno di Koan, la cui custodia è la missione del responsabile della scuola fino a quando non sia costruito il santuario definitivo, l'Honmon-ji. A tale proposito, Nikko scrisse anche: «Questo Gohonzon, iscritto dalla mano del fondatore Nichiren Daishonin, non è ancora propagato nel mondo intero. E non è inoltre mai stato rivelato nei due periodi della Legge corretta e della Legge formale.
Perciò, i discepoli di Nikko che lo possiedono non lo devono facilmente cedere alla loro discendenza e ai loro discepoli. Bisogna installarlo in un unico luogo e proteggerlo tutti insieme. Esso è stato iscritto appositamente per il periodo di kosen-rufu di Kegi. Bisogna dunque rispettarlo e proteggerlo fino alla comparsa dei Bodhisattva usciti dalla Terra che posseggano la Legge corretta e siano guidati dal loro maestro7».
Una promessa non mantenuta
Qualche tempo dopo la traslazione delle ceneri di Nichiren al monte Minobu nel tempio Kuon-ji, i sei preti anziani si riunirono per una cerimonia commemorativa del Maestro. Prima di far rientro alle proprie regioni di attività, cinque di loro (tra cui Nikko) sottoscrissero un impegno, in accordo con le ultime volontà di Nichiren, con cui stabilirono di tornare a Minobu a turno, ogni mese, per vegliare la tomba del Maestro accompagnati da due dei propri discepoli. Di fatto nessuno di loro, tranne Nikko e dieci dei discepoli - tra cui Nichimoku - che erano stati presenti alla cerimonia, si presentò per adempiere alla promessa fatta. Cosa ne fu degli altri cinque preti anziani?
Di tre di essi - Nissho Nichiji e Nitcho – conosciamo ben poco: Nissho, già sessantenne all'epoca dei fatti, era stato il primo monaco a convertirsi agli insegnamenti del Daishonin; dopo i funerali rientrò a Kamakura ove fondò il tempio Myohokke. Il fatto più notevole della sua vita è che visse fino all'età di centotre anni.
Nichiji fece costruire il tempio Ren'ei nel villaggio di Matsuno; nel 1289 offrirà una statua di Nichiren al tempio fondato da Nichiro e di lui si perde ogni traccia dopo il 1295, quando partirà per un viaggio di propagazione e si ritiene si sia recato nella Cina del Nord fino a raggiungere la Mongolia ma non si hanno notizie sugli ultimi anni della sua vita .
Di Nitcho - figliastro di Toki Jonin, uno dei primi discepoli laici di Nichiren - l'unica notizia rilevante è che negli ultimi anni della sua vita tornerà da Nikko, a Omosu, che era anche il suo luogo natio.
Dalle vicende del quarto dei preti anziani, Nichiro - nipote di Nissho - rileviamo qualche notizia più interessante: costruito il tempio Ikegami Honmon nel luogo dove morì Nichiren Daishonin, attribuì al Maestro la sua fondazione e se ne dichiarò legittimo successore, contrapponendosi così a Nikko. Tuttavia, dopo il 1298, anch'egli si ricongiungerà a Nikko nella scuola per monaci da lui fondata a Omosu; non sappiamo cosa lo spinse a questa decisione e comunque le divergenze dottrinali fra i due furono sempre molto nette. Quanto a Niko, il quinto, per la sua rilevanza nel prosieguo delle vicende di Nikko e della futura scuola Fuji, ne tratteremo più avanti.
In generale è importante sottolineare i tratti che sostanzialmente accomunarono i cinque preti nel loro operato: non mantennero la promessa di ritornare a vegliare il sepolcro del Maestro e, in tempi diversi, ripresero a dichiararsi seguaci della scuola Tendai. Inoltre, dato che una parte del corpus degli scritti del Daishonin era composto da lettere con cui rispondeva direttamente ai propri seguaci, scritte in kana - il sistema di scrittura a caratteri fonetici in uso fra i non istruiti del tempo - distrussero quelli in loro possesso: quasi si vergognassero ad equiparare quei testi in kana diretti a dei comuni credenti ai trattati dottrinali, composti invece con il complesso sistema di ideogrammi di derivazione cinese. Non solo, ma alle lettere personali non attribuirono nemmeno un valore documentario, visto che ne riutilizzarono la carta o addirittura le bruciarono. Il ritorno dei cinque preti anziani alla scuola Tendai sottintende evidentemente il non riconoscimento dell'identità di Nichiren come Budda originale dell'Ultimo giorno della Legge. Essi lo considerarono solamente come un successore del maestro T'ien-t'ai.
Se non si assegna a Nichiren Daishonin la dignità di Budda originale e al suo insegnamento un valore assoluto - tale da renderlo autonomo dal Tendai - non c'è evidentemente alcun bisogno di concepire una trasmissione specifica di quell'insegnamento e l'istituzione del ruolo di un “successore del fondatore”. Vegliare la tomba del Daishonin, invece, significava implicitamente riconoscere l'originalità del fondatore e del suo insegnamento - di cui Nikko si dichiarava erede - e confermarne l'assoluta autorità restando fedeli alla lettera della volontà testamentaria di Nichiren.
Possiamo notare inoltre che, ogni qualvolta uno di loro si riunirà a Nikko e al suo gruppo di monaci, non ne contesterà affatto l'autorità. Anzi, accettando l'incarico che questi affidava loro, legittimavano di fatto il ruolo di Nikko come successore del Maestro. Così sarà per Nitcho e per Nichiro, quando in vecchiaia si recheranno al Taiseki-ji, e così era stato, in precedenza, anche per Niko, che fu capo istruttore dei monaci al Kuon-ji di Minobu e considerato per un certo tempo il “numero due” della scuola.
Fu però proprio a causa di Mimbo Ajari Niko che Nikko dovrà abbandonare il monte Minobu.
Niko e Hakiri Sanenaga
Nel 1285, tre anni dopo la morte del Maestro, Niko si ripresentò al Kuon-ji. Nikko lo ricevette con gioia, tant'è che lo nominò capo istruttore dei monaci. Purtroppo dovette, da lì a poco, ricredersi sulla sua affidabilità e coerenza all'insegnamento del Daishonin. Accolto a Minobu, Niko si era ben presto accattivato le simpatie di Hakiri Sanenaga - il jito (beneficiario dell'amministrazione regionale per conto dello shogun di Kamakura) della zona in cui sorgeva il tempio e seguace del Daishonin - assecondando il suo desiderio di recarsi nei templi shintoisti. Nikko invece si oppose a Sanenaga, dichiarando pubblicamente che ciò era contrario agli insegnamenti di Nichiren. Niko, a sua volta, lo refutò, cercando di apparire agli occhi di Sanenaga come persona più tollerante e in possesso di una maggiore comprensione della dottrina del maestro. Nikko così commenta i fatti: «Mimbo Ajari Niko è afflitto da una profonda avidità mondana. Lusinga i potenti e si mostra arrogante coi deboli. Il cuore di questo monaco è corrotto. Non si preoccupa più di proteggere la dottrina. In realtà la vorrebbe distruggere. Questo è quanto ho potuto osservare di lui durante questi ultimi tre anni. Ho avuto occasione di fargli notare i suoi errori e il perché lui stesse deviando dagli insegnamenti di Nichiren Daishonin, ma egli non si e mai degnato di prestare ascolto ai miei consigli8».
Con il beneplacito di Niko, Sanenaga potrà macchiarsi di quelle che vengono chiamate le quattro azioni calunniose: farà scolpire una statua del Budda Shakyamuni, visiterà e pregherà nei templi shintoisti, farà erigere un monumento Nembutsu e, in ultimo, farà costruire un tempio Nembutsu, scuola che Nichiren aveva sempre aspramente avversato9.
«Gli insegnamenti di Nichiren Daishonin chiariscono che, se non condannassimo i falsi maestri che si oppongono a Nichiren, commetteremmo anche noi la loro stessa offesa. Dovreste pensare, in particolare, come si sentirebbe Nichiren Daishonin di fronte a questi fatti. (...) Sono convinto, in quanto discepolo di Nichiren Daishonin, che è un grande onore confutare le concezioni di Niko e insegnare con esattezza la dottrina del mio maestro. (...) Non è mai venuta meno la mia determinazione a rispettare l'insegnamento di Nichiren Daishonin: finché avrò vita, trasmetterò l'insegnamento del mio maestro senza lasciare il più piccolo spazio alla lusinga10».
La severità che Nikko Shonin esprime in queste parole manifesta - soprattutto in quella fase così delicata successiva alla morte del Daishonin - la necessità di denunciare pubblicamente ogni alterazione dell'insegnamento buddista, ed equivale alla compassione adatta per proteggerlo. Poiché la situazione, data la vigorosa ostilità che manifestavano Niko e Hakiri, era divenuta ormai insostenibile, Nikko comprese che era giunto il momento di prendere una decisione radicale e nel 1289 abbandonò il Kuon-ji.
Le sue parole ci rendono partecipi del tormento che stava affrontando: «Lasciare il monte Minobu non è per nulla una cosa che ritenga onorevole o coraggiosa, o anche che si accordi con la mia volontà. Mi è difficile esprimere bene le emozioni che mi attraversano. Ma nonostante tutto, dopo aver a lungo riflettuto, la cosa più importante è assicurare la successione e propagare l'insegnamento di Nichiren Daishonin nel mondo intero. Non avrei mai immaginato che i cinque preti anziani si sarebbero rivoltati contro il loro maestro. Soltanto Nikko Shonin è consapevole dell'importanza di realizzare il desiderio di kosen-rufu e di proteggere l'insegnamento del Daishonin. Io non ho mai dimenticato la volontà del mio maestro11».
Partito Nikko Shonin, Niko prese possesso del tempio e iniziò a esporre una propria visione del Buddismo, dando origine a una nuova scuola Nichiren: la cosiddetta scuola Minobu, tuttora attiva12.
La nascita del Taiseki-ji
Lasciato il Kuon-ji a Niko e Sanenaga, il problema di Nikko Shonin fu quello di trovare una nuova localizzazione ai cosiddetti “tesori” della sua scuola - fondamentalmente il Dai Gohonzon, i Gosho e le ceneri del maestro - e un nuovo centro per le attività di propagazione.
Nikko si diresse dunque verso il monte Fuji, arrivando a Kawai, dove risiedeva la famiglia del nonno materno. Fu lì che ricevette la visita di Nanjo Tokimitsu, signore di Ueno e discepolo di Nichiren Daishonin, che gli proporrà di trasferirsi nei suoi possedimenti.
Vi era un grandissimo legame tra la famiglia Nanjo e il Daishonin. Con la loro fede e con le loro offerte essi avevano sostenuto Nichiren in varie occasioni. I Nanjo erano una famiglia potente: il padre di Tokimitsu, Shichiro Jiro, era stato uno dei samurai della scorta del generalissimo Hojo Tokiyori, il reggente degli shogun Minamoto di Kamakura; all'epoca, l'uomo più potente del Giappone. Fu proprio grazie alla protezione di Nanjo Tokimitsu che, durante la persecuzione di Atsuhara, molti discepoli si erano potuti salvare.
Tokimitsu, già giovanissimo, aveva avuto un maestro spirituale d'eccezione: lo stesso Nichiren Daishonin, che ne aveva avuto cura come un figlio. In virtù di questo profondo legame, Tokimitsu offrì a Nikko Shonin un luogo dove costruire le basi per propagare l'insegnamento del comune maestro. In un primo tempo ospiterà Nikko al Myoren-ji di Ueno e successivamente gli darà la disponibilità di un vasto pianoro chiamato Oishigahara (“campo delle grosse pietre”) ai piedi del monte Fuji. Nikko e i suoi, monaci e laici, lavorarono duramente alla bonifica dell'Oishigahara e il 12 ottobre 1290 venne inaugurato il Dai-bo il primo nucleo di quello che in seguito divenne il complesso monastico e di culto noto come Taiseki-ji, sede della “scuola Nikko del Monte Fuji”, o più semplicemente “scuola Fuji”.
Nello stesso periodo Ishikawa Yoshitada, jito del vicino villaggio di Omosu e cognato di Tokimitsu, propose a Nikko Shonin di occupare un tempio che sorgeva nel suo distretto. Nikko accettò e nel 1298 vi fondò una scuola di studi buddisti che affidò a un gruppo di monaci eruditi, capeggiati da Nitcho - figlio naturale di Toki Jonin e fratellastro omonimo di uno dei cinque preti anziani - e da Nichijun. L'intento era sempre il medesimo: assicurare la trasmissione corretta dell'insegnamento. Nikko in persona si occupava dell'insegnamento13.
Le difficoltà che egli stesso aveva dovuto affrontare gli facevano sentire il pericolo che leggerezze o incostanza in materia di dottrina portassero lontano dallo scopo fondamentale della scuola, e che i più esposti a questo pericolo fossero proprio i novizi, che non avevano conosciuto in vita il Daishonin. Sempre nel 1298 Nikko, al fine di assicurare stabilità alla successione, scelse il gruppo dei suoi sei migliori discepoli: Nichimoku (che nominerà come suo successore), Nikke, Nisshu, Nichizen, Nissen e Nichijo.
La sua vita straordinariamente lunga lo portò nel 1332, all'età di ottantasei anni, a designare un nuovo gruppo di sei discepoli: Nichido (che sarà il successore di Nichimoku), Nichimyo, Nitcho (già capo della scuola dei monaci), Nichijo, Nichigo e Nichidai. Morirà l'anno seguente (1333), non senza aver prima fissato nei Ventisei ammonimenti le regole dell'ortodossia, vera e propria sintesi della sua straordinaria e sofferta esperienza di primo difensore degli insegnamenti di Nichiren Daishonin e fondatore della “scuola Nikko del monte Fuji”.
Note
1) Nichiren Daishonin, Gosbo Zenshu, pag. 894
2) I Takeda erano un clan militare molto potente della costa oceanica i cui possessi arrivavano fino al Suruga e al Fuji. Dopo la morte del daimyo Takeda Shingen, tra il figlio Takeda Katsuyori e una parte del clan si aprì un aspro conflitto di cui il saccheggio del Taiseki-ji fu un episodio.
3) La storiografia tradizionale del diritto, Rechtgeshicte, e quella istituzionale Verfassunggeshicte, intendono con il termine rescritto” un documento il cui originale sia introvabile o mancante e di cui ne esista solo copia postuma e presunta. Presunta in quanto non certificata da altri se non da una delle parti in oggetto di quel documento o atto; di solito la beneficiata. Ovviamente esistono rescritti falsi e rescritti veridici, conformi all'originale.
4) Nichiren Daishonin, Gosbo Zenshu Pag 1600
5) ibidem
6) Nikko ato jojo no koto
7) Nikko Shonin, Gosbo Zenshu, p.1601
8) Nikko Shonin, Gosbo Zenshu pag. 1731
9) Di Hakiri Sanenaga il Daishonin scrisse: «... benché sembri credere nei miei insegnamenti non ha fatto quello che gli avevo detto... SND vol.IX p.166
10) Nikko Shonin, Gosbo Zenshu, pag. 1731
11) ibidem
12) La scuola del Monte Minobu o Nichiren Shu ai giorni nostri è la seconda per importanza delle scuole Nichiren.
13) Nikko Shonin aveva nominato Nitcho come primo rettore della scuola di Omosu. Nel 1317 verrà nominato Nichijun secondo rettore del seminario. Questo monaco sarà l'estensore materiale di molta della tarda produzione letteraria e dottrinale di Nikko, tra cui i Ventisei ammonimenti.


LE REGOLE DELLA SCUOLA FUJI

Il potere degli Shogun
Sebbene Kyoto conservasse il suo prestigio di città della nobiltà e culla della cultura, il baricentro del sistema politico si stava spostando, all'inizio del secondo millennio, a Kamakura, che divenne centro delle nuove istituzioni feudali e luogo eletto della classe dei samurai. Un episodio decisivo in questo processo si verificò nel 1221 quando l'ex imperatore Gotoba raccolse un esercito dalle province vicine e da alcuni monasteri buddisti (che nel frattempo si erano muniti di un vero e proprio corpo armato) nel tentativo di distruggere lo shogunato. Chiese inoltre ai preti Shingon di pregare per la vittoria. A loro volta i capi di Kamakura, per contrastare le armate dell'ex imperatore, inviarono un grande esercito che represse con facilità la “ribellione”. In ambito religioso, oltre all'affermarsi del Nembutsu, il periodo vide un più generale fervore spirituale che portò al nascere di numerosi movimenti, tanto che gli storici parlano in proposito di «risveglio religioso del periodo di Kamakura». Particolare rilievo ebbe in questo periodo la tradizione Zen, già nota in Giappone dal VII secolo. Un grande riformatore fu Dogen Zenji (1200 -1253) fondatore della scuola Soto Zen, che attaccò il degrado che aveva colpito in quell'epoca il Buddismo e riformò la tradizione Zen per renderla accessibile alle persone comuni. Un ruolo importante fu quello di Eisai (1141 -1215) fondatore della scuola Rinzai. Eisai fu cacciato da Kyoto e si rifugiò a Kamakura dove chiese rifugio e protezione al governo militare. Iniziò così una stretta relazione tra lo shogunato e l'ordine monastico Zen. Lo stesso Hojo Tokimune, che ricoprì un ruolo importante per la vita di Nichiren Daishonin, viene solitamente ritratto nel suo abito di sacerdote Zen.
I VENTISEI AMMONIMENTI di NIKKO SHONIN
«Scrivo qui dal Taiseki-ji, questi ventisei articoli per i miei futuri discepoli; lo faccio per onoreare la promessa che ci lega la Daishonin di realizzare kosen-rufu. Osservando questo mondo, penso che il sole splendente della legge mistica nell'epoca dell'ultimo giorno della legge possa rischiarare le tenebre della feroce offesa alla legge e che il vento della legge misitca dell'eredità della vita soffi forte ed espanda l'insegnamento rivelato dal risvegliato di bodhy gaya1.
Proprio come è raro vedere quel fiore che fiorisce una volta sola ogni tremila anni, proprio come è raro per una tartaruga incontrare un legno di sandalo nell'oceano, così è raro incontrare la legge buddista. Queste parabole non esprimono che parzialmente la rarità di incontrare la legge, l'incredibile fortuna che questo rappresenta! Per via di un'unica mistica relazione noi oggi abbiamo potuto avere la fortuna di incontrare questo sutra. E ora, con la punta del pennello scrivo questi articoli per quelli che verranno e approfondiranno lo studio del Buddismo. Il loro unico scopo è quello di onorare e realizzare l'aureo impegno di kosen-rufu» (Nikko Shonin Introduzione ai ventisei ammonimenti)


Con queste parole Nikko Shonin, ormai ultraottantenne, introduce il testo dei Ventisei ammonimenti, un vero e proprio testamento spirituale e anche la prima - e unica - codificazione della “ortodossia” della scuola Fuji.
Nikko sembra consapevole del rischio che, dopo di lui, potessero prevalere all'interno del Taiseki-ji interpretazioni soggettive e interessi contrari a una corretta trasmissione dell'insegnamento del Daishonin.
Le ventisei regole della scuola “fissano” dunque diversi aspetti di carattere dottrinale e formale, il cui scopo complessivo è quello di creare una comunità - e formare degli individui - in grado di preservare, rinnovare e diffondere l'insegnamento buddista.
Nikko aveva dovuto affrontare le prime deviazioni dal corretto insegnamento e dalla corretta trasmissione in seguito al tradimento dei cinque preti anziani e ristabilire la verità dell'Illuminazione di Nichiren.
Aveva dunque ben compreso entro quali limiti dottrinali e formali dovesse scorrere “l'acqua vitale della trasmissione della Legge”. Il suo scopo, con i Ventisei ammonimenti, fu proprio quello di enunciare e chiarire questi limiti.
«I cinque preti anziani - afferma Nikko - contraddicono Nichiren poiché rifiutano l'insegnamento contenuto nei Gosho. E perciò compito della scuola Fuji mantenere integra la trasmissione della Legge attraverso un riferimento costante al pensiero contenuto negli scritti del Daishonin2». Nel primo e nel tredicesimo articolo è espressa la finalità della scuola: seguire con fedeltà l'insegnamento del Daishonin e perseguire lo scopo di kosen-rufu, “anche a rischio della propria vita3”.
A questo fine è fondamentale lo studio: «Studiare il Buddismo fino a comprendere la differenza tra insegnamenti provvisori e definitivi, anche trascurando - se necessario - il debito di gratitudine verso i genitori o i precedenti maestri (...) finché non si padroneggia completamente l'insegnamento di Nichiren Daishonin4».
Ai monaci si richiede dunque una immersione totale negli scritti del fondatore, al fine di «scolpire il Gosho nel cuore e trasmettere gli insegnamenti essenziali del nostro Maestro, dopo averli completamente assimilati5». Perché: «I monaci che non hanno la padronanza della filosofia buddista e che non cercano altro che celebrità e profitto non sono miei discepoli6». Questo sembra essere il tipo di persona che Nikko voleva formare: disinteressata, capace di appassionarsi esclusivamente a lezioni di approfondimento sul cuore della Legge, fino al punto da ritenere buona cosa non mescolare questi argomenti con questioni futili e profane7».
Per quanto riguarda l'insegnamento Tendai - l'eterna “tentazione” degli intellettuali della scuola Fuji - si studi pure «qualora resti altro tempo8».
Insomma, a Omosu ci si sforzava, e duramente. Gli eruditi che ricevevano l'insegnamento di Nikko ogni mattina, a loro volta lo ritrasmettevano ogni sera ai novizi. Un aneddoto ci mostra come Nikko Shonin desse prova di estremo rigore - lo stesso del suo maestro - nell'addestramento dei successori: un giorno espulse dal monastero Nichizon - uno dei suoi discepoli - che si era fatto distrarre da delle foglie che cadevano in un giardino dove si teneva uno dei corsi. Questa severità sarà salutare per Nichizon che, avendo compreso la propria mancanza di serietà, diventerà in seguito uno dei più convinti propagatori del Buddismo; sarà proprio lui ad accompagnare Nichimoku Shonin nel suo ultimo viaggio.
Del resto, una certa severità sembra essere una costante dei Ventisei ammonimenti. Nikko aveva imparato il rigore dal suo Maestro e conosceva il valore che questa virtù e la disciplina hanno nella formazione individuale. Si premurò dunque di offrire un addestramento altrettanto rigoroso a quelle persone che desideravano diventare così forti da potersi far carico del grande scopo di kosen-rufu.
Una serie di divieti e di prescrizioni che riguardano la condotta dei monaci - l'abbigliamento, l'uso delle armi, lo svolgimento delle cerimonie e l'astinenza sessuale - vennero redatte al fine di ribadire lo stile della scuola e distinguerla dalle altre. Al Fuji, per distinguersi dai monaci della scuola Zen, era vietato indossare abiti neri così come le vesti pieghettate da cerimonia (jiki-totsu), dei “monaci ricchi”9.
La veste della scuola è un semplice kimono grigio chiaro. Si possono portare armi, ma niente archi o lance: solo spada e bastone per difendersi, e non certo alle cerimonie, a meno di specifiche autorizzazioni10.
La fermezza con cui Nikko richiama i monaci a una rigorosa applicazione dell'astinenza sessuale ricalca il pensiero di Nichiren che nel Gosho rileva l'importanza, per i suoi discepoli, di «osservare i precetti, di non sposarsi o mangiare carne11». Si tratta del richiamo ad una scelta di “purezza” e dedizione completa alla Legge che si modella sull'esempio di vita offerto da Nichiren. La regola non prevede l'espulsione dalla scuola dei monaci inadempienti, ma una loro esclusione da ruoli di responsabilità: «Se in futuro accadrà che un patriarca o dei monaci eminenti deviassero dal principio dell'astinenza sessuale è preferibile non espellerli, ma reintegrarli al livello più basso12».
Stabilito come ci si deve vestire, armarsi e comportarsi con le donne, Nikko in alcuni dei suoi ammonimenti dedica un attenzione particolare alle norme che debbono regolare la relazione maestro discepolo e le questioni gerarchiche in genere. Maestro e discepolo, nel Buddismo, sono una inscindibile unità e pertanto entrambi al Taiseki-ji, hanno l'obbligo di un profondo e reciproco rispetto e considerazione. Viene messa al bando ogni forma d'autoritarismo: «I discepoli di talento non devono essere utilizzati come servi dai loro maestri13» e si indica nell'incoraggiamento la miglior forma di pedagogia: «Bisogna rallegrarsi, come faceva il Daishonin, con i praticanti che eccellono nelle risposte nei dibattiti difficili14». I monaci devono essere stimati per il loro valore e non per la carica che rivestono; la loro saggezza va accolta con rispetto anche se sono “di rango inferiore”. Anche il più umile fra i monaci va trattato come un Budda perché ha scelto di dedicare la propria vita allo studio e alla propagazione del Buddismo15.
Gli articoli 2, 3, 4 e 6 sono invece ispirati alla lotta che Nikko compì contro i cinque preti anziani. La confutazione è chiara e totale: «Gli insegnamenti predicati da ognuno dei cinque preti anziani sono tutti contrari all'insegnamento di Nichiren Daishonin». In essi vivono intere fasi della vita di Nikko: la polemica sul Gosho e il kana, il superamento del Tendai e la Buddità di Nichiren. In particolare, l'articolo 6 rievoca tutti i drammatici momenti dello scontro con Niko e Hakiri Sunenaga. Proprio la difficile lotta contro l'offesa alla Legge rappresentata dai cinque preti anziani ispira anche altri due articoli: «E’ vietato partecipare a cerimonia alcuna insieme a chi offende la Legge. Se lo faceste dovreste ritenervi altrettanto colpevoli di loro16». Ancora a proposito delle offese, Nikko arriva a sostenere che «Non bisogna seguire chi formula principi erronei, anche se è il patriarca in persona17» fondando così la facoltà di controllo - sulla base del Gosho - delle azioni di qualsiasi appartenente alla scuola da parte degli altri fedeli. Lo stesso spregiudicato atteggiamento, in nome di una verità più grande, viene espresso anche nell'articolo 24: «Nemmeno i novizi devono sedere dietro i notabili di alto rango». La scuola Fuji deve essere libera dall'influenza condizionante del potere politico. Il testo dei Ventisei ammonimenti si conclude così: «E nel futuro dei diecimila anni e più a venire e per salvare e proteggere tutti gli esseri senzienti che ho deciso di mettere per iscritto questi ventisei ammonimenti. Chi violasse anche solamente uno di questi articoli non può in nessun caso pretendere di appartenere alla scuola di Nikko. Il 13 gennaio del terzo anno di Genko (1332). Nikko».
Scritto autenticato con un timbro.
Note
1) località ove, secondo la tradizione, Shakyamuni realizzò la propria illuminazione meditando sotto un albero di sal (fico indiano)
2) Nikko Shonin, I Ventisei ammonimenti, Articoli 2 e 3
3) ibidem, Art.13
4) ibidem, Art. 9
5) ibidem, Art. 11
6) ibidem, Art.8
7) ibidem, Art. 12
8) ibidem, Art. 11
9) ibidem, Art. 19 e 20
10) ibidem, Art. 23
11) ibidem, Art. 25
12) ibidem, Art. 25
13) ibidem, Art. 7
14) ibidem, Art. 26
15) ibidem, Art. 14 e 15
16) ibidem, Ari. 21 e 22
17) ibidem, Art. 17


I GUARDIANI DEL TEMPIO

da Kamakura a Kyoto
Gli anni, in oriente, cominciano a marzo. Nei dodici mesi che scandirono l'anno del calendario occidentale 1333 accaddero molti avvenimenti decisivi. Nikko fece mettere per iscritto i suoi Ventisei ammonimenti e poi morì. Anche il suo successore Nichimoku morì quell'anno, mentre si recava a Kyoto, rinata capitale dell'arcipelago giapponese.
Morirono anche - facendo harakiri - ben trecento membri del clan degli Hojo, in una Kamakura assediata dai generali dell'imperatore. Gli Hojo erano stati gli shikken, i reggenti, degli shogun di Kamakura, e il loro bakufu (Governo della Tenda) militare aveva retto le sorti del Giappone per quasi un secolo, apoteosi di una società di samurai che aveva completamente soppiantato il governo e l'autorità del tenno (imperatore) e dei Kuge (nobili di corte).
Il bakufu e i samurai erano di solito buddisti, Zen o Jodo. Lo shintoismo divenne minoritario, confinato alla corte imperiale e poco altro. Agli Hojo andò anche il merito di aver condotto con molta energia la difesa contro l'invasione mongola. Hojo Tokimune e il padre Tokiyori, per difendere il paese, avevano arruolato tutti i samurai disponibili. Ma per i reduci di quella guerra fortunata non ci fu la solita distribuzione di terre e feudi dei vinti.
Ci fu così malcontento proprio nella base del governo militare, nei feudatari e nei samurai amministratori di tenute.
Ne approfittarono gli imperatori e i futuri nuovi shogun di Muromachi, gli Ashikaga, che sollevarono gli scontenti contro gli Hojo. Gli eserciti della corte vinsero sul bakufu.
Così, nel 1333 Nichimoku Shonin, dopo ben quarantadue rimostranze presentate a est - agli Hojo di Kamakura - sulle orme del Maestro, questa volta si diresse a ovest, a Kyoto, dai nuovi vincitori.
È singolare notare come l'ultimo discendente del clan Hojo sia diventato, negli anni settanta del nostro secolo, direttore generale della Soka Gakkai giapponese.
LA FAMIGLIA NANJO
Articolo 22 non si devono accettare offerte da parte di chi offende la legge.
Articolo 23 per proteggere il Buddismo non è permesso ai monaci di protare altre armi che la sciabola e il bastone. Non bisogna – tuttavia - portarle quando si officia una cerimonia, anche se altri nella sal sono autorizzati a farlo
Articolo 24 nemmeno i novizi devono sedere dietro ai notabili di alto rango.


Chi era autorizzato a “portare armi nella sala” durante le cerimonie? Chi erano i “notabili di alto rango” che era bene stessero dietro i novizi? E ancora, senza “accettare offerte” sarebbe stato possibile sopravvivere per la scuola Fuji?
Questi tre articoli dei Ventisei ammonimenti di Nikko ci rivelano la presenza, oltre ai monaci stessi, di altri figure che ebbero un ruolo fondamentale nelle vicende del Taiseki-ji. Chi sosteneva economicamente il tempio, chi lo proteggeva con le armi, chi aveva un potere politico tale da poter essere definito “notabile” non era altri che il signore feudale nei cui domini stava il Taiseki-ji. Nel periodo compreso tra il 1290 e il 1460 questo ruolo fu dei signori di Ueno, Nanjo Tokimitsu e la sua discendenza.
Il simbolo della casata dei Nanjo - un airone - marchiava le porte, i cippi, gli oggetti del monastero. Chi avesse osato violare il terreno protetto dagli aironi avrebbe dovuto vedersela con i guerrieri dei Nanjo, guardiani della regione, che portavano anch'essi degli aironi dipinti sulle bandierine dorsali. Gli aironi sono tutt'oggi il simbolo - “i guardiani” - della Nichiren Shoshu.
A quei tempi, senza la protezione di un signore feudale - in Giappone così come in Europa - era impensabile che un qualsiasi insediamento laico o ecclesiastico potesse sopravvivere alla violenza, all'instabilità politica e alla concorrenza dei poteri locali.
Anni “di ferro” dove gruppi di cavalieri corazzatissimi e armati fino ai denti esercitavano un diritto assoluto di costrizione in cambio di protezione su cose e persone: loro erano la legge, loro il potere. Talvolta al servizio dei signori “legittimi”, talvolta in proprio o per conto di qualche potente locale: solo da essi poteva dipendere la sopravvivenza di un gruppo di monaci come quello che si era andato formando al monte Fuji intorno a Nikko Shonin.
A loro era permesso - come recita l'articolo 23 - partecipare armati alle cerimonie. Tuttavia nella sala non potevano avere posizione di privilegio, anche rispetto ai novizi, come apprendiamo dall'articolo 24. L'articolo 22 doveva invece ricordare ai futuri amministratori della scuola Fuji di vigilare sulla provenienza delle offerte - cioè sulla qualità della protezione politica del tempio - perché non si ripetesse l'incidente che aveva costretto Nikko Shonin a lasciare il Kuonji.
L'influenza dei Nanjo
Sostenendo finanziariamente il monastero e fornendo protezione politica e militare, la famiglia Nanjo godeva di una particolare posizione di privilegio grazie alla quale ingeriva nella gestione del Taiseki-ji e addirittura nella scelta dei suoi amministratori, una tradizione che in Giappone come in Cina e nell'occidente cristiano era fortemente radicata nel costume dell'epoca. A eccezione del settimo amministratore Nichia, tutti gli altri - dal terzo al nono - furono in qualche modo imparentati con i Nanjo. Evidentemente non poteva essere solo per meriti spirituali particolari o per straordinarie capacità personali che ci furono ben otto amministratori Nanjo su nove: già pochi decenni dopo la morte di Nichiren Daishonin dunque la fede non era più il solo criterio valido per ereditare la guida della trasmissione dell'insegnamento.
I primi problemi di successione
II primo degli amministratori Nanjo, Nichimoku, fu designato il 10 novembre 1332 da Nikko Shonin con queste parole: «Nichimoku Ajari di Nuda dovrà essere responsabile dell'insegnamento corretto del Buddismo nel tempio principale. E dovrà amministrare la metà dei templi del Giappone e del mondo. Il Dai Gohonzon iscritto nel 1279, che Nikko ha avuto in eredità diretta, è affidato a Nichimoku, che dovrà essere il sovrintendente dei templi e delle tombe del Taiseki-ji: dovrà curarli e dovrà osservare la pratica quotidiana del Gongyo di kosen-rufu»1.
Nichimoku Shonin morì a Mino, sei mesi dopo essere entrato in carica. Morì di freddo nell'inverno del 1333 mentre stava viaggiando alla volta di Kyoto per inoltrare all'imperatore una serie di rimostranze basate sulla Legge buddista.
Nei sei mesi in cui durò la sua carica di terzo amministratore della scuola Fuji fece inaugurare al Taiseki-ji il tempio Renzo-bo e prima di partire, in ottobre, trasmise la carica di amministratore del tempio a Nichido, suo nipote.
Nel suo ultimo viaggio Nichimoku era accompagnato da due discepoli: Nichizon e Nichigo. Essi raggiunsero la capitale dove Nichizon dimorerà vari anni propagando la Legge e fondando il tempio Jogyo, nel 13392. Nichigo invece farà ritorno al Taiseki-ji, portando con sé le ceneri di Nichimoku Shonin e rivendicando la direzione della scuola con la motivazione che questa fosse stata una delle ultime volontà del defunto Nichimoku, minacciando di occupare il Renzo-bo.
La questione del Renzo-bo e del Gongyo
Il quarto amministratore, Nichido fece forte opposizione alla richiesta di Nichigo. Quest’ultimo era un monaco influente e stimato al Taiseki-ji, e la disputa tra i due creò una spaccatura all'interno della scuola. Questo conflitto, nato dalle ambizioni di Nichigo, divise i monaci del Taiseki-ji in due gruppi antagonisti, la cui contrapposizione durerà ben 72 anni.
Durante questo periodo ci saranno dunque due scuole nel tempio principale, occupanti ciascuna una metà del Taiseki-ji: la “scuola di Nichido” nella parte occidentale e quella di Nichigo nella metà orientale, entrambe rivendicanti l'eredità della “corretta successione”. Nichigo finirà poi per abbandonare il Taiseki-ji e recarsi a Yoshiyama nella provincia di Awa, dove costruirà lo Hota Myohon-ji, al cui interno pose una statua in legno del Daishonin e un Gohonzon autografo di Nichiren.
Nichido invece, rimasto al Taiseki-ji, fu costretto ad affrontare anche la difficile questione dottrinale aperta dal dibattito in corso tra Nissen e Nichidai - due dei dodici discepoli principali di Nikko - sulla necessità di recitare integralmente in Gongyo il capitolo Gli Espedienti. Nichidai sosteneva che sia l'insegnamento teorico che quello essenziale del Sutra del Loto avevano la stessa profondità; un'idea notevolmente differente dalla concezione del Daishonin.
Nissen, invece, sosteneva che non fosse necessario recitare tutto il capitolo Gli Espedienti, in quanto era impossibile ottenere l'Illuminazione attraverso l'insegnamento teorico (i primi 14 capitoli del Sutra del Loto).
La posizione presa da Nichido fu che, per quanto l'insegnamento teorico sia certamente inferiore a quello essenziale (la seconda metà del 16 capitolo), il capitolo Gli Espedienti doveva essere recitato nel duplice intento di scartarne il significato letterale e di interpretarne parole e frasi alla luce della Legge racchiusa nella profondità del capitolo Durata della vita del Tathagata.
Declino dei Nanjo
Il fatto che Nichido avesse dovuto affrontare, senza riuscire a dirimerle, due querelle di tale portata, dimostra come non beneficiasse da parte degli altri monaci della stessa fiducia di cui godettero i suoi due maestri Nikko e Nichimoku. I monaci non esitarono a polemizzare apertamente con Nichido sui fondamenti della dottrina e della liturgia, dubitando della sua interpretazione dell'insegnamento di Nichiren Daishonin: nella seconda parte del suo mandato il quarto amministratore non poté fare a meno di assistere al declino della scuola Fuji, mentre lo scisma divideva in due il Taiseki-ji.
Del resto, all'epoca, i Nanjo non avevano vita facile neppure fuori dal recinto del tempio. Legati alle sorti del clan degli Hojo - gli shikken (reggenti dello shogun) di Kamakura - ne condivisero il declino di fronte alla improvvisa restaurazione dell'autorità imperiale sui poteri locali e sullo shogunato3. La sanguinosa guerra civile che iniziò in Giappone negli anni trenta del XIV secolo tra i due poteri concorrenti dello shogunato e dell'imperatore finirà per condizionare fortemente la potenza dei Nanjo e quindi l'efficacia della loro protezione sul tempio principale.
Il Nanboku-sho, o il “periodo delle corti del Nord e del Sud”
Nichido lasciò la carica nel 1339; gli successe Nichigyo, quinto amministratore del tempio fino al 1365; poi si insediò Nichiji. Il tutto avveniva mentre il Giappone conosceva la ferocia della guerra civile. Nel 1333 cadde lo shogunato di Kamakura e l'integrità del potere politico ritornò, per qualche anno, alla corte imperiale di Kyoto (ed è infatti Kyoto e non Kamakura la destinazione della missione di Nichimoku, Nichizon e Nichigo).
Ma la restaurazione del potere imperiale nelle mani del tenno Godaigo durerà ben poco: già nel 1336 il suo generalissimo Ashikaga Takauji nominerà un imperatore concorrente, a lui favorevole, da cui si farà nominare shogun, insediando un nuovo governo militare, questa volta a Muromachi, nei pressi di Kyoto.
Il deposto imperatore Godaigo e i suoi discendenti si rifugeranno a Yoshino, nel sud del Giappone, e da lì condurranno un'aspra guerra di riconquista contro lo shogunato di Muromachi e l'usurpatore “settentrionale”, una guerra che insanguinerà il Paese dal 1336 al 1392 (il periodo Nanboku-sho) e che si concluderà con la vittoria degli Ashikaga - i nuovi potenti shogun di Muromachi - e della Corte del Nord.
A partire dal 1333, il sistema che univa con una serie di legami di prima genitura le famiglie dei samurai al governo militare di Kamakura entrò dunque completamente in crisi, scatenando una reazione a catena di delegittimazioni e di continui rovesci di fortuna che avrebbe interessato progressivamente tutta la feudalità giapponese.
Non sappiamo con chi - tra i nuovi shogun di Muromachi, la Corte del Nord di Kyoto e la Corte del Sud di Yoshino - si fossero schierati i Nanjo, orfani del loro signore Hojo. Sappiamo però che, anche all'inizio della cosiddetta “epoca Muromachi” (1336-1568), la zona del Taiseki-ji era interessata dalla guerra civile, i cui protagonisti di rango minore, i samurai locali, passavano continuamente da una fazione all'altra.
Al tempio principale, pur essendo sempre i Nanjo a detenere la carica di amministratori e a farsi carico delle finanze del Taiseki-ji, Nichiji, il successore di Nichigyo dal 1365, fu costretto nel 1392 a chiedere aiuto e sostegno politico agli Imagawa, un clan feudale emergente della regione di Suruga, probabilmente legato alla Corte del Nord di Kyoto e quindi ai nuovi - e proprio quell'anno vittoriosi - shogun di Muromachi.
Un sostegno che serviva da una parte a dare nuova robustezza e legittimità alla casata dei Nanjo, dall'altra a sopperire con un'alleanza politica alla mancanza di vera autorevolezza dottrinale degli amministratori Nanjo nel dirimere una volta per tutte lo scisma ancora in atto al Taiseki-ji e la questione del Gongyo.
Nichiji infatti scriveva: «Nichiden, un monaco della fazione di Nichigo, ha preso dei contatti con un signore feudale della provincia di Suruga. Vi ha ingannato, dandovi delle informazioni false e sta soltanto cercando di aumentare il peso e l'influenza del suo gruppo. Vorrei che voi non prestaste fede a falsità così grandi e che affidiate tutta la responsabilità dell'amministrazione, così come l'autorità giurisdizionale del Taiseki-ji, al sesto amministratore, Nichiji. Se voi mi accorderete questo privilegio pregherò per la pace del vostro paese e del vostro clan4». Nichiji promette preghiere e protezione spirituale in cambio di appoggio politico. Un atteggiamento incredibilmente opposto alla fiera rivendicazione di autonomia e parità nei confronti del potere politico, propugnato da Nichiren Daishonin.
Il sesto amministratore Nichiji lascia la carica nel 1404. Il conflitto tra i discepoli di Nichigo e quelli di Nichido si comporrà l'anno dopo, dopo ben settantadue anni.
La prima “reggenza della Legge”
Non si conosce chi fu amministratore del Tempio tra il 1404 e il 1406. Nichia, il settimo, sarà amministratore soltanto per sei mesi - tra il 1406 e il 1407 - e a lui succederà Nichiei, un altro Nanjo. Nichia è l'unico amministratore, nel periodo che va tra il terzo, Nichimoku, e il nono, Nichiu, a non appartenere alla famiglia Nanjo.
E a proposito della trasmissione della direzione della scuola Fuji nel periodo compreso tra la morte di Nichiji (il sesto) e l'investitura di Nichiei (l'ottavo) emergono dettagli interessanti dagli scritti di Hori Nichiko, il cinquantanovesimo amministratore. Sembra che avesse richiesto a Nichia che anche un altro monaco - Yuino Joren, estraneo ai Nanjo - fosse incaricato della “reggenza della Legge”, in attesa che l'incarico fosse trasferito a Nanjo Nichiei, assente dal Taiseki-ji. Questo procedimento non è usuale e non è chiaro come Nichia sia potuto diventare amministratore a tutti gli effetti.
In un primo tempo, Nichia non sembra essere stato realmente nominato “amministratore” ma soltanto “reggente” (una carica piuttosto “di moda” all'epoca) in attesa che l'incaricato ufficiale, come al solito appartenente alla famiglia Nanjo, tornasse al tempio.
La “reggenza della trasmissione della Legge” (o “reggenza della Legge”) è un procedimento in cui una o più persone ricevono per un tempo limitato la trasmissione della Legge per ritrasmetterla a loro volta a un altro. Il fatto che Nichia fosse ricordato nella storia della scuola Fuji come amministratore è dunque probabilmente dovuto alla necessità di non interrompere mai la trasmissione detta “l'eredità della Legge”.
L'esistenza di questa procedura formale, se da un lato limitò la possibilità di usurpazioni, dall'altro finì per alimentare una sorta di “aura mistica” intorno a questo particolare cerimoniale5. Sarà proprio Nichiko in pieno XX secolo a porre fine a quest'aura leggendaria, rendendo pubblico il contenuto della cerimonia.
Fu dunque ai tempi di Nichia che fece la sua comparsa l'istituto della “reggenza della Legge” per la prima volta. Nacque nel 1352 e morì nel 1419 Nichiei, ottavo amministratore che pare fosse anche seguace degli insegnamenti Tendai. Fu nominato nel 1407, ricevendo la trasmissione da Nichia e da Yuino Joren. Nichiei esercitò il suo mandato per dodici anni, fino al 1419. A lui succederà Nichiu, l'ultimo dei Nanjo.
Note
1) Byakuren Ajari Nikko, Nikko ato jojo no koto
2)La sua permanenza a Kyoto porterà all'istituzione di un'altra scuola Nichiren, la Yoho-ji caratterizzata dal culto delle statue del Budda. Nel XVI secolo i patriarchi del Taiseki-ji proverranno dalla scuola Yoho-ji
3) La concezione del potere in Giappone era condizionata dall'esistenza di un dio vivente, l'imperatore, che proprio in qualità di dio aveva un rapporto soprannaturale con le cose e le questioni “terrene”. Un potere limitatamente concreto. Diversamente lo shogun era un uomo, un politico e un militare, che viveva questo mondo nella dimensione naturale degli esseri umani ed era quindi dotato di prerogative fondate sul diritto e basate su “normali” rapporti di forza politico-militari
4) Copia di una lettera del 1392, contenuta nella raccolta Scritti scelti della Scuola Fuji di Nichiko Hori, il cui destinatario è sconosciuto. Tre anni più tardi abbiamo delle attestazioni del fatto che la zona del Fuji rientrasse nei domini del signore Imagawa Sadayo, che potrebbe ragionevolmente essere il destinatario di questa lettera.
5) Kechimyaku Sojo (La trasmissione dell'eredità della Legge) è il procedimento formale di trasmissione dell'insegnamento buddista praticato da molte scuole. Basato sull'idea di trasmissione “da cuore a cuore” tipico di Shakyamuni è il momento climatico della relazione maestro discepolo presso la scuola Zen (la “trasmissione della Lampada” cioè della ciotola, del bastone, del mantello) o le scuole derivate dal Sutra di Diamante (Kongosho) in Tibet come in Giappone.



La corretta credenza
Ortodossia. In greco, corretta credenza.
Tutte le religioni, prima o poi, devono porsi il problema di che cosa sia la propria “corretta credenza”. L'esigenza dell'ortodossia si manifesta sullo sfondo del moltiplicarsi delle diverse interpretazioni di un insegnamento religioso. Una moltiplicazione quasi inevitabile man mano che ci si allontana dall'epoca in cui visse il fondatore e man mano che il suo messaggio religioso si propaga ed entra in contatto con persone e culture differenti. Di norma, si possono distinguere quattro fasi dal momento in cui nasce una religione: la prima, caratterizzata dalla predicazione e dalle azioni in vita del suo fondatore; la seconda, dalla diffusione dell’insegnamento da parte dei suoi discepoli diretti; la terza - successiva alla sua espansione - caratterizzata da pluralità di interpretazioni. La quarta manifesta l'esigenza - a fronte di quella pluralità - di una fissazione dell'insegnamento in un vero e proprio credo, che lo codifichi e lo definisca per sempre. Una ridefinizione che spesso porta a riscoprire la matrice originale di un insegnamento religioso e al rifiorire della “corretta credenza” grazie alla linfa vitale dello spirito del fondatore. Perché allora non fissare l'ortodossia in un dogma, o proteggere con il carisma della “infallibilità” chi dovrà amministrarla in futuro?
I PATRIACHI BAMBINI
«Siamo arrivati, in questo periodo, veramente alla fine di questo mondo. influenzata dalle tendenze negative che la circondano, anche la scuola fuji si è lasciata impregnare dallo spirito che caratterizza la fine di quest'epoca. La fede di molti si è fatta debole, non è più forte come una volta e la confutazione delle opposizioni alla legge è così debole da render chiaro come la scuola Fuji sia infine giunta alla fine dei suoi giorni. nulla per me è più doloroso di questa constatazione Nulla.» (Nichiin, I resoconti del maestro Nichiu, Opere complete della scuola Fuji).

All'inizio del XV secolo - a poco più di cent'anni dalla morte del Daishonin - la scuola Fuji attraversava un periodo di profonda crisi. Pian piano i vari amministratori della famiglia Nanjo si erano allontanati dallo spirito di Nikko e Nichimoku, e non erano stati in grado di affrontare efficacemente la decadenza, prima di tutto spirituale, della scuola Fuji. In questo contesto appariva chiara la necessità di una spinta riformatrice che riequilibrasse la situazione.
Il nono amministratore Nichiu si incaricò di realizzare questo “ritorno all'ortodossia”. Egli divenne amministratore del Taiseki-ji nel 1419, a soli diciassette anni, e fu l'ultimo dei Nanjo a ricoprire questa carica. E’ considerato il rifondatore della scuola Fuji a tutti gli effetti: chiarì la questione della “Trasmissione della Legge”, codificò in maniera definitiva la forma del Gongyo, risolvendo la disputa che aveva diviso Nissen e Nichidai; perfezionò la formazione dei monaci, si dedicò a lungo alle attività di propagazione.
Un rifondatore non solo spirituale: ricostruì il tempio principale e la Sala del Tesoro e, addirittura, riacquistò di tasca propria il Taisekiji, che era stato incredibilmente venduto in sua assenza.
Le due trasmissioni
Nichiu comprese dunque che il grosso problema della scuola Fuji era sostanzialmente la perdita della linfa vitale della trasmissione dell'integrità dell'insegnamento di Nichiren, ovvero il conseguimento della Buddità nella forma presente e la propagazione della Legge. Egli constatò che la fede, dai tempi di Nichimoku, era andata progressivamente indebolendosi, così come lo spirito della propagazione e l'impegno nel confutare le false dottrine. La stessa leggerezza caratterizzava anche il modo in cui si trasmetteva l'importante carica di amministratore del Taiseki-ji.
Nichiu per prima cosa definì i due termini della trasmissione della fede, generale e particolare. «La trasmissione generale della dottrina significa fede; la fede e la trasmissione dell'acqua della Legge1 sono una e una sola cosa. La trasmissione particolare significa il Dai Gohonzon del Mahayana definitivo che si trova al Taiseki-ji2».
Si tratta di due trasmissioni diverse, una spirituale e l'altra formale.
La prima riguarda tutti gli esseri senzienti e significa ereditare la stessa fede del Daishonin e trasmetterla, la seconda riguarda l'amministrazione del tempio, la protezione e la tutela del Dai Gohonzon.
Con Nichiu assistiamo dunque a un ritorno al messaggio originale del Daishonin: il flusso della trasmissione della Legge si interrompe se manca la fede e quest'ultima è la vera essenza della trasmissione.
Un gongyo e un Gohonzon per tutti
L'azione riformatrice di Nichiu si indirizzò anche verso il rituale religioso e la pratica. Per primo permise l'iscrizione di Gohonzon nei templi affiliati al Taiseki-ji, chiarendo che la prerogativa dell'iscrizione di Gohonzon personali non spettasse unicamente all'amministratore del tempio. Le campagne di propagazione furono favorite da questa decisione.
In secondo luogo, Nichiu dimostrò di possedere l'autorevolezza dottrinale necessaria per dirimere una volta per tutte la questione della recitazione del capitolo Gli Espedienti, stabilendo che la cerimonia di Gongyo consiste nella recitazione del capitolo Gli Espedienti fino ai dieci fattori e del capitolo Durata della vita del Tathagata. Gongyo si fa tre volte al giorno: alla mattina, nell'ora del Drago; a mezzogiorno, nell'ora del Cavallo e alla sera, nell'ora del Cane.
Tali direttive, per essere più incisive e definitive, vennero messe per iscritto dal suo discepolo Nanjo Nichiju nel Kegi Sbo (Sui rituali), raccolta di 121 articoli che costituiscono uno dei fondamenti dottrinali della scuola Fuji.
Nichiu a più riprese si dedicò alle campagne di propagazione. Si assentava per lunghi periodi dal Taiseki-ji spingendosi fino a Osho, nel nord del Giappone, a Kyoto e a Echigo.
Approfittando di una di queste sue prolungate assenze, il monaco incaricato dei servizi di guardia, d'accordo con i monaci anziani del tempio, vendette il Taiseki-ji a Okutsu, un signore feudale della zona del monte Fuji, per la modica somma di venti kan di monete (il kan è un'antica unità monetaria costituita da mille monete forate tenute insieme da una corda).
Per questa somma furono venduti tutti i templi, i tesori e naturalmente il Dai Gohonzon. Il Taiseki-ji cambiò proprietario e divenne, per sei anni, luogo di altri culti.
Al suo ritorno, l'esterrefatto Nichiu per prima cosa espulse i monaci colpevoli di quella vendita e ricomprò il Taiseki-ji per cinquanta kan. Ricostruì poi il tempio, la cui manutenzione era diventata molto approssimativa fin dai tempi della questione relativa al possesso del Renzo-bo. Ricostruì anche la sala del tesoro Gohozo dove verrà conservato il Dai Gohonzon fino al 1955.
Successivamente, farà costruire il Dai-Kyakuden (Sala dei Ricevimenti) e fonderà il tempio Honko-ji a Komase nella provincia di Suruga.
(Per approfondire: Nuovi gohonzon per l’aldilà)
La successione di Nichiu
Nel 1467 Nichiu trasmise le sue funzioni a Nichijo e si ritirò a Sugiyama nella provincia di Kai, pur tornando di frequente al tempio. Nel 1470 Nichijo trasferì la sua funzione di amministratore a Nittei, a causa della malattia che lo porterà alla morte due anni dopo Nittei tuttavia morì nel 1472, senza designare alcun successore.
Fu così che Nichiu, a 70 anni, fu costretto a riassumere la carica di amministratore del tempio per assicurare la trasmissione. Nonostante i suoi sforzi per incrementare la qualità della fede dei monaci, nessuno era in grado di assumere questo difficile incarico. Il fatto che Nichiu fosse stato nominato all'età di 17 anni dimostra come, ancora sessantanni prima, l'influenza della famiglia Nanjo sulla scuola e sulla scelta degli amministratori fosse ancora forte.
Al momento della successione di Nichiu la potenza dei Nanjo era completamente in declino oppure la famiglia aveva comunque difficoltà fornire altri amministratori. Nel 1482 Nichiu, poco prima di morire, designò come suo successore Nitchin, un giovinetto di 14 anni che divenne il 12° amministratore, Nitchin proveniva di una famiglia originaria della provincia di Shimotsuke che godeva di una certa influenza nella regione del Taiseki-ji, e fu proprio questo uno dei motivi per cui cadde su di lui la scelta di Nichiu; l'ultimo degli amministratori Nanjo si era infine rivolto a un esponente di una famiglia più potente della propria, per assicurare la successione al tempio in un periodo di ripresa della guerra civile.
Senkoku Jidai: il periodo del paese in guerra
Dalla seconda metà del XV secolo la regione del Taiseki-ji fu di nuovo teatro di guerre e massacri: i vari daimyo - i grandi signori feudali dell'epoca - cercavano in tutti i modi di sviluppare una loro autonomia nei confronti della famiglia degli shogun Ashikaga di Muromachi.
Riprese il sanguinoso gioco delle alleanze e dei tradimenti: il governo centrale dello shogun e dell'imperatore cominciò a contare sempre meno di fronte alle grandi signorie territoriali dei daimyo. L'intero Giappone precipitò nuovamente in un lungo e confuso periodo di anarchia militare che durò centocinquant'anni. Poiché la regione del Taiseki-ji si trovava al confine delle zone d'influenza di due potenti daimyo che si contendevano la zona di Kamakura, non poté rimanere estranea alle feroci battaglie e agli improvvisi capovolgimenti di fortune politiche e militari che caratterizzeranno la vita del Giappone fino al 1568. Solo allora il grande condottiero Oda Nobunaga, sbaragliando uno dopo l'altro tutti i propri avversari, compreso l'ultimo shogun Ashikaga di Muromachi, metterà le basi di una rinnovata riunificazione politica.
In quell'epoca di anarchia fu norma ricorrere a qualsiasi strategia per far salvi i propri interessi, politici, militari o religiosi. Si ricorse spesso all'uso del sistema della reggenza per limitare i casi di discontinuità nella discendenza delle famiglie eminenti. Questo istituto si estese anche alle scuole religiose.
Da secoli, del resto, in Giappone era consuetudine che anche le due massime cariche del paese - l'impero e lo shogunato - fossero spesso gestite da diarchie composte da un reggente che esercitava le prerogative reali di quel potere e uno shogun o un imperatore in carica, ma senza effettiva autorità3.
Nichiu si ricordò delle circostanze relative alla sua nomina appena diciassettenne sotto la tutela di un “reggente della Legge” di fiducia dei Nanjo – la stessa cosa era stata per il suo predecessore Nichiei - e non sentì innaturale in quella situazione affidare la carica di amministratore al giovanissimo Nitchin. Questi aveva il vantaggio di discendere da una delle nuove famiglie emergenti della regione.
A tutela dell’ortodossia religiosa Nitchin fu affidato a un vero e proprio “consiglio di reggenza”. Ancora una volta Nichiu dava mostra di comprendere con grande intelligenza come proteggere l'insegnamento del Daishonin - compito del consiglio di reggenza - e tutelare contemporaneamente la sopravvivenza fisica del monastero collegandolo a una famiglia di daimyo emergenti.
(Per approfondire: Gosho falsi per le cerimonie funebri)
“Infallibilità” degli amministratori bambini
Nitchin (1469-1527) fu amministratore della scuola Fuji per 45 anni. Venne inizialmente affiancato da un segretario particolare, Skyoa Nikkyo, e da un gruppo di monaci incaricati di “scortarlo”. Egli instaurò una nuova pratica di Gongyo che prevedeva la recitazione di due Gongyo, uno al mattino e uno alla sera, facendo il giro completo degli edifici del Taiseki-ji. Nel 1522 fece costruire la prima porta principale chiamata Sanrnon. Costruì anche lo Hondo (tempio principale) e il Miei-do (Sala della statua).
Durante il suo incarico viene introdotto per la prima volta, ad opera del suo segretario Skyoa Nikkyo, il concetto di “infallibilità dell'amministratore”.
Questo principio inizialmente aveva lo scopo di tutelare l'autorità dei “piccoli” amministratori, mettendoli al riparo dalle contestazioni che potevano sorgere all'interno della scuola, ma in seguito fu utilizzato per giustificare il rafforzamento dei poteri dell'amministratore.
Skyoa Nikkyo affermò che: «Il grande patriarca dell'epoca è l'equivalente di Nichiren Daishonin e incontrarlo equivale a incontrare Nichiren Daishonin vivo» e che «L'entità del Gohonzon si trova là dove è il Grande Patriarca della nostra epoca. Il fatto di incontrare l'amministratore, che è la reincarnazione di Nichiren Daishonin, equivale a incontrare Nichiren Daishonin vivente» (Hori Nichiko, Opere scelte della Scuola Fuji, volume II)4.
A imitazione delle altre scuole dell'epoca, il termine hoshu (Grande patriarca), che fino a quel momento era stato attribuito soltanto a Nikko Shonin, venne esteso a tutti coloro che gli erano succeduti e ovviamente al giovinetto Nitchin. Skyoa Nikkyo, per di più, giocò intenzionalmente sulla assonanza tra i termini hoshu e kyoshu (fondatore dell'insegnamento), per stabilire il principio che “il grande patriarca è uguale al Budda originale”, ed è quindi “infallibile5”.
A Nitchin successe Nichiin (1518-1589) che amministrò il tempio per 46 anni, dal 1527 al 1573. Aveva solo 9 anni quando entrò in carica. Il Kachu Keinmon spiega che suo nonno era il daimyo della regione di Iyo. Due gli eventi che caratterizzarono il suo mandato: il primo fu il suo rifiuto di cooperazione e scambio con una scuola non ortodossa di Nichiren, proposta fatta nel 1558 da Nissin, superiore del tempio Yohoji di Kyoto.
Nel 1569 poi, durante i combattimenti tra fazioni del clan del daimyo Takeda Shingen, il Taiseki-ji venne incendiato. Il quattordicesimo patriarca fu Nisshu (1555-1617), l'ultimo dei cosiddetti “patriarchi bambini” che resse la carica per 23 anni, dal 1573 al 1596. Proveniva dal potente clan Uesugi collegato all'astro nascente del principe Oda Nobunaga e dei suoi due alleati e futuri successori Toyotomo Rideyoshi e Ieyasu Tokugawa. Gli Uesugi rappresentavano il partito di Nobunaga (appoggiato dai portoghesi e a sua volta protettore dei gesuiti) nella regione, contro le armi del daimyo Takeda Shingen, il cui clan di samurai buddisti aveva a lungo avuto il predominio sul Suruga e sul Fuji. Nel 1582, data del trecentesimo anno della morte di Nichiren, il Taiseki-ji “terra nemica”- fu saccheggiato da un gruppo di samurai del figlio di Takeda Shingen, Katsuyori.
In quell'occasione – si dice - andarono perduti gli originali dei due Atti di trasmissione di Nikko Shonin. In seguito, essendo stati sbaragliati i Takeda a Nagashino e avendo Nobunaga “pacificato” la regione e unificato mezzo Giappone, Nisshu proporrà al monaco Nissho della scuola Yoho-ji di Kyoto di entrare a far parte del Taiseki-ji.
Nisshu sperava che la reputazione di erudito di Nissho, monaco di un tempio di Kyoto tornata vera capitale, portasse fama e nuove finanze al Taiseki-ji; ma quel Nissho non accettò. Tuttavia, nel 1594, un altro Nissho - anch'esso proveniente dal tempio di Yoho-ji - entrò a far parte del Taiseki-ji e due anni più tardi ricevette da Nisshu le funzioni di patriarca. Il periodo dei patriarchi bambini si concluse dopo 114 anni quando venne affidata la direzione della scuola Fuji a un monaco di una scuola non ortodossa.
Note
1)In giapponese Hossui Shabyo
1) Nichiin: I resoconti del Maestro Nichiu, da Opere complete della Scuola Fuji
2) Questo sistema aveva l'indiscutibile vantaggio di poter coprire con il minor numero di persone il maggior numero di anni possibile. Un secolo poteva essere coperto da due sole persone che entrassero in carica intorno ai dieci anni e che vi restassero fino ai sessanta. La successione, in molti clan, seguì così la linea agnatizia nonno-nipote e non padre-figlio. Al Taiseki-jì, nel periodo dei patriarchi bambini, tre soli patriarchi coprirono 114 anni. Ovviamente anche questo sistema aveva un difetto: chi avrebbe “controllato” i vari consigli di reggenza? Di fatto, in questo periodo, questi organismi furono spesso le maschere del potere reale. Si ricorse anche al sistema dei sosia. Morto il detentore di una certa carica, la sua “ombra” ne prendeva il posto, controllata dall'entourage del defunto. Vi furono figure eminenti che “sopravvissero” per molti anni alla propria morte.
4) La base teorica di questa estensione della entità del Budda originale all'amministratore del Taiseki-ji è l'interpretazione dei Tre tesori come “unico tesoro”, dove la trasmissione generale e quella particolare si considerano coincidenti e dove l'aspetto rituale e quello essenziale sono anch'essi definiti coincidenti (Kempon busshaku). Tale teoria è stata recentemente rimessa in auge dal sessantasettesimo patriarca Nikken in occasione dell’ Invito allo scioglimento della Soka Gakkai (Newsletternr.1, gennaio'92)
5) Per cui da adesso in avanti anche nella nostra trattazione sostituiremo “patriarca” ad “amministratore”


LA SCUOLA YOHO-JI

I principi guerrieri
Sul violento Nobunaga: Se il cuculo non canta, uccidiamolo subito!
Sull'abile Hideyoshi: Se il cuculo non canta, convinciamolo a cantare!
Sul paziente Ieyasu: Se il cuculo non canta, aspettiamo che canti!
Così un poeta dell'epoca descrisse in tre haikai rimasti famosi i tre “principi guerrieri”, che unificarono il Giappone nel XVI secolo.
Quasi coetanei e originari della medesima provincia, si alternarono alla guida della riunificazione nazionale contro il particolarismo dei daimyo e il fallimento degli shogun di Muromachi.
II nobile Oda Nobunaga era generale terribile, uomo coltissimo e raffinato; avversò il Buddismo e il potere dei monasteri e dei monaci, protesse il Cristianesimo e si dedicò anima e corpo a sgominare i daimyo indipendenti. Alla sua morte (1582) aveva in suo potere 32 province su 68.
La sua opera fu completata con più largo uso della diplomazia - dal suo generalissimo Hideyoshi; un ex contadino che aveva fatto carriera nell'esercito. Portata a termine la riunificazione, si dedicherà alla riorganizzazione dello Stato e all'invasione della Corea. Ieyasu Tokugawa salì alla ribalta nel 1598, alla morte di Hideyoshi.
Fino ad allora aveva sostenuto tra le quinte - con accorta prudenza - l'opera dei predecessori. Sarà lui a dotare il Giappone di un assetto politico stabile; la sua discendenza governerà lo Stato fino al 1868.
Il cuore della Legge
«L'insegnamento della scuola Fuji deve seguire fedelmente quello del maestro fondatore». Così recita il primo dei ventisei ammonimetni lascaiti da Nikko Shonin ai suoi discepoli. E l'ottavo afferma: «I monaci che non hanno la padronanza della filosofia buddista e che non cercano altro che celebrità e profitto non sono miei discepoli».

Questi articoli sembrano scritti apposta per la storia del Taiseki-ji che va dalla fine del '500 alla fine del '600. Durante questo secolo, infatti, tutti i patriarchi della scuola Fuji provengono dalla scuola Yoho-ji di Kyoto.
Accettando l'appoggio economico dei protettori laici di questa scuola, i monaci del Taiseki-ji riuscirono sì a superare una fase di gravi difficoltà finanziarie, però a discapito non solo dell'indipendenza ma soprattutto della fedeltà al corretto insegnamento di Nichiren Daishonin.
Le devianze che i patriarchi e i monaci provenienti dalla capitale imposero al Taiseki-ji, infatti, sono numerose e tutte decisamente gravi.
Le prime due ebbero origine ancora prima che fosse creato lo stesso tempio Yoho-ji.
Le statue di Nichizon
Un discepolo di Nikko, Nichizon, fu uno dei monaci che accompagnarono nel 1333 Nichimoku Shonin in viaggio a Kyoto con lo scopo di recapitare alla corte imperiale una lettera di rimostranze. Il maestro morì durante il viaggio e Nichizon decise di stabilirsi a Kyoto, fondandovi il tempio Jogyo-in intorno al 1339. Dalla fusione di questo tempio con quello Juon fondato dal monaco Nichidai – uno dei discepoli di Nichizon - ebbe origine il tempio Yoho-ji.
Nichizon fece porre in alcune teche all'interno del tempio le statue del Budda Shakyamuni e dei suoi dieci discepoli, in evidente contraddizione con l'insegnamento di Nichiren. La pratica di venerare le statue del Budda fu in seguito teorizzata dal monaco Nissin - il responsabile della fusione dei templi Jogyo-in e Juon-in due trattati che costituirono la base degli insegnamenti dei monaci provenienti dalla scuola Yoho-ji: il Trattato sulla fabbricazione della statua del Budda e il Trattato sulla lettura del Sutra del Loto.
In questi scritti, Nissin sosteneva che la pratica dovesse comprendere la venerazione della statua del Budda e la lettura di tutti i capitoli del Sutra del Loto. Eppure, Nichiren Daishonin spiega molto chiaramente che l'oggetto di culto corretto è il Gohonzon delle tre grandi Leggi segrete e che la pratica essenziale, oltre al Daimoku, è recitare il secondo e il sedicesimo capitolo del Sutra del Loto.
(Per approfondire: Un nuovo oggetto di culto: "le statue")
Interiore o esteriore?
Come si spiega, allora, che nel 1594 Nissho, un monaco dello Yoho-ji, benché appartenente a un tempio eretico, fosse invitato al Taiseki-ji?
Venticinque anni prima, nel 1596, il Taiseki-ji era stato parzialmente incendiato da una banda di samurai dei Takeda. La ricostruzione di questi edifici rappresentava un investimento molto importante per la scuola, che stava attraversando gravi difficoltà finanziarie. Oltretutto, i monaci nutrivano una sorta di complesso d'inferiorità verso la prosperità dei templi di Kyoto e il prestigio dei loro monaci. In particolare, il tempio Yoho-ji godeva della massima considerazione alla corte imperiale, soprattutto per l'erudizione dei suoi monaci.
Il quattordicesimo patriarca Nisshu sperava che la reputazione del monaco Nissho dello Yoho-ji portasse fama e nuove finanze al Taiseki-ji: nulla importava la evidente contraddizione tra l'adorazione delle statue e l'insegnamento di Nichiren.
L'oggetto di culto del Buddismo del Daishonin è la rappresentazione del mondo interiore del Budda originale di kuon ganjo: la materializzazione di ichinen sanzen e l'identità di Persona e Legge raffigurate nel Dai Gohonzon; niente a che vedere con una statua che è la rappresentazione esteriore dell'aspetto del Budda. Tuttavia l'ambizione di entrare nell'entourage di una corte nuovamente importante e la ricerca di nuovi appoggi finanziari e politici fece dimenticare la fondamentale differenza tra i diversi oggetti di culto.
Non solo venne accolto nel tempio principale un monaco di un altra scuola ma, appena due anni dopo, nel 1596, divenne il quindicesimo patriarca Nissho, inaugurando la serie dei patriarchi provenienti dallo Yoho-ji, che si sarebbero avvicendati fino alla fine del '600.
Il sedicesimo, Nichiju, assunse la carica nel 1607. Egli avrebbe ricoperto due volte questo ruolo, così come sarebbe avvenuto per il quindicesimo e il diciassettesimo patriarca.
Non si conoscono le ragioni di questi cambiamenti; si può solo supporre che esistessero forti rivalità tra i monaci, protetti da potenti benefattori1.
La dama del tempio
Nel 1632, grazie alle proprie conoscenze influenti, Nissei divenne il diciassettesimo patriarca della Scuola Fuji: la dama Kei-dai-in, una delle principali benefattrici2 del Taiseki-ji, era sua madre adottiva. Moglie del signore della regione di Tukushima, esercitava una grande influenza sul tempio. Nissei installò il Dai Gohonzon nel tempio Miei-do perché potesse ricevere la preghiera di appartenenti ad altre scuole, malgrado Nikko Shonin avesse spiegato che non bisogna mostrare il Dai Gohonzon a chi non ha fede in esso.
Nissei scrisse lo Zuigi-Ron nel tentativo di giustificare le proprie dottrine non ortodosse: «Io feci costruire una statua del Budda l'anno seguente all'inaugurazione del tempio Hosho. Questo fatto provocò grandi turbamenti sia fra i monaci che fra i laici. E per dissipare i loro turbamenti e i loro dubbi che ho intinto il pennello nell'inchiostro». Il turbamento provocato dalla costruzione della statua del Budda era legittimo: il Budda storico non si è mai fatto venerare come una divinità. Nichiren Daishonin lo conferma nel Gosho: «Il vero significato dell'apparizione del Budda Shakyamuni in questo mondo sta nel suo comportamento di essere umano» (SND, vol. IV, p. 179).
Nissei si era stabilito a Edo, dove costruì vari templi per la scuola Fuji. In seguito vi fece edificare delle statue del Budda e vi praticò la lettura completa del Sutra del Loto. Tuttavia al Taiseki-ji dovette affrontare una forte opposizione condotta sia dai monaci che dai laici, senza però riuscire a cambiare la forma tradizionale di pratica.
Nissei dovette lasciare la sua carica al diciottesimo patriarca Nichiei soltanto un anno dopo la sua nomina. Infatti, in seguito a un conflitto con la dama Kei-dai-in, fu costretto a lasciare il Taiseki-ji per il tempio Jozai di Edo. Comunque, ancora grazie alle proprie conoscenze influenti, continuò a svolgere un ruolo importante in seno alla scuola Fuji durante il mandato di Nichiei, che era di salute cagionevole.
Alle dimissioni di quest'ultimo, nel 1637, Nissei si appropriò di nuovo della carica di patriarca, questa volta senza averne ricevuto la trasmissione. I credenti laici, temendo che senza patriarca ufficiale il tempio non venisse più riconosciuto, chiesero di nuovo l'intervento della dama Kei-dai-in, che nomino Nisshun diciannovesimo patriarca del Taiseki-ji, probabilmente intorno al 1641, data che coincide con l'apparizione dei primi Gohonzon iscritti da lui.
All'inizio dell'età Edo, epoca in cui il potere era fortemente centralizzato, una benefattrice influente aveva la possibilità di nominare e di destituire i patriarchi a suo piacimento. Nisshun divenne così patriarca senza alcuna trasmissione ufficiale.
Nissei ripartì per Edo; solo quattro anni più tardi, riconciliatosi con la dama Kei-dai-in, accettò finalmente di condurre la cerimonia di trasmissione a Nisshun, in modo da ufficializzarne la funzione.
Patriarchi infallibili e offerte governative
Si verificarono comunque forti contestazioni nei confronti di Nisshun. Per calmare le acque Nikkan, il capo del tempio Yoho-ji, che aveva raccomandato Nisshun, ricominciò a parlare dell'infallibilità del patriarca3.
Era la seconda volta che questo concetto non ortodosso appariva nella storia della scuola Fuji. Nitten successe a Nisshun nel 1652 per divenire il ventesimo patriarca della scuola Fuji. All'epoca il tempio Kuonji della scuola Minobu deteneva un potere amministrativo su tutte le altre scuole Nichiren. Il Kuon-ji pretese che queste accettassero di considerare le donazioni del governo come offerte alla Legge mistica. Se qualche scuola mostrava poca sollecitudine nell'accettarle, il Kuon-ji si incaricava della repressione con l'aiuto delle autorità.
Fu così che il Kuon-ji domandò quattro volte ai cinque templi più importanti delle scuole Nichiren - il Taiseki-ji, l'Honmon-ji di Kitayama e quello di Nishiyama, il Kuon-ji di Koizumi e il Myoren-ji - di accettare le offerte del governo. Dopo aver tergiversato un po', nel 1665 il Taiseki-ji consegnò una lettera con cui si impegnava a ricevere le offerte: «Noi consideriamo ormai tutto quello che riceviamo da parte vostra come offerte alla Legge. Questa decisione è molto diversa da quella della scuola Fuji-Fu se (che rifiuta categoricamente le vostre offerte)4. Noi dichiariamo che quanto precede è conforme alla verità. (Redatto il 21 agosto 1665 dallo Honmon-ji, dal Myoren-ji e dal Taiseki-ji)».
Sempre nel 1665, il patriarca Nitten visitò il Kuon-ji, il tempio della scuola Minobu, che Nikko Shonin aveva lasciato nel 1289 in seguito al tradimento del monaco Niko e del signore del luogo, Hakiri Sanenaga.
Nel secondo dei Ventisei ammonimenti, Nikko Shonin spiega la natura reale dei cinque preti anziani, e quindi anche della scuola Minobu fondata di Niko: «Le dottrine di ciascuno dei cinque preti anziani sono opposte a quelle che il nostro maestro ci ha in segnato. Inoltre, il 21° articolo di Nikko Shonin afferma: Non bisogna mai partecipare a una cerimonia comune assieme a quelli che si oppongono alla Legge. Dovete temere di essere altrettanto colpevoli di loro».
Oltre quarant’anni dopo la disastrosa amministrazione di Nissei, il ventiduesimo patriarca Nisshun (omonimo del 19°) e il ventitreesimo patriarca Nikkei eliminarono le statue del Budda. Ma si sarebbe dovuto aspettare Nichikan Shonin perché le dottrine non ortodosse dello Yoho-ji venissero eliminate definitivamente.
Ultima invenzione di questo periodo fu il concetto di “cuore della Legge” (hokon) per descrivere la trasmissione dell'eredità della Legge di un patriarca al suo successore, suggerendo così che qualcosa di speciale - una sorte di entità spirituale - passasse di mano durante il trasferimento della carica, come “l'acqua versata da un recipiente all'altro”, permettendo così al successore di raggiungere lo stato di Illuminazione del Budda. Ma il Gosho afferma: «Nichiren si sforzò di risvegliare tutti gli abitanti del Giappone alla fede nel Sutra del Loto, affinché potessero loro stessi condividere questa eredità e conseguire la Buddità» (Gosbo Zenshu, p. 1337).
E ancora: «Senza l'elemento vitale che è la fede, anche guardare il Sutra del Loto è vano» (ibidem, p. 1338). A prescindere dalle sue capacità, il patriarca resta un discepolo di Nichiren Daishonin, alla stessa stregua di tutti gli altri monaci e laici.
Il “cuore della Legge” è un'invenzione dei monaci volta a creare una maggiore autorità sui credenti attraverso la superstizione5. Quando, nel 1581, il tempio principale venne saccheggiato da una banda armata, vennero distrutti anche gli originali degli Atti di Trasmissione redatti da Nichiren Daishonin. Questa perdita agevolerà in seguito la diffusione di una concezione mistica della trasmissione da un patriarca all'altro.
Come disse Nichiren Daishonin: «Non considerate gli avvenimenti che alla luce del Sutra. Non fidatevi di nessun'altra percezione extrasensoriale né di poteri occulti» (Gosbo Zensbu, p. 16).
Note
1) Terminato infine il secolare bagno di sangue delle “Età del paese in guerra” e dell'epoca Momoyama anziché di armatissimi protettori feudali i templi abbisognano di più pacifici ‘benefattori’: laici eminenti che sostenessero finanziariamente i templi e che, ben introdotti a Kyoto o a Edo, sapessero mettere quel tempio o quella scuola in una luce favorevole presso i nuovi poteri politici.
2) Giunta la pace, tornano a essere visibili le potenti dame di corte, spesso abili protagoniste del gioco diplomatico. Le famiglie dei grandi feudatari erano costrette a soggiornare permanentemente nelle capitali, quasi ostaggio dello shogun Tokugawa (nobiltà buke) o dell'Imperatore (nobiltà kuge). I feudatari loro consorti avevano l'obbligo al soggiorno semestrale nelle capitali e solo negli altri sei mesi potevano raggiungere e amministrare direttamente i loro feudi. Intorno a quelle dame nacquero delle vere e proprie corti di artisti, religiosi, sfaccendati vari che animarono una intensa vita di intrighi politici, amori e opere letterarie di alto livello, a Kyoto come a Edo.
3) Nikkan, patriarca dello Yoho-ji, così scrisse in una lettera inviata ai benefattori del Taiseki-ji:«Quando un qualsiasi monaco diventa grande patriarca e riceve la trasmissione deve essere considerato come il Budda Shakyamuni vivente, come Nichiren Daishonin. Ecco cosa ha insegnato Nikko ed ecco la dottrina più importante per i credenti di questa scuola... »
4) La scuola Fuji Fuse, l'attuale Kempon Hokke Shu fu fondata un secolo dopo la morte del Daishonin dal monaco Nichiju. Ha come oggetto di culto un Gohonzon autografo di Nichiren (dato a Nichiro, uno dei Rokuro) firmato Jogyo-Nichiren. Per la Kempon Hokke Shu il Budda originale è l'eterno Shakyamuni del sedicesimo capitolo e non Nichiren Daishonin (considerato appunto come il Bodhisattva Jogyo), considera il Dai Gohonzon un falso, anche se tra i sei preti anziani considera in linea con il Maestro soltanto Nikko. Secondo la Kempon Hokke Shu non ci fu alcuna trasmissione particolare tra Nichiren e Nikko e tra questi e Nichimoku.
Nel periodo Edo fu l'unica scuola Nichiren ad affrontare per la sua intransigenza dure persecuzioni che portarono all'imprigionamento, alla tortura e alla morte molti dei suoi fedeli.
5) Espressioni come “il cuore della legge” o “l'acqua versata da un recipiente all'altro” orecchiano stranamente altre espressioni simili in uso all'epoca in altre scuole buddiste, soprattutto in quella Zen, che proprio allora conobbe un'ampia diffusione nella casta militare al potere e nelle corti.


NICHIKAN SHONIN

Una domanda difficile
Una sera d'estate del 1683, il giovane Ichinoshin si trovava davanti al cancello del tempio Kannon. Vide un pellegrino che si avvicinava lentamente suonando una campanella; sulla schiena portava i rotoli del Sutra del Loto e continuava a invocare il nome del Budda Amida. Sulla sua bisaccia erano scritte queste parole: «Dedicarsi ai 66 mistici sutra mahayana». Ichinoshin gli chiese che cosa significassero quelle parole. Il viandante rispose: «Prego per i nostri discendenti, offrendo il Sutra del Loto al bodhisattva Kannon in ciascuna delle 66 province del Giappone».
«Allora perché hai con te una campana, e cosa stai recitando?» «Suonare la campana indica il rapido cambiamento dei fenomeni di questo mondo, e io recito il nembutsu affinché il Budda Amida ci conduca alla Terra Pura nella parte occidentale dell'universo». Ichinoshin gli chiese: «Perché tanta incoerenza nelle tue azioni?». L'uomo replicò: «lo sono solo un laico. Non so rispondere a una domanda difficile come questa».
Fu in quel momento che Ichinoshin decise di entrare nel tempio e divenire monaco. Anni dopo, quando prese il nome di Nichikan, capì che la missione della sua vita era rispondere a quella domanda.
Ritornare al Daishonin
«Con questo Rokkan Sho in mano, voi siete come il re leone e non dovrete avere la benché minima paura, anche se tutte le volpi e le lepri di ogni scuola del giappone dovessero tutte insieme dare assalto al tempio principale».(Nichikan Shonin).

La rigidità dell'organizzazione del potere imposta dal sistema danka finì paradossalmente per favorire un graduale distacco del Taiseki-ji - che era allora considerato un tempio minore legato alla scuola Shoretsu, un sottogruppo della Nichiren Shu che raggruppava all'epoca tutte le scuole Nichiren e rivendicava un diretto legame con Nikko Shonin - dal sostegno della scuola Yoho-ji.
Nel 1641 la scuola Fuji venne di nuovo riconosciuta ufficialmente dal governo Tokugawa e poté riorganizzare le sue strutture come centro di potere amministrativo. Il Taiseki-ji quindi indisse anch'esso un censimento dei laici della regione e intraprese la strada delle altre correnti, perseguendo un Buddismo dei funerali e delle cerimonie commemorative.
Rinfrancata nelle finanze, grazie ai proventi di cui poteva così giovarsi, la scuola Fuji tornò nel 1692, dopo novantasei anni, a designare come patriarchi monaci provenienti dai propri templi: è il momento di Nichiei, nominato ventiquattresimo patriarca da Nikkei.
Nichiei era stato responsabile al tempio Jozai di Edo e aveva avuto tra i suoi discepoli un giovane brillante, molto motivato nella sua ricerca spirituale e allievo modello: Ichinoshin. Nato in una famiglia di samurai ed entrato all'età di quindici anni al servizio del signore Sakai, Ichinoshin era riuscito ad affrancarsi da quest'obbligo per seguire la propria vocazione monastica. Non deve essere stato facile per lui opporsi alla tradizione di famiglia, infrangendo le rigide regole del sistema di caste del periodo danka, per passare a uno status sociale considerato inferiore. All'età di 19 anni ebbe modo di conoscere Nissei, il diciassettesimo patriarca, cui poté esprimere tutte le sue perplessità sull'incoerenza e sulla diversità degli insegnamenti buddisti. Fin da allora lo studio fu il suo motivo di vita: non per semplice passione da erudito, bensì per stabilire e spiegare l'insegnamento corretto nel modo più ampio possibile e senza fraintendimenti.
Nel 1689 entrò nel seminario dei monaci di Hosokusa Danrin, e il lungo ma fruttuoso percorso di studio e applicazione lo portò, nel 1708, a essere responsabile della scuola: in questa occasione assunse un nuovo nome, Nichikan. Oltre a tenere lezioni di Gosho, si dedicò alla stesura di vari trattati. La sua opera principale fu il Rokkan Sho, trattato in sei volumi in cui confutava le scuole non ortodosse. Fondato su una fede profonda, il suo lavoro di esegesi diventerà un punto di riferimento non solo per la sua epoca ma anche per le generazioni future.
Il primo volume mette in luce la superiorità del capitoloDurata della vita del Tathagata rispetto agli insegnamenti teorici, nei quali il principio di ichinen sanzen è solo accennato, e giunge alla conclusione che il vero insegnamento da propagare nell'Ultimo giorno della Legge è il Gohonzon delle tre grandi Leggi segrete. Segue una esaustiva spiegazione delle tre grandi Leggi segrete. Nichikan passa poi a spiegare il Sutra del Loto dal punto di vista del Buddismo delle tre grandi Leggi segrete e a refutare le pratiche erronee che stavano diffondendosi nella scuola sotto l'influenza dei patriarchi dello Yoho-ji. Stabilisce, una volta per tutte, che i credenti devono avere come oggetto di culto il Gohonzon e non le statue di Shakyamuni, e devono recitare i capitoli Gli Espedienti e Durata della vita del Tathagata invece dell'intero sutra. Nell'ultimo volume, destinato più specificamente ai monaci, chiarisce nel dettaglio gli aspetti concreti della loro vita quotidiana come, ad esempio, la foggia degli abiti e l'uso del juzu.
Il messaggio costante che sottende tutta l'opera è lo spirito di propagazione e la convinzione assoluta che kosen-rufu sarà realizzato. Egli fu il primo a proporre uno studio rigoroso e preciso del Gosho, fedele allo spirito di Nichiren Daishonin; per questo la qualità della sua opera resterà ineguagliata.
Nel 1718 Nichikan venne nominato ventiseiesimo patriarca. Consapevole della confusione dottrinale che regnava nella sua epoca, decise di ripristinare all'interno della scuola uno studio serio degli insegnamenti, impegnando si a far crescere nuovi discepoli. Pur essendo proibito qualsiasi dibattito religioso, Nichikan non si sottrasse al confronto epistolare con altre correnti buddiste, sottolineando anche l'importanza della propagazione: «le menti di coloro che dimenticano i quattro principi fondamentali e la pratica di shakubuku sono simili a quelle di coloro che disprezzano la Legge».
Il coraggio che Nichikan esprimeva in questa affermazione ispirerà il primo consistente movimento laico di propagazione. A Kanazawa, nei pressi di Nagano, molti laici cominciano a praticare grazie a Fukuhara Akifusa, che aveva approfondito la fede proprio sotto la sua guida.
L'area di propagazione si estese rapidamente, fino ad arrivare a regioni molto lontane dai templi della scuola Fuji. Nel 1726 - anno della morte di Nichikan Shonin - sotto l'impulso di questo movimento, nella regione di Kanazawa furono 12.000 le persone convertite.
Nel 1720 Nichikan istituì un nuovo centro di studi e si dimise dalla carica di patriarca: preferì dedicarsi a tempo pieno alle ricerche sugli insegnamenti di Shakyamuni e sui Gosho di Nichiren Daishonin1.
Quattro anni più tardi, in seguito al la morte di Nichiyo, il suo successore, Nichikan riassunse la carica di patriarca e fece costruire molti edifici all'interno del Taiseki-ji, tra cui la famosa pagoda a cinque piani.
La sua ultima apparizione in pubblico fu all'inizio del 1726 quando Nichikan ritornò a Edo, al tempio Jozai ji, per tenere una serie di lezioni sul trattato L’oggetto di culto per l’osservazione della mente.
Di ritorno al tempio principale, nel maggio dello stesso anno, la sua salute cominciò a peggiorare. Ai discepoli preoccupati che lo pregavano di riguardarsi, egli rispondeva tranquillamente: «Ho un motivo molto valido per rifiutare le medicine. T'ient-t'ai ci ha insegnato che quando si raggiunge un certo livello di comprensione progredendo nella pratica, i tre ostacoli e i quattro demoni si manifestano e combattono con forza per ostacolarci. (...)
La nostra scuola prospera sempre di più di anno in anno. Così i tre potenti nemici non mancheranno certo di manifestarsi nel prossimo futuro. Dall'inizio della primavera, io ho offerto delle preghiere speciali ai tre tesori per prevenire lo scatenamento dei disastri. Le divinità buddiste avendo avuto pietà mi hanno mandato questa malattia invece degli ostacoli che i nemici della Legge avrebbero messo sul nostro cammino.
Visto che posso alleggerire in questo modo le retribuzioni karmiche della nostra scuola, non c'è motivo che vi preoccupiate per me». Verso la fine di luglio, Nichikan trasferì la sua carica a Nicha. Avendo sempre vissuto in modo modesto e morigerato, Nichikan poté lasciare una considerevole somma di denaro allo scopo di sostenere le attività dei monaci delle regioni povere e di mantenere una fondazione per l'educazione dei più giovani.
Morì serenamente il 19 agosto 1726, durante una recitazione di Daimoku. Il giorno prima della morte, aveva composto la sua ultima poesia.
Eterni sono l'acqua e il vento
uguali il Budda
e il comune mortale
Fusi sono l'universo
e la mia vita
che serenamente procede
Il fiore della mia vita
ora appassisce
nell'Ultimo giorno della Legge
eppure proviene dal seme
di un passato senza inizio.


Note
1) Il tredici giugno 1720 Nichikan Shonin iscrisse il Gohonzon donato poi alla Soka Gakkai affinchè, a partire dal 1992, potesse consegnare nuovamente i gohonzon ai praticanti che ne fanno richiesta.


UFFICIALI DI STATO CIVILE

Il “certificato” di appartenenza
Modellato sugli schemi sociali previsti dal Testamento di Ieyasu, uno scritto istituzionale del fondatore dello shogunato Tokugawa, il sistema danka divenne operativo a partire dal 1632. I templi buddisti divennero centri amministrativi statali cui competeva la gestione delle registrazioni di stato civile e degli atti amministrativi, nonché le cerimonie riguardanti la vita quotidiana dei laici del distretto (danto). A ognuno di essi il tempio rilasciava il “certificato di appartenenza”. Senza di esso era impossibile lavorare, viaggiare, o semplicemente vivere in pace. Chi disobbediva, si vedeva requisire il certificato, diventava un “non registrato” e veniva escluso dalla vita sociale. Grazie a questo sistema, i vari templi poterono in breve tempo incrementare la propria posizione economica e di potere. Il governo versava loro un compenso per lo svolgimento delle mansioni amministrative, e completavano gli introiti le offerte ricevute per officiare le cerimonie.
Il sistema danka non era solo un mezzo di riorganizzazione amministrativa, ma interferiva pesantemente nella vita religiosa.
I Tokugawa proibirono ogni forma di dibattito religioso, con il pretesto che tale confronto «equivale a far vanto del proprio insegnamento e a denigrare quello delle altre scuole».
La conseguenza di questa imposizione fu l'arresto di ogni forma di propagazione. La tradizionale accesa rivalità fra le scuole buddiste si trasformò dunque in una gara per accattivarsi le autorità.
L'ERA DEI DANTO
«Nichei fu nominato per la seconda volta patriarca durante una riunione e in seguito a un accordo tra monaci e laici».(Nichiren Shonin, autobiografia).

Arruolati nel sistema danka come ufficiali di stato civile e appagati da questo status sociale i monaci sembravano completamente estranei alla nuova sistema realtà dei laici che si dedicavano alla propagazione.
Eppure fu proprio con il patriarcato di Nichikan Shonin che, nella prima metà del XVIII secolo, il tempio aveva favorito la ripresa del movimento laico della scuola Fuji. Dopo la morte di Nichikan le iniziative dei laici provocarono una violenta repressione da parte degli organismi di controllo statale; l'appoggio da parte del clero si fece sempre più blando e ben presto i laici rimasero isolati.
Ciononostante il movimento di propagazione non si arrestò, anzi continuò a svilupparsi: nel 1764 ci furono persecuzioni a Sendai; nel 1784 a Ina e nel 1822 a Owari, nei pressi di Nagoya. In questo periodo, per non perdere le proprie entrature e i propri appoggi politici, il trentatreesimo patriarca Nichigen offrì un Gohonzon onorifico con dedica a un tempio shintoista (1764). Non si hanno altre notizie sulle attività del tempio nel periodo a cavallo tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo.
La contesa tra Nichiden e Nichijo
Le vicende della scuola Fuji nella seconda metà del XIX secolo si riducono essenzialmente alla lunga e forte opposizione che divise, con alterne vicende, Nichiden e Nichijo - rispettivamente cinquantaduesimo e cinquantatreesimo patriarca.
Il cinquantunesimo patriarca Nichiei (1788-1877), ritiratosi nel 1853, aveva nominato come suo successore Nichiden, che iniziò il suo incarico con molta passione e serietà, sforzandosi di far conoscere e studiare gli insegnamenti di Nichiren Daishonin in modo corretto. Cercando di riprendere lo spirito di shakubuku dei fondatori della scuola, indirizzerà nel 1861 una lettera di rimostranze al responsabile per le questioni religiose del governo di Tokyo, che gli costerà tre giorni di prigione.
Avversario di Nichiden fu Kadoin, monaco capo del tempio Shingyo, che godeva dell'amicizia e della considerazione delle autorità politiche. Nel dicembre 1859 Kadoin venne nominato responsabile del dipartimento di studio da un gruppo di monaci e laici. Come lui, vi erano anche altri monaci e laici che trovavano l'abnegazione di Nichiden decisamente sconveniente, per troppa “rigidità e severità”. L'opposizione tra i due si manifestò nel 1860 in un primo scontro aperto. Kadoin inviò una lettera di denuncia all'amministrazione per le questioni religiose dello Stato, nella quale criticava molto duramente lo spirito con cui Nichiden dirigeva il Taiseki-ji e interpretava il Buddismo del Daishonin.
Il Ministro degli affari culturali inviò a Nichiden una dura nota di rimprovero. Kadoin, in realtà, nella sua lettera aveva semplicemente richiesto nientemeno che il “licenziamento” d'ufficio del patriarca in carica. Nichiden fu costretto a rispondere al Ministero con una lettera di spiegazioni per difendersi dalle accuse.
Gli scontri tra i due e le rispettive fazioni si inasprirono a tal punto che nel 1862 Nichiden non ebbe altra scelta che abbandonare la sua carica. Il 24 ottobre, in seguito alle sollecitazioni di alcuni laici, Kadoin poté diventare il cinquantatreesimo patriarca, con il nome di Nichijo. Non fu officiata tuttavia alcuna cerimonia di trasmissione.
La fuga di Nichijo
Il 28 febbraio 1865 un grosso incendio distrusse molti edifici del Taiseki-ji, tra cui il Dai-bo, la residenza dei patriarchi, il Kyaku-Den e il Mutsu-bo. Questo avvenimento sembrò incrinare la baldanza di Nichijo che, prostrato, da quel momento iniziò a trascurare i suoi compiti. Il suo rivale Nichiden colse al volo l'occasione per riproporre la sua autorità e restituire al rivale il colpo ricevuto. Semplicemente, si ripresentò al Taiseki-ji.
Nichijo si dileguò il giorno stesso. Rimarrà nascosto per una ventina d'anni nel Shingyo-ji di Hirai, mentre i laici inviati da Nichiden lo cercavano in tutto il Giappone. Riapparirà in pubblico solo nel 1886 per essere nominato direttore dell'università Komon, il centro studi delle scuole Nichiren che derivano da Nikko.
Dopo la fuga precipitosa di Nichijo, un gruppo di monaci e laici andò a richiamare Nichiei dal suo ritiro, riacclamandolo patriarca. Nichiei accettò controvoglia e, dopo appena un anno, ritrasmise per la seconda volta la sua responsabilità a Nichiden.
Trasmissione o acclamazione?
Più ancora delle vicende personali dei contendenti ciò che desta interesse è se ci sia stata o no continuità - grazie a una cerimonia ufficiale di trasmissione - tra i due patriarchi, una questione che rappresenta un punto cruciale nella storia recente della scuola Fuji. Questo passaggio è stato analizzato al Taiseki-ji con una abbondante documentazione e vari dibattiti, riportando l'attenzione sul procedimento della trasmissione. Due sono i momenti principali della trasmissione della carica di patriarca.
Il successore veniva designato pubblicamente con la nomina qualche tempo prima, alla carica di responsabile dello studio del Taiseki-ji. Successivamente, qualora il successore si fosse dimostrato idoneo alla carica di patriarca, si svolgeva una cerimonia durante la quale riceveva in modo solenne i famosi e misteriosi Atti di successione (più tardi il cinquantanovesimo patriarca Nichiko Shonin renderà pubblici questi documenti, ponendo fine al mito di una trasmissione speciale ed esclusiva tra patriarchi del “cuore della Legge”).
Nichiden Shonin, rinominato patriarca in maniera inconsueta, nella sua autobiografia rivela ben poco della trasmissione a Nichijo. Scrisse semplicemente: «I credenti laici e gli altri aspettavano Nichijo al tempio Dai-bo». In un altro testo, La vita di Nichiden Shonin, scritta dal cinquantanovesimo patriarca Nichiko, si legge: «Nel dicembre 1862, dei laici e dei monaci hanno invitato il responsabile dello studio, Kodoin, a recarsi al Dai-Bo. Egli viene nominato in quel momento cinquantatreesimo patriarca». Nella Cronologia della scuola Fuji, riguardo agli avvenimenti accaduti al Taiseki-ji dopo l'incendio del 1865, è scritto: «Il 7 maggio 1865, Nichijo si ritira dal Taiseki-ji, s'installa al tempio Shimono-bo, poi va al tempio Shingyo a Hirai. Il 7 maggio 1865, Nichiei ritorna ad essere patriarca. Il 15 maggio 1866 Nichiei si ritira e Nichiden ridiventa patriarca».
Non v'è dunque cenno alcuno alla scomparsa di Nichijo né all'assemblea di monaci e laici che si rivolse a Nichiei, argomenti intorno ai quali la storia “ufficiale” sembra sorvolare. Nell'autobiografia di Nichiden sono invece chiaramente precisate le circostanze della fuga di Nichijo e le ricerche intraprese per ritrovarlo. Nella stessa opera si può scoprire un passaggio di particolare rilievo: «Nichiei fu nominato per la seconda volta patriarca durante una riunione e in seguito a un accordo tra monaci e laici».
Il sistema dell'acclamazione da parte di assemblee spontanee sembra dunque prendere piede nella prima metà del XIX secolo, al meno affiancandosi alla consueta pratica “misteriosa” della trasmissione tra patriarchi.

IN NOME DELL'IMPERATORE

Riaprirsi al mondo
L'8 luglio 1853 quattro navi da guerra statunitensi arrivano nella baia di Edo, portando un messaggio del presidente americano Fillmore con la richiesta di instaurare rapporti diplomatici e commerciali. Dopo più di tre secoli il Giappone è costretto a riaprirsi al mondo.
«Occorre rafforzare l'edificio dell'impero, in seguendo la saggezza in ogni parte del mondo». L'affermazione dell'imperatore Mutsuhito evidenzia le due spinte che caratterizzano l'epoca Meiji (1868-1912): xenofilia e nazionalismo. Cominciano a giungere esperti in vari campi dai più diversi paesi; molti giovani giapponesi si recano a studiare nelle università europee e americane. D'altro canto, la diffusione della concezione dell'origine divina dell'imperatore e della patria aveva rafforzato il nazionalismo e portato a una politica estera più aggressiva.
Nel 1894 il Giappone dichiara guerra alla Cina: pochi si sarebbero aspettati la sconfitta dell'immenso Impero di Mezzo. Ancor meno furono quelli che credevano nella vittoria giapponese sulla Russia nel 1905.
Era la prima volta in tutta la storia che una potenza non bianca e non europea batteva in guerra un grande impero occidentale.
L'Europa, che finora aveva guardato con simpatia a questo figlio acquisito diligente e apparentemente privo di originalità, si accorse improvvisamente che il figlio era cresciuto e che non aveva più bisogno di tutori.
L’EPOCA MEIJI
«Alla fine del secolo scorso, la scuola Fuji non possedeva che quattro templi a Tokyo. Erano assai pochi i praticanti che si recavano al Taiseki-ki, che rimaneva perciò un piccolo tempio isolato sulle montagne. Solo gli assidui sforzi della Soka Gakkai nell'organizzare pellegrinaggi al tempio principale fecero in seguito prosperare la Nichiren Shoshu». (Nittasu Shonin, sessantaseiesimo patriarca della scuola Fuji)

Nel 1904 un censimento ufficiale delle scuole buddiste attribuiva 87 templi alla scuola Fuji, che riuniva circa 48.000 laici contro i ben 3.685 templi della scuola Minobu con circa due milioni di laici.
Quali sono le cause di una così grande differenza numerica tra le due scuole?
Una è sicuramente la disaffezione dei laici per la crescente corruzione che regnava tra i monaci del Taiseki-ji. Il tempio principale si era infatti guadagnato la nomea di essere un luogo di festini e banchetti. Gli abitanti e i commercianti della regione non facevano più credito ai monaci neanche per un sacco di riso per i troppi debiti rimasti in soluti.
Per racimolare un po' di quattrini, al Taiseki-ji si vendette il tetto in rame della pagoda a cinque piani di Nichikan Shonin per sostituirlo con uno meno costoso in zinco1.
Più in generale, la fine del sistema danka e le altre iniziative legislative volute dal governo con lo scopo di indebolire l'influenza del Buddismo a favore dello Shintoismo privarono i monaci di gran parte delle loro rendite.
La ricerca di nuove fonti di reddito portò i monaci del Taiseki-ji a decidere di pubblicare dei giornali, fra cui il Byakurenge il cui primo numero uscì il 5 giugno del 1901. In un articolo (La madre dei kudoku) si avvertivano i lettori delle pesanti retribuzioni karmiche cui sarebbero andati in contro se non avessero acquistato il giornale. Vi apparivano anche pubblicità di negozi, proposte per l'acquisto - al prezzo di due yen, somma considerevole per quel tempo - di Gohonzon con caratteri ricamati con fili d'oro. Dal 1910, il responsabile delle edizioni fu Houn Abe (futuro 60°patriarca e padre del 67° patriarca Nikken). Sul Dai-Nichiren, un'altra pubblicazione della Nichiren Shoshu, apparvero tesi che glorificavano il Nembutsu o la Jodo; pubblicità per la vendita di una statua di Nichiren “Shonin” (senza il prefisso onorifico Dai, perché all'epoca Nichiren non era più riconosciuto come Budda originale ma come semplice santo2).
In altri numeri si presentavano un “manuale di preghiera Kito” (insieme di preghiere shintoiste e shingon) e dei medicamenti la cui efficacia era garantita dalla scuola Nembutsu.
La legge promulgata dal governo giapponese nel 1872 che, per la prima volta, autorizzava i monaci a mangiare carne, sposarsi e farsi crescere i capelli, non fece che rendere ancora più “allegra” la vita dei monaci al tempio. Durante tutto il periodo Edo (1603-1867) il governo aveva dato sempre grande importanza al comportamento dei monaci ma nell'epoca Meiji ci fu invece un orientamento inverso.
Le innovazioni vennero accolte con troppo entusiasmo, tanto che il patriarca Nichiden - andando controcorrente - decise di redigere un documento sulla base del venticinquesimo ammonimento di Nikko Shonin. In questo scritto spiegava il significato dell'appellativo shukke dato ai monaci come “colui che è uscito dalla casa” o “libero dagli attaccamenti”.
«Il monaco deve potersi dedicare totalmente alla pratica e alla salvezza della gente comune. Il monaco deve affrontare le difficoltà senza paura di perdere i suoi beni o di subire persecuzioni che possano colpire la sua famiglia; deve poter difendere liberamente la giustizia e soprattutto non deve dimenticare il senso della propria missione. Queste le ragioni per cui i monaci devono rimanere liberi da attaccamenti (shukke) e quindi anche celibi».
I timori di Nichiden si mostrarono fondati: negli anni successivi si costituirono dei clan familiari gelosamente attaccati ai loro privilegi e intenti solo ad “assicurare l'avvenire” delle rispettive discendenze.
Ben presto si formò una vera e propria aristocrazia all'interno del clero.
“Rissho il grande”
Ma la corruzione dei costumi e l'avidità di denaro non furono le uniche cause del degrado della Nichiren Shoshu. Molto peso ebbe anche il bisogno che i patriarchi dell'epoca Meiji sentirono di ingraziarsi il potere. Nippu diede le dimissioni nel 1855. Nichiden riprese la funzione di patriarca per la terza volta e riuscì a trovare un successore, che divenne, nel 1889, il cinquantaseiesimo patriarca con il nome di Nichio.
Nel febbraio del 1904 il Giappone entrò in guerra contro la Russia, la cui crescente influenza in Corea e Manciuria si faceva minacciosa. Nichio indirizzò un caldo incoraggiamento a tutti i praticanti sotto le armi: «Io auguro che combattiate fieramente».
Organizzò inoltre delle preghiere speciali per la fortuna dell'imperatore e per la vittoria del Giappone. Del resto, tutte le scuole buddiste si erano già schierate a favore della guerra, in quanto “fedeli sudditi dell'imperatore” (lo scrittore Lev Tolstoj, che aveva tentato di coinvolgerle in una mediazione di pace, fu stupito dal loro atteggiamento nazionalista e interventista, nonostante pretendessero di propagare un insegnamento basato sul rispetto della vita). Qualche tempo dopo, Nichio organizzò una vendita di Gohonzon - chiamati “Gohonzon che assicurano la vittoria della guerra” - per sostenere lo sforzo bellico.
Questo aperto sostegno alla guerra diffonderà una immagine impropria di Nichiren Daishonin. Ancora oggi molti pensano che il Daishonin sia una specie di monaco guerriero o nazionalista che giustificava la guerra come mezzo di propagazione del Buddismo.
Nel 1908 Nichio trasmette la propria carica a Nissho, che diviene il cinquantasettesimo patriarca.
Quattro anni più tardi, il 10 giugno 1912, la scuola Fuji della Nichiren Shu cambia nome per divenire Nichiren Shoshu (scuola autentica degli insegnamenti di Nichiren).
In quel periodo, i monaci della Nichiren Shoshu lamentavano che la dispersione delle scuole Nichiren ne indebolisse l'influenza rispetto alle altre correnti buddiste Zen, Nembutsu e Shingon. La nuova diffusione del Cristianesimo e soprattutto dello Shintoismo venivano ad aggravare la loro condizione. Meglio sarebbe stato riunirsi nuovamente in un'unica entità.
L'8 novembre 1914 ci fu una riunione preparatoria nel tempio Ikegami Honmon-ji, cui parteciparono i responsabili di sette scuole Nichiren. Houn Abe rappresentava la Nichiren Shoshu.
Ma l'avvenimento più significativo, rispetto al desiderio delle scuole Nichiren di emergere socialmente dimostrando una totale sudditanza al regime, fu la richiesta all'imperatore di attribuire a Nichiren Daishonin il titolo distintivo di “Rissho il grande” (Grande Maestro che stabilisce la Legge). In realtà il primo a proporla fu Nissei Honta, patriarca della scuola Kempon Hokke. Ottenere il titolo di “Rissho il grande” avrebbe permesso l'attribuzione dell'ambita onorificenza di “Grande patriota” a Nichiren Daishonin.
L'11 settembre 1912 fu inviata una petizione all'imperatore, precisando in modo spudoratamente falso che il Daishonin aveva spesso insistito sull'unità fra Sbintoismo, Buddismo e Confucianesimo. Questo testo era stato avallato dai nove responsabili delle principali scuole della Nichiren Shu, fra cui Nissho.
Il 13 ottobre, anniversario della morte di Nichiren Daishonin, fu conferito il titolo onorifico dal Ministero3.
La successione di Nissho
Nissho morì il 18 agosto 1923 di tumore alla mascella. Fin dall'annuncio della sua malattia, un gruppo di monaci complottò per la successione alla guida della scuola. Il principale autore degli intrighi era il suo braccio destro Houn Abe.
Per non avere sorprese affittarono una casa ad Okitsu, dove tenere isolato il morente Nissho. Ma, consapevole degli intrighi, Nissho chiamò in segreto due credenti laici chiedendo loro di presentarsi al tempio Renge-ji di Osaka per informare il superiore Nitchu della sua designazione a cinquantottesimo patriarca del Taiseki-ji. Questa segretezza della designazione indusse alcuni monaci a nutrire dubbi sulla validità della nomina di Nitchu.
Ad arte venne allora diffusa la voce che Nissho aveva nominato come successore Houn Abe, Il giorno dei funerali di Nissho nessuno sapeva ancora con certezza chi sarebbe stato il suo successore4.
Note
1) Tuttavia, il monaco incaricato di sostituire il tetto trattenne per sé il danaro ricavato dalla vendita del rame. In più, durante i lavori lo zinco fu posato senza il rivestimento impermeabile necessario. Solo qualche anno dopo fu necessario sostituire lo zinco con tegole. Josei Toda, nel 1952 fece restaurare di tasca propria la pagoda a cinque piani.
2) Nichikan Shonin nel Rokkan Sho scriveva: «Nichiren Daishonin ha scritto nel Gosho; “Io sono il più grande (giapp.ichi) saggio del mondo”. Il Budda originale si qualifica da sé “Daishonin”. Il “Daishonin” è un altro nome per designare il Budda. Il fatto che Nichiren si sia chiamato da sé “Daishonin” prova che egli è il Budda della semina dell'Ultimo giorno della Legge».
3) Nella cerimonia che seguì, dopo la recitazione di Gongyo guidata da Isono Nichien, patriarca della scuola Minobu, Nissei Honta, patriarca della scuola Kempon Hokke, lesse davanti alla assemblea il decreto governativo e porse le sue felicitazioni. Infine Nissho, 57° patriarca della Nichiren Sboshu, concluse la cerimonia con il suo discorso. Poi, i patriarchi presenti fecero una foto commemorativa tutti insieme.
4) Il sessantaseiesimo Patriarca Nittatsu, che all'epoca dei fatti era ancora il giovane monaco Hosoi, scrisse: «la sera del 17 agosto '23 Nissho dichiarò di voler rendere pubbliche l'indomani mattina le sue ultime volontà. (...) Verso le cinque del mattino chiamò tutti al suo capezzale e chiese a un monaco di prepararsi a scrivere in bella scrittura il nome del suo successore. Una volta che questi fu pronto Nissho sillabo lentamente: “Nomino Nitchu patriarca del Taiseki-ji”. Verificò poi cosa anch’esse scritto il monaco, abbraccio con lo sguardo i presenti e chiuse gli occhi per sempre.



HOUN ABE

Cadaveri eccellenti
Si chiamavano con nomi di fantasia un po' lugubri le società segrete giapponesi tra le due guerre: Drago nero, Fondazione nazionale, Fraternità di sangue, Bandiera dell'impero, Via dell' imperatore, Autorità. Furono in grado, complotto dopo complotto, omicidio dopo omicidio, di condizionare la vita politica del paese per più di un ventennio. I partiti politici non riuscivano più a governare.
Gli elettori votavano, i parlamenti si riunivano, ma chi comandava erano Loro, le società segrete e i centri di potere occulto dei circoli nazionalisti militari e finanziari (zai-batsu). I loro membri - ufficiali ed ex-ufficiali, industriali, presunti intellettuali, gente comune - ubriachi di ultranazionalismo si scambiavano giuramenti solenni, si esercitavano con le armi, praticavano con diligenza l'omicidio politico.
Sotto i loro colpi caddero molti esponenti politici e sindacali; le vittime più illustri furono due primi ministri, Inukai e Saito. Nel '31 e nel '36 ci furono due tentativi - sventati per un soffio - di colpo di Stato.
Si trattò di una massiccia azione terroristica che portò, nel '36, alla fusione di tutti i partiti nel “Movimento per la attuazione del dominio imperiale”. Quello stesso anno una Costituzione ideata e redatta dai ministri della guerra e della marina abrogava le fragili istituzioni del XIX secolo. Sempre in quell'anno triste il Giappone strinse alleanza con la Germania di Hitler, l'Italia fascista e l'Ungheria di Horty.
Emblematicamente il Giappone passava dall'età Taisho, della “Grande rettitudine”, all’età Showa, della “Pace illuminata”...
Sassi e spari
«IL Dipartimento amministrativo della Nichiren Shoshu ha preso atto dell'incapacità del patriarca nitchu a guidare l'organizzazione. L'attuale patriarca rappre senta un pericolo per la serenità della comunità, perché ne limita lo sviluppo a causa di idee personali. Per questo, siamo costretti a richiedere la destituzione immediata dal suo mandato al fine di ristabilire l'ordine e la disciplina all'interno della scuola».

Così recitava la petizione presentata il 20 novembre 1925 con la quale la fazione capeggiata dall'ex responsabile degli affari generali della Nichiren Shoshu - Houn Abe - regolava i conti con il suo rivale, il patriarca in carica Nitchu. Erano tre giorni che al Taiseki-ji si svolgeva l'Assemblea generale della scuola, caratterizzata da insoliti incidenti quali pistolettate e lanci di pietre contro il tetto durante la cerimonia di Ushitora Gongyo (Gongyo nell'ora della tigre, dalle 2.00 alle 4.00 del mattino).
Tali episodi, assolutamente inconsueti per un tempio isolato in mezzo alle montagne, sollevarono delle reazioni molto forti aventi come obiettivo principale la destituzione di Nitchu.
Due erano le ragioni che avevano originato tale bagarre. La prima consisteva nel conflitto tra la fazione “tradizionalista”, legata ai templi locali, e la fazione che propugnava un'organizzazione - soprattutto finanziaria - fortemente centralizzata, facente capo al Taiseki-ji e al suo Dipartimento amministrativo, che voleva porre fine alla gestione decentrata. La seconda ragione era di tipo personale: Houn Abe infatti covava rancore nei confronti di Nitchu.
Houn Abe, fin da prima della morte di Nichio, andava dichiarando apertamente che il futuro patriarca non poteva essere che lui. Così non fu ma, durante il patriarcato di Nissho, Abe ricoprì numerosi incarichi amministrativi che gli valsero il sostegno di molti monaci del Taiseki-ji, di cui finì per diventare responsabile degli affari generali, la più alta carica dopo il patriarca.
Per contro Nitchu, che per anni aveva ricoperto la carica di superiore di un tempio di provincia, era molto vicino ai laici e godeva della loro fiducia. E fu proprio Nitchu a essere designato come successore da Nissho nel ‘23.
Houn Abe non si rassegnò ad essere l'eterno “numero due” e fece ricorso a tutti i mezzi possibili per screditare Nitchu. Tra i due (e tra la fazione tradizionalista e quella centralizzatrice) fu scontro aperto.
Nitchu approfittando di una grave gaffe dottrinale di Abe1 lo destituì da tutti gli incarichi ufficiali. In più, Abe era stato spesso al centro di accuse di corruzione: un fatto grave, per chi ricopriva l'importante carica di responsabile degli affari generali.
A soli quattro mesi dalla propria retrocessione, Houn Abe aveva già messo a punto una strategia finalizzata alla destituzione del patriarca e realizzò il suo piano nell'Assemblea generale del novembre 19252.
Sassi, spari e intrighi della fazione di Abe spinsero Nitchu - incapace di sostenere più a lungo le pressioni di cui era oggetto - a rassegnare, il 22 novembre, le proprie dimissioni3.
Il 24 novembre Nichiko Hori - candidato dalla fazione di Abe - venne segretamente nominato 59° patriarca del Taiseki-ji. Questa scelta non fu casuale: figura prestigiosa, nota per la sua grande dedizione allo studio degli insegnamenti del Daishonin, Nichiko era persona che tutti stimavano. Houn Abe capiva bene che era prematuro uscire allo scoperto, proponendosi personalmente come capo della scuola, senza che tutte le sue manovre fossero svelate.
Tuttavia i fatti non andarono secondo i programmi di Abe. Un gruppo di laici, venuti al corrente del modo estremamente sbrigativo con cui il precedente patriarca era stato liquidato, rifiutarono di fornire il loro appoggio e il 16 gennaio 1926 inoltrarono un ricorso al Ministero della cultura sostenendo che il cambio di patriarca era stato attuato in modo totalmente arbitrario4. Per la prima volta nella storia della scuola Fuji si fece ricorso all'autorità pubblica per dirimere la questione della nomina del patriarca.
Nichiko Hori, contrariato dall'insorgere del conflitto, cercò il dialogo con le parti coinvolte; tuttavia le tensioni e i conflitti all'interno della scuola erano tanti e tali che nessuno era disposto a recedere dalle proprie posizioni. Quindi dovette intervenire il Ministero della cultura, che stabilì la nomina elettiva del patriarca. Decisione, questa, destinata a segnare la storia della scuola.
Il primo “patriarca elettivo”
Ottantasette monaci, il 17 febbraio '26, sotto il controllo del Ministero della cultura, furono designati a eleggere patriarca. Pochi giorni prima Nitchu, nel tentativo di influenzare il voto, aveva dichiarato di rifiutarsi di celebrare la cerimonia di trasmissione qualora fosse stato eletto l'altro candidato.
Degli ottantasette votanti due si astennero: Nichiko Hori venne eletto con ottantadue voti contro tre. Intuendo che qualcosa di losco avesse influenzato il risultato delle votazioni, i responsabili dei gruppi danto (termine con cui venivano designati i fedeli laici) inoltrarono altre denuncie alla polizia per i colpi di arma da fuoco e i lanci di pietre verificatisi il 18 novembre durante la cerimonia di Ushitora Gongyo. La polizia scoprì gli autori materiali dei reati, due preti del Taiseki-ji, ma non arrivò ai loro mandanti.
Il 6 marzo 1926 Nitchu, accompagnato dalla moglie e da alcuni responsabili laici, si recò al tempio principale per la cerimonia ufficiale di insediamento di Nichiko Hori, che fu designato 59° patriarca con il nome di Nichiko Shonin. Il motivo che indusse Nitchu a cambiare atteggiamento nei confronti del suo successore fu reso noto da un comunicato del Ministero della cultura. Con opera intermediatrice, quel Ministero aveva proposto che il Taiseki-ji pagasse un cospicuo indennizzo al patriarca uscente qualora avesse ufficializzato la trasmissione a Nichiko.
L'ammontare venne stabilito in una somma pari a 300 milioni di lire (circa 150 mila euro ndr), insieme a una grossa quantità di riso. Di fatto, Nitchu ricevette poi solo un terzo della “ buonuscita pattuita” e fu scacciato in malo modo dai monaci del Dipartimento amministrativo di Houn Abe.
Lo “spirito dell'offerta”
« Vorrei che il nutrimento dei monaci ridiventasse normale. Io mi proibisco di mangiare delle cose rare e costose. Un nutrimento equilibrato è necessario per una buona igiene della vita. I miei vestiti sono semplici e usuali, in lana o cotone. Non utilizzo delle vesti da cerimonia sgargianti. I mobili che ho sono solidi e utili, vale a dire pratici, cioè adatti ai miei bisogni. Grazie a questa semplicità, posso consacrarmi alla mia missione».
La quantità dei doni ricevuta “a titolo personale” dal neoeletto patriarca Nichiko fu così grande da spingerlo a chiarire immediatamente il concetto di “spirito dell'offerta”. Qualsiasi fosse stata la consuetudine degenerata del tempio e per quanto fosse grande la fiducia che i laici gli accordavano, le offerte dovevano essere indirizzate alla Legge e alle necessità della comunità dei credenti e non alla persona del patriarca. Nichiko stabilì dunque una lista di oggetti necessari a un buon svolgimento delle attività.
Egli tentò a più riprese di avviare un movimento di riforma all'interno del Taiseki-ji, incoraggiando i monaci a essere più severi con se stessi e ad approfondire il loro spirito di ricerca, mettendo freno alla corruzione imperante. Ogni volta però la sua azione moralizzatrice si scontrò con l'opposizione del Dipartimento amministrativo.
Venti mesi dopo la sua elezione a patriarca, Nichiko si dimise.
Pubblicò un libro, La confessione, in cui esponeva i motivi della sua scelta, le continue interferenze cui il suo patriarcato era sottoposto. Raccontò la vicenda dei cinque monaci eminenti inviati da Houn Abe a chiedergli di assumere la direzione del tempio e di come, proprio quei cinque, in seguito avessero boicottato ogni sua iniziativa. Scrisse anche di come non poteva permettere che monaci corrotti distruggessero l'insegnamento del Daishonin.
Aveva accettato il patriarcato proprio per ristabilire l'ortodossia, pur sapendo che Houn Abe avrebbe fatto di tutto per contrastarlo. Due erano state le ragioni delle dimissioni: la prima, legata all'isolamento e al sabotaggio di ogni sua iniziativa da parte dell'Ufficio amministrativo; la seconda, più personale, riguardava lo scopo di vita che Nichiko si era comunque scelto, e cioè quello di curare l'edizione completa di tutti gli scritti di Nichiren Daishonin, verificandone l'autenticità e pubblicandone la raccolta per divulgarli. Dato che l'Ufficio amministrativo non gli permetteva di attuare le necessarie riforme, Nichiko scelse di dedicarsi unicamente alla pubblicazione del Gosho.
La passione per lo studio aveva caratterizzato profondamente la sua esistenza. Fu uno dei rari monaci a dedicare la vita alla ricerca e rimase, anche dopo la rinuncia alla carica di patriarca, una figura rispettata per la sua autorevolezza in campo dottrinale.
Tre mesi dopo le sue dimissioni Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda si convertirono al Buddismo di Nichiren.
Ben presto tra loro due e Nichiko nacque un profondo rispetto reciproco. Questo rapporto si stabilì a tal punto che durante la Seconda guerra mondiale i monaci della Nichiren Shoshu richiedevano la presenza di Nichiko quando dovevano fare delle rimostranze alla Soka Kyoiku Gakkai. Dopo la guerra Toda sollecitò il suo aiuto nella compilazione degli scritti del Daishonin, che furono pubblicati il 28 aprile 1952, nell'occasione del 700° anniversario della proclamazione di Nam-myoho-renge-kyo.
Toda protesse sempre Nichiko e gli offrì una residenza ove trascorrere gli ultimi anni di vita, lontano dagli intrighi del Taiseki-ji. Nichiko Hori morì serenamente il 23 novembre 1957.
Note
1) Il 21 luglio 1925 il dr. Shimuzu, docente all'università di Komazawa, pubblicò sul Churgai Nippo un articolo in cui affermava l'inesistenza della seconda grande Legge segreta e l'inautenticità del Dai Gohonzon, allineandosi alle tesi della scuola Minobu secondo cui “Nichiren Shonin” non avrebbe lasciato alcun oggetto di culto. Houn Abe decise di pubblicare un articolo di sei pagine sul Dai Nichiren intitolato Ammonimento al dr. Shimuzu. Questo articolo era così scorretto da un punto di vista dottrinale da scatenare l'ilarità da parte di tutte le scuole Nichiren e risultare ancor meno seriamente fondato delle teorie di Sbimuzu.
2) Questo fu il suo discorso in quell'occasione: «Sulla base della nostra dedizione all'insegnamento buddista di Nichiren Daishonin, noi in rappresentanza del Dipartimento amministrativo desideriamo stabilire gli Otto punti, riportati di seguito, perché una riforma interna possa venire realizzata con efficacia: 1) Nitchu non ha mostrato alcun interesse per la nomina di un responsabile del Dipartimento di studio. 2) L'attuale patriarca non fornisce alcun orientamento e non da nessuna direttiva concreta per l'approfondimento o la diffusione della Legge. 3) Nitchu non rispetta i livelli dei contributi fissati per i laici che egli stesso ha stabilito l'anno precedente. 4) Nitchu ha minacciato severamente Houn Abe e l'ha destituito anche dall'incarico di monaco superiore. 5) L'attuale patriarca controlla personalmente i monaci responsabili dei templi e interviene nella gestione con idee personali. Ciò è contrario al regolamento interno della Nichiren Shoshu. 6) Nitchu ha contatti solo sporadici con i monaci superiori della Nichiren Shoshu. 7) L'attuale patriarca risiede, con la famiglia, nel luogo che dovrebbe essere occupato dal responsabile degli studi. 8) Nonostante il desiderio condiviso da tutti i componenti della Nichiren Shoshu di riformare il regolamento interno, Nitchu non ha intrapreso alcuna iniziativa in tal senso. Ciò conferma la sua incapacità a guidare l'associazione. Ne consegue che quelle di seguito riportate sono le azioni di intraprendere al fine di riformare l'organizzazione: a) Nominare patriarca Nichiko Hori al posto di Nitchu. b) Promuovere una grande azione di cambiamento del regolamento interno della Nichiren Shoshu e un rinnovamento dello studio, c) Attuare una verifica dei beni che costituiscono le fortune del tempio principale e del loro stato per renderle patrimonio appartenente all'intera Nichiren Shoshu. Infine, concludiamo dicendo che saranno prese sanzioni nei confronti di tutti coloro che si opporranno a tali decisioni».
3) L'indomani il documento con le dimissioni del patriarca venne recapitato al Dipartimento per le questioni religiose del Ministero della cultura dal monaco Ogasawara, uno dei fedelissimi di Houn Abe. Nei trenta anni che seguirono Ogasawara si distinguerà per le sue attività antiortodosse e cospirative.
4) «Il gruppo dei laici riunitosi il 16 gennaio in sostegno del patriarca Nitchu ha deciso quanto segue in occasione della riunione nazionale dei gruppi danto: 1) Fare in modo che il patriarca Nitchu possa ritornare al più presto al suo posto. 2) Assegnare unicamente a Nitchu l'officiazione delle cerimonie di Gokaihi, di Ushitora Gongyo e l'iscrizione dei Gohonzon, e non al monaco Nichiko, perché questi non ha alcuna cognizione chiara dell'incarico di patriarca affidatogli. 3) Blocco delle offerte e taglio di tutti i rapporti con i monaci che hanno costretto Nitchu alle dimissioni fino a quando la questione non verrò chiarita. 4) Rinnovamento del regolamento interno della Nichiren Shoshu subito dopo aver ristabilito Nitchu nella sua posizione. 5) Al fine di realizzare quest'ultimo scopo viene nominato un comitato formato da dieci persone».


AGLI ORDINI DEL RE

La “grande” Asia
Il predominio in estremo oriente, all'inizio del secolo, era un gioco davvero complesso: Russia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone cercavano di assicurarsi i punti strategici di quell'immenso scacchiere servendosi di un sistema di concessioni, delegazioni e ambasciate fortificate, veri e propri “cavalli di Troia” pronti a entrare in azione al minimo pretesto. Con la fine della Grande Guerra uscirono di scena la Germania sconfitta e una Russia ormai in piena rivoluzione. Nel 1922 alla Conferenza di Washington inglesi e americani imposero condizioni piuttosto dure al Giappone, che pure figurava tra le potenze vincitrici: riduzione delle corazzate, alt alla penetrazione in Cina, disarmo a est del 1100 meridiano. Il Giappone si sentì minacciato e accerchiato; decise di diminuire il disavanzo dai suoi avversari investendo nell'industria pesante e negli armamenti. Nel '31 il bilancio militare balzò al 29%, nel ‘37 era al 42%. Nel '40 toccò addirittura il 65%.
Nel '31 il Giappone si sentì pronto a riprendere l'avventura cinese. In pochi giorni l'esercito occupò la Manciuria. Poi fu la volta della Mongolia. In tutte e due le occasioni vennero creati improbabili movimenti filo-giapponesi di mongoli e mancesi che diedero vita a governi fantoccio prontamente riconosciuti da Tokyo.
Nel '37 il Giappone non ricorrerà a nessuna messa in scena e attaccherà senza mezzi termini la Cina. L'esercito prese Pechino in poche settimane; la Marina occupò Shanghai e marciò su Nanchino. Nel saccheggio della città furono uccise trecentomila persone.
NIKKAI
«A coloro che contribuiranno con una somma di 1000 yen verrà offerto un gohonzon grande sul quale verranno appsoti i nomi onorifici dei loro avi. A coloro che contribuiranno con un dono di più di 50 yen, verrà offerto un gohonzon grande. Tutti gli altri riceveranno un piccolo gohonzon».
(Nikkai Shonin, discorso ufficiale in occasione della ristrutturazione del tempio Hodo-in, 1931).

Dopo venti mesi di tentativi inutili, Nichiko si era arreso agli intrighi del Dipartimento amministrativo rassegnando le dimissioni. Non era persona tale da accettare più a lungo di essere il “patriarca di comodo” di una cricca di potere.
Nell'interregno, al Taiseki-ji si consumò uno scontro tra fazioni ancora più violento che nel '25.
Nel 1927 in occasione del ricorso a nuove elezioni per designare il sessantesimo patriarca, al tempio principale fu necessaria la presenza della polizia per garantire l'ordine pubblico.
Houn Abe era uno dei due candidati; questa volta si presentò personalmente fronteggiando Arimoto, suo antico alleato nel putsch del novembre '251. Il 18 dicembre 1927 Abe vinse con 51 voti contro2.
Tuttavia, per ufficializzare il risultato, dovette attendere il benestare del Ministero della Cultura. Dopo l'estromissione di Nitchu, un certo numero di denunce giudiziarie erano state fatte a proposito di azioni illecite commesse dal gruppo di Houn Abe. Diverse inchieste erano ancora in corso e il Ministero fu costretto ad attendere che si concludessero per convalidare l'elezione.
Arimoto approfittò di questo clima di incertezza per svelare le trame che due anni prima Houn Abe aveva ordito - assieme a lui - per indurre Nitchu alle dimissioni. Il 13 marzo del '28 pubblicò una nota nella quale rivelava come Abe si fosse procurato dei fondi per comprare i voti di una parte dei monaci.
Il Ministero intensificò le sue inchieste sull'operato di Abe e dei suoi sostenitori3. Tra gli altri fu interrogato anche il monaco Shudo Mizutani, il futuro sessantunesimo patriarca Nichiryu. Sfortunatamente non si conosce l'esito delle inchieste poiché gli archivi giudiziari furono distrutti durante la guerra.
In ogni caso, il Ministero convalidò l'elezione di Houn Abe, che il 2 giugno del 1928 divenne ufficialmente il sessantesimo patriarca Nikkai. Si può ben comprendere come, a seguito di queste vicende, Nichiko Shonin si rifiutasse di celebrare la cerimonia di trasmissione della propria carica a Nikkai.
Gohonzon in vendita
Una volta ufficialmente nominato, Nikkai trasferì d'autorità i principali rivali in templi di provincia molto modesti4.
Nel 1931, a conclusione di alcuni lavori di ristrutturazione del tempio Hodo-in, Nikkai offrì la possibilità ai fedeli di contribuire finanziariamente al costo dell'operazione.
Per l'occasione furono realizzati dei Gohonzon “ speciali” utilizzando un modello originale iscritto dallo stesso Nichiren Daishonin: «A coloro che contribuiranno con una somma di 1000 yen verrà offerto un Gohonzon grande sul quale verranno apposti il nome onorifico dei loro avi. A coloro che contribuiranno con un dono di più di 50 yen, verrà donato un Gohonzon grande. Tutti gli altri riceveranno un piccolo Gohonzon».
Si consideri il fatto che il salario mensile medio all’epoca era nell'ordine dei 15 yen. Vi fu chi, tra monaci e laici, richiese, inascoltato, le dimissioni di Nikkai.
Le ceneri di Nichiren Daishonin
Nonostante fosse noto come Nikko Shonin avesse portato con sé le ceneri di Nichiren Daishonin al Fuji quando fu costretto ad abbandonare Minobu nel 1293, Nikkai arrivò a certificare nel '31 - in un documento ufficiale - che le ceneri del Maestro si trovavano sul monte Minobu. Nove anni prima, come sappiamo, su richiesta comune di tutte le scuole Nichiren, l'imperatore del Giappone aveva conferito al Daishonin il titolo onorifico di “Rissho il Grande”5.
Uno dei promotori di questa impresa fu Nisshin Sakai (all'epoca Ispettore generale della Nichiren Shu, scuola del monte Minobu). Era stata anche richiesta all'imperatore l'iscrizione calligrafa autografa del titolo “ Rissho il Grande”, da apporre allo stupa6 presunto di Nichiren conservato nel tempio Gyo-bo sul Monte Minobu. La consegna dell'iscrizione sarebbe dovuta avvenire in occasione del 650° anniversario della morte del Daishonin, nel 1931.
Allo scopo di evitare discordie tra i vari templi, le autorità competenti richiesero un accordo scritto di tutte le scuole Nichiren in cui si affermava che le ceneri del Maestro erano veramente sul Minobu. Uno dei responsabili della Nichiren Shu, Myoritsu, fu incaricato di recarsi in tutte le scuole Nichiren e far controfirmare la petizione dai vari patriarchi. Anche Nikkai, senza batter ciglio, appose la sua sigla al documento. A qualche metro da lui stavano le ceneri originali del Daishonin.
Le autorità approvarono la domanda, e la Nichiren Shu affermò così la propria egemonia sulle scuole Nichiren. Il 1° ottobre 1931 al tempio Ikegami Honmon si svolse una cerimonia ufficiale davanti a seimila persone tra monaci e laici di tutte le scuole. L'iscrizione calligrafa fu portata al Minobu durante la notte. Dal Fuji fino al Minobu i laici fecero ala alla processione, suonando tamburi e recitando Daimoku. La posa dell'iscrizione sullo stupa ebbe luogo l'indomani.
Per molti anni migliaia di persone si recarono in raccoglimento e preghiera davanti a questa falsa tomba di Nichiren sormontata dal titolo onorifico conferito dall'imperatore, ignorando completamente la frode che ne era all'origine. Solo nel dopoguerra la Soka Gakkai svelò questo falso, sotto la guida di Josei Toda che si prodigò per ristabilire la verità storica. L'11 marzo 1956 fu organizzato un dibattito ufficiale tra la Soka Gakkai e la Nichiren Shu sull'effettiva presenza delle ceneri di Nichiren Daishonin al Taiseki-ji: la Soka Gakkai uscì vittoriosa dal dibattito, refutando con successo uno a uno gli argomenti della Nichiren Shu. Era da ben 560 anni che il Taiseki-ji non affrontava in dibattito pubblico la scuola Minobu.
Nel giugno del 1935 Nikkai si dimetterà trasmettendo la carica di patriarca a Shudo Mitzutani - Nichiryu -come riconoscimento del sostegno datogli negli anni passati e in particolare nel complotto contro Nitchu. Nichiryu trasmetterà la sua carica a Nikkyo due anni dopo, nel novembre del '37.
Note
1) Al1'annuncio delle dimissioni di Nichiko, gli autori principali del putsch del 1925 si divisero in due gruppi: i sostenitori di Houn Abe, formatisi con lui al Renyo-an, e dall'altra parte Arimoto, un monaco ambizioso della fazione del Fujimi-an. Nuovamente si scatenarono tensioni e conflitti al Taiseki-jì, ancora più violenti che quelli precedenti l'elezione del 1925
2) In un comunicato, il gruppo Arimoto descrisse così quel giorno: «L'ufficio amministrativo era interamente invaso da gendarmi raggruppati dietro le barriere e l'accesso agli uffici era impedito da cordoni di poliziotti».
3) Un quotidiano di Osaka riporta, nel numero del 26 gennaio 1928, come Houn Abe fosse stato interrogato e poi messo sotto sorveglianza nel commissariato di Mukojima, con l'accusa di essersi appropriato di fondi del tempio Josen.
4) In particolare Arimoto e il suo assistente, Ogasawara. Spinto da rancore quest'ultimo operò incessantemente alla destituzione di Houn Abe. 5) Il progetto avrebbe dovuto realizzarsi per il 650° anniversario della morte del Daishonin nel 1931 (la tradizione giapponese considera il giorno dell'avvenimento come primo anniversario. Il 650° anniversario era dunque celebrato nel 649° anno).
6) Recipienti di terracotta o metallo nobile contenenti le ceneri dei defunti. Esistono, ed è questo il caso, degli stupa monumentali di santi o saggi verso cui i fedeli indirizzano la loro devozione.


LA GUERRA DEGLI DEI

Paladini dell'Oriente
Il Giappone salva l'Asia dal colonialismo occidentale. In parallelo all'Europa occupata dai nazisti, anche in estremo oriente nasce un “ordine nuovo”.
I militari giapponesi fomentano le aspirazioni irredentistiche dei vari popoli asiatici. A Rangoon occupata dall'armata giapponese viene proclamata l'indipendenza della Birmania. Uba Maw, capo del nuovo governo birmano, dichiara guerra alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Il 14 ottobre il Giappone riconosce l'indipendenza delle Filippine. Una settimana dopo è la volta del “Governo provvisorio dell'India Libera” costruito a Bangkok sotto la direzione di Chandra Bose, amico del Mahatma Gandhi. In Indonesia e nelle Indie olandesi il Giappone appoggia la formazione di movimenti indipendentisti antioccidentali. Nel giro di un anno Tokyo si trova a capo di un Commonwealth asiatico assai composito.
Fermo restando che gli unici figli degli dèi erano loro e che l'unico dio vivente era il loro imperatore Hirohito, vennero magnanimamente riconosciute tutte le molteplici confessioni religiose. Nel '42 fu accreditata una missione diplomatica nipponica in Vaticano, anche se tutti i vescovi cattolici dell'oriente erano stati sostituiti con prelati giapponesi.
A Kobe e a Tokyo arrivò l'islam: vennero aperte due moschee e fu istituita la cattedra di arabo all'Università. Nell'ottobre del'43 venne formata un'associazione che raccoglieva tutti i giovani buddisti e anche i due “Budda viventi” dell'epoca erano invitati a trascorrere lunghi soggiorni in Giappone.
Un “ordine nuovo” avanzava in tutto il mondo, sotto l'egida della grande Germania di Hitler e della Grande Asia del generale Tojo.
I KAMIFUDA
«Chiunque creerà un'associazione avente per scopo la propagazione di dottrine che possano profanare la dignità imperiale e/o i templi shinto, e rifiutare il carattere dello stato1, o ne avrà esercitato la responsabilità o la direzione all'interno, sarà passibile di una pena che va da quattro anni di lavori forzati all'ergastolo». (testo della legge del 1939 che regolava la normativa sulle organizzazioni religiose).

“Asia agli asiatici”, “difesa dal comunismo”, “cooperazione economica”, “assistenza reciproca” erano solo alcuni degli slogan che esaltavano l'espansionismo nipponico che mirava al predominio su mezza Asia orientale.
Nel periodo tra il '36 e il '41 la casta militare giapponese si poneva obiettivi territoriali sempre più ambiziosi, che realizzava uno dopo l'altro, con regolarità impressionante. Corea, Manciuria, mezza Cina e molte isole del Pacifico venivano via via occupate dalle armate del Sol Levante.
Già nel '36 i sudditi del Tennosotto le armi erano centinaia di migliaia, sparsi su di un fronte che si estendeva dalla Mongolia all'Indocina. L'aggressiva macchina da guerra nipponica divorava chilometri e miglia marine, dimostrandosi spietata verso i nuovi sudditi - sarebbe più esatto chiamarli schiavi - dell'imperatore, costretti ad adorarlo come una divinità vivente.
Nel contempo, la madrepatria assomigliava sempre più a un'immensa caserma, dove tutto avveniva in funzione dell'espansione nell'area del Pacifico. Tutto ordinato, regolato. Tutto militarizzato. Tutti in riga ad affrontare giornate super programmate: lavoro, esercitazioni, parate e fanfare, adunate. Tutto in lode della patria e dei suoi simboli: l'imperatore divinizzato - il Mikado, il Tenno - e la dea del Sole Amatera su, il cui disco fiammeggiava al centro del nuovo vessillo nazionale.
«Sua maestà l'imperatore discende dalla dea Amaterasu, le cui virtù si diffondono lontano come i raggi del sole. Il Giappone è il paese degli dèi e il suo popolo è di essenza divina»: questa affermazione era ripetuta ossessivamente in tutte le scuole, nell'esercito e nelle più diverse associazioni.
Negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale gli individui e il loro credo religioso subirono un controllo sempre più stretto e intimidatorio. Nel 1937 il Ministero dell'Educazione pubblicò i Principi fondamentali del Kokutai in cui si afferma che «l'individuo nella sua esistenza appartiene allo stato» e che «entrambi - individuo e stato - formano un solo corpo».
In Giappone prese forma un fascismo anomalo, senza dittatori, retto dalla casta militare, da intellettuali paranoici, da potenti associazioni commerciali e industriali, da società segrete sinistre e potentissime, i cui membri e le cui attività erano collegate da vincoli massonici. Si arrivò, nell'orgia del controllo totale, alla creazione della famigerata “polizia del pensiero”, garante dell'appartenenza del cittadino e dei suoi pensieri allo stato.
Tale organismo si impegnò in varie imprese: soffocare l'attività del partito comunista e dei sindacati, perseguitare tutte le forme di associazione considerate blasfeme e denigratorie nei confronti del paese e della famiglia imperiale, schiacciare le opposizioni, anche quelle religiose.
In questo clima intimidatorio intellettuali e giornalisti vennero costretti al silenzio. Chiunque poteva essere arbitrariamente arrestato. Da un giorno all'altro.
Anche il Buddismo fu posto sotto osservazione: in fin dei conti Shakyamuni era un indiano e non un giapponese, figlio degli dèi.
In più il Buddismo è una religione universale, di pace e di tolleranza, sostanzialmente avversa alla guerra e al nazionalismo, e quindi era altamente antipatriottica2.
L'epurazione del gosho
«Gli scritti di Nichiren Daishonin furono redatti nel contesto dell'epoca Kamakura. Di conseguenza, nella situazione attuale, il pensiero di Nichiren Daishonin riguardante la protezione del Paese e il rispetto dell'imperatore potrebbe essere male interpretato. Per questo motivo è stata proibita ogni nuova pubblicazione integrale del Gosho; al suo posto bisogna compilare una raccolta semplificata» (prima notifica che l'ufficio amministrativo della Nichiren Shoshu, il 24 agosto 1941, indirizzò a tutti i monaci superiori dei templi affiliati).
Nel 1934 la stampa ufficiale aveva attaccato criticamente alcune parti del Gosho ritenute blasfeme nei confronti dello shintoismo e dell'imperatore. Già nel 1932 il Ministero degli Interni aveva raccomandato a tutte le scuole Nichiren la soppressione di alcuni passaggi del Gosho. Dal 1941 le leggi sull'ordine pubblico si irrigidirono ulteriormente; molti religiosi di scuole dissidenti vennero imprigionati o con dannati a morte per l'offesa alle leggi imperiali3.
La Nichiren Shoshu fu la prima delle scuole Nichiren a sottomettersi alla volontà del regime militare. Di fronte a queste minacce l'Ufficio amministrativo effettuò, il 29 settembre 1941, una seconda notifica che ordinava la soppressione di 14 passaggi di scritti del Daishonin4. La scuola Minobu invece rifiutò per lungo tempo di adempiere alle imposizioni del Ministero degli Interni. Solo nel'44 - malgrado il sostegno di un viceammiraglio e di un responsabile di un gruppo militarista - la Nichiren Shu non riuscirà più a sfuggire al dettato delle autorità e dovrà alla fine epurare le proprie edizioni del Gosho5.
L'8 dicembre 1941 trecento aerei Zero attaccarono la base americana di Pearl Harbour seminando il terrore e spedendo in fondo al mare più di meta della flotta americana del Pacifico. 1335 giorni dopo, il 6 agosto del '45, l’Enola Gay sgancerà l'atomica su Hiroshima, ponendo così fine alla guerra. Il lungo duello tra l'imperialismo americano e quello giapponese per il predominio del Pacifico era stato definitivamente perso - dopo un secolo - dai discendenti dei samurai. In realtà le sorti della guerra erano già decise nel maggio '42, quando i giapponesi persero il grosso della loro flotta alle Midway. L'impero del Sol Levante avrebbe continuato insensatamente a combattere per altri tre anni, confidando nel valore cieco dei suoi soldati - male armati e peggio comandati - e nel favore degli dèi. Morirono centinaia di migliaia di militari e civili.
Proprio nel miraggio di un intervento “divino”, tra il '42 e il '45 si moltiplicheranno le iniziative ispirate al fanatismo propiziatorio e alla mistica nazionalista con l'olocausto dei piloti kamikaze e l'imposizione all'intera popolazione dei kamifuda - talismani shintoisti - che dovevano essere esposti in tutte le case e i templi del Giappone. Già nel 1939, durante un corso di approfondimento al tempio principale, il monaco Jimon Ogasawara aveva fatto le sue critiche alle preghiere silenziose del Gongyo sulla base dello Shimpon busshaku: «E’evidente che dalla prima preghiera occorra censurare Bonten, Taishaku e le altre divinità di origine indiana». Bonten in effetti è Brahma, la funzione creatrice dell'universo e Taishaku è Indra, quella distruttrice. La sua proposta creò molte incertezze e indecisioni al Taiseki-ji, ma almeno per un po'non se ne fece niente.
Nel '41 invece, dopo Pearl Harbour, il patriarca Nikkyo finì per mettere a punto un nuovo testo per le preghiere silenzio se: «Esprimo rispettosamente la mia profonda riconoscenza a Tensho Daijin l'ascendente celeste dell'imperatore, all'imperatore regnante Kammu e tutti i successivi imperatori che proteggono la nazione ed espandono il sapore della Legge, alle divinità del sole della Luna e delle Stelle; li prego per ché accrescano i miei benefici».
Una vera e propria preghiera shintoista. Anche nelle altre preghiere silenziose il tono è il medesimo: «Prego per l'unità del popolo e del governo e la prosperità dei paesi ove regna l'Imperatore». Così, anche la politica di conquista dei militari diviene oggetto di preghiera.
Il sostegno alla guerra
Nel '41, il ventinovesimo comunicato del patriarca Nikkyo recitava: «Con grande emozione ho appreso la notizia della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti e all'Inghilterra. Proviamo una grande gratitudine per i nostri bravi soldati, protetti dalla sostanza divina dell'imperatore (Arahitogami) che ci ha già concesso grandi vittorie».
Sul Dai-Nichiren di gennaio '42 Nikkyo scrisse un intervento dottrinale, in cui esortava: «Fate scaturire una grande fede, fortificatela, rispettate le parole profonde dell'imperatore e compite fedelmente il vostro dovere per la Patria. La pace del paese e quella del mondo saranno portate a compimento attraverso la politica di myo. Myo è la vita, ho è la morte. Donando la vostra vita alla nazione realizzerete il senso originale dell'apparizione di Nichiren Daishonin nel nostro paese».
Nel giugno del '43 la Nichiren Shoshu si preparava a ricevere i kamifuda, sperando di non doverli appendere da nessuna parte. Solo il monaco Fujimoto Renjo decise pubblicamente di non accettarli e per questo fu arrestato dalle autorità il 16 giugno, sotto l'accusa di attentato all'ordine pubblico e di mancanza di rispetto per la persona dell'imperatore. I responsabili del Taiseki-ji, per evitare la repressione da parte delle autorità, lo destituirono dai suoi incarichi amministrativi per espellerlo qualche tempo dopo.
Poi i capi della Nichiren Shoshu - ormai disposti a sottomettersi all'imposizione governativa - convocarono in udienza speciale gli irriducibili della Soka Kyoiku Gakkai per tentare di convincerli a desistere dalla loro opposizione allo Shinto ai kamifuda.
Il 20 giugno 1943 sette responsabili della Soka Kyoiku Gakkai, tra cui Makiguchi e Toda, furono ricevuti dal patriarca Nikkyo, dal responsabile dell'Ufficio amministrativo Jikai Watanabe e da Nichiko Hori, cinquantanovesimo patriarca non più in carica, chiamato a presenziare l'incontro come mediatore fra le due parti.
Malgrado i ripetuti inviti ad accogliere i kamifuda in nome dell'amor di patria e dell'unità della scuola, Makiguchi rifiutò risolutamente di accettare alcuna forma di compromesso: «Penso che far entrare lo shintoismo nel tempio della Nichiren Shoshu sia una mancanza di rispetto nei confronti della Legge di Nichiren Daishonin. (...) Mi auguro che i membri della Soka Kyoiku Gakkai non aderiscano a tale orientamento».
L'opposizione dei rappresentanti della Soka Kyoiku Gakkai non mutò la decisione di Nikkyo che, lo stesso 20 giugno, autorizzò l'esposizione dei kamifuda nella grande sala di preghiera del Taiseki-ji e nel mese successivo fece installare i kamifuda e gli shimenawa (lo shimenawa era una corda di paglia la cui presenza segnalava i luoghi sacri shintoisti) in tutti i templi e le abitazioni di monaci e laici.
L'azione del governo contro la Soka Kyoiku Gakkai si fece sempre più decisa. Il 29 giugno 1943 Arimura Katsuji, membro del comitato d'amministrazione e Ginno Tadao, responsabile del capitolo di Nakano, furono arrestati e interrogati per una settimana. Nonostante ciò Makiguchi non cambiò la sua posizione e il primo luglio si recò nella penisola di Izu, per convincere i membri a non accettare i kamifuda.
Arrestati ed espulsi
Durante questo viaggio Makiguchi fu arrestato con l'accusa di aver turbato la legge sull'ordine pubblico, per non aver rispettato i santuari shintoisti e per aver istigato i membri della Soka Kyoiku Gakkai a bruciare i kamifuda. Successivamente vennero imprigionati anche altri ventuno esponenti dell'organizzazione tra cui il giovane Josei Toda. Furono picchiati e torturati più volte. Le loro famiglie vennero emarginate. In molti casi finirono con l'abbandonare la fede e considerare Makiguchi il responsabile della loro tragedia.
Dopo l'arresto di Toda e Makiguchi i monaci della Nichiren Shoshu, al fine di evitare attacchi da parte del governo, vietarono ai membri della Soka Kyoiku Gakkai di recarsi al tempio principale, espulsero tutti gli esponenti imprigionati e chiesero ufficialmente agli altri membri di accettare i kamifuda. Non solo, ma tentarono di convincere Makiguchi a rivedere le sue posizioni facendo pressioni sulla moglie.
Makiguchi, detenuto nella prigione municipale di Tokyo dove rimase fino alla morte, il 18 novembre del 1944, malgrado la durezza delle condizioni carcerarie restò fedele alle sue convinzioni e impegnò tutte le sue forze nell'approfondimento e nella pratica del Buddismo.
In ben altra maniera andavano le cose al Taiseki-ji: un comunicato del 10 ottobre '42 invitava i fedeli a frequentare i templi shinto. Il 19 dello stesso mese fu istituito un nuovo gruppo laico danto, al fine di rafforzare lo spirito nazionale dei praticanti laici. Furono fatte raccolte di danaro e beni per sostenere lo sforzo bellico e organizzate delle recitazioni per la vittoria. Dal gennaio '44 l'area del Taiseki-ji divenne un deposito di materiali dell'Armata giapponese e luogo d'alloggio della manodopera impegnata nelle fabbriche di munizioni.
II 16 giugno del '45 nell'area del Taiseki-ji divampò un incendio di proporzioni impressionanti, che fu domato solo il giorno seguente. Frugando tra le macerie i monaci rinvennero il cadavere del sessantaduesimo patriarca Nikkyo. All'epoca le indagini ufficiali attribuirono l'incendio all'imprudenza di un operaio; una successiva inchiesta scoprì invece il vero responsabile: un monaco che, nascostosi in un armadio per fumare una sigaretta, non l'aveva spenta bene.
Nikkyo, notevolmente appesantito e di salute piuttosto cagionevole, si assentava spesso dal tempio per soggiornare in una casa di riposo. Il giorno prima dell'incendio, il 15 giugno '45, era appena rientrato da uno di questi soggiorni.
L'incendio fu particolarmente violento: le fiamme si propagarono rapidamente e si estesero agli alloggi del patriarca. Il fuoco sottostante aprì il pavimento della camera dove era intrappolato Nikkyo che precipitò dentro il grande forno della cucina sottostante. Lo trovarono con la parte inferiore del corpo bollita dall'acqua e la parte superiore carbonizzata.
Due mesi più tardi - il 6 e il 9 agosto 1945 - due bombe atomiche americane annientavano Hiroshima e Nagasaki.
Note
1) L'espressione “rifiutare il carattere dello Stato” sottointendeva l'arresto immediato per l'accusa di semplice non adesione all'ordine costituito. Il termine “carattere dello Stato” (Kokutai) indicava la divinità e la sacralità dell'imperatore, l’unità e la divinità del popolo giapponese, la sua funzione di “corpo” dell'imperatore
2) Nel 1941 un emendamento della legge del '39 mirò a sottomettere all'imperatore tutte le autorità religiose. Le condanne potevano arrivare fino alla pena capitale
3) Nel '36 i 60 responsabili della scuola shinto buddista Omoto Kyo furono improvvisamente arrestati, i loro templi distrutti e tutti i beni confiscati. Il fondatore, Onisaburo Deguchi, fu condannato all'ergastolo. Nel 1937 vennero arrestati dodici responsabili della scuola Hitonomichi e si scatenò la repressione della Lega della Gioventù del Nuovo Buddismo con 106 arresti. Nel 1938 ci fu arresto di 400 membri della scuola buddista Honmichi, con 237 condanne. Il fondatore Onishi Aijiro fu condannato all'ergastolo. Nel 1939 toccò alla scuola Todai-Sy-a: 115 arresti. Nel 1941 sono perseguitate la scuola Nyorai-kyo e la Chiesa cattolica del Nuovo Testamento. Nel 1942 vengono arrestati, tra i tanti, 134 pastori protestanti
4) Per esempio, nel Gosbo Un saggio percepisce le tre esistenze della vita fu soppresso il seguente passaggio; «Nichiren è il più grande saggio del mondo. Malgrado ciò, tutti, dal più umile al più potente, mi hanno disprezzato e calunniato, attaccato a colpi di spada e bastoni e infine esiliato. Ecco perché Bonten, Taishaku, gli dèi del sole e della luna e i Quattro Re Celesti hanno incitato un paese vicino a punire quest'offesa»
5) Anche i Gohonzon, oltre i Gosho, ebbero vita difficile. Nel mese di marzo del 1937, un gruppo di laici d'ispirazione shinto intentarono un processo a tutte le scuole Nichiren, accusandole di iscrivere sui Gohonzon i nomi delle divinità shinto - ad esempio Tensho-Daijin - come divinità di secondarie. Nel corso del processo le autorità dettero ragione alle scuole Nichiren.


L’ERA DEI LAICI

Il Giappone in ginocchio
E gli dèi questa volta non risposero: quella guerra conobbe un solo vento straordinario, niente affatto “divino”: il terrificante spostamento d'aria dei funghi atomici americani. E dire che nel vento i giapponesi ci credevano: mentre gli Stati Uniti passavano di vittoria in vittoria nel Pacifico e perfezionavano la bomba atomica, gli scienziati nipponici andavano elaborando un sistema di sfruttamento bellico del vento. L'idea era cervellotica: colpire i boschi e il territorio americano con delle mongolfiere incendiarie a orologeria affidate ai jet streams, le correnti d'aria stratosferiche.
Per costruirle vennero mobilitati milioni di persone, soprattutto donne, che lavorarono nei teatri, negli stadi, nelle gallerie ferroviarie, nelle cantine a incollare strisce di carta di riso una sull'altra fino a fabbricare giganteschi palloni stratosferici. Ogni pallone richiedeva 600 strisce di carta incollate con man non, una cellulosa locale. Ogni operaia poteva, in dodici ore di lavoro, completare solo quattro o cinque strisce. Vennero lanciati - in due anni - 9300 palloni: ne arrivarono a destinazione forse cinquecento, che non fecero alcun danno. Ogni pallone recava scritte shinto inneggianti al Giappone e alla dea del Sole, Amaterasu.
Per contro, qualche cifra: a Guam i giapponesi persero 10.924 uomini su 11.000, gli americani 1400; a Okinawa i caduti nipponici furono 132.000, gli americani 11.000. Sempre a Okinawa furono abbattuti 4155 aerei nipponici contro 458.
Una proporzione costante di quasi 1 a 10. Fino alla resa dell'impero. I piloti suicidi non servirono a niente. Per la prima volta nella sua lunga storia, il Giappone conobbe la dominazione straniera.
Una nuova armonia
«Sono profondamente unito al defunto presidente Makiguchi (...) La nostra vita è eterna, senza inizio e senza fine. Sono fortemente consapevole di essere in questo mondo per compiere la grande missione di propagare i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo, il sutra del Loto dell'epoca di Mappo. A partire da ciò, siamo dunque il primo e il secondo dei Bodhisattva della terra».(Josei Toda).

Josei Toda uscì di prigione il 3 luglio del 1945, qualche settimana prima della capitolazione giapponese. Dopo due anni di carcere le sue condizioni fisiche erano molto precarie. Ma la sua combattività non si era spenta.
Del vecchio gruppo dirigente della Soka Kyoiku Gakkai, a parte Makiguchi e Toda, il solo a non aver rinnegato la propria fede durante la prigionia era stato il direttore generale, Shuhei Yajima.
Le persecuzioni subite avevano portato la maggioranza degli altri a dubitare e abbandonare la fede. Toda comprese che la ricostruzione del movimento laico doveva fondarsi su uno studio approfondito della filosofia buddista, in modo che ciascuno potesse costruire una fede autonoma. Dopo aver preso contatto con qualche vecchio praticante di Tokyo, avviò immediatamente delle sessioni di studio sul Sutra del Loto.
In seguito a una sua richiesta alla Nichiren Shoshu, ottenne che la pratica di Gongyo si uniformasse in tutti i templi e che fossero eliminate le preghiere silenziose dedicate all'imperatore e alle divinità shinto introdotte durante la guerra. D'accordo con il patriarca Nissho, Toda invitò i laici ad adottare la forma del Gongyo - cinque preghiere al mattino e tre alla sera - praticata dai monaci.
Il primo “tre maggio”
L'amministrazione americana aveva importato in Giappone il sistema democratico, ristabilendo le libertà fondamentali, tra cui quella religiosa e di culto. Toda si rese conto che il ripristino della libertà di culto voluto dal generale Mac Arthur avrebbe permesso e garantito un rapido sviluppo del movimento di kosen-rufu. Nacque la Soka Gakkai.
Nell'agosto del 1947 - durante un corso di studio - il giovane Daisaku Ikeda conobbe il Buddismo di Nichiren e, colpito dalla forte personalità di Toda, ne divenne il discepolo. Il 3 maggio 1951 Josei Toda accettò di essere il secondo presidente della Gakkai. Da quella data si impegnò a convertire 750.000 famiglie prima di morire.
Qualche giorno dopo, il patriarca Nissho inscrisse un Joju Gohonzon (grande Gohonzon onorifico) destinato alla Soka Gakkai, quale riconoscimento per l'impegno a realizzare il grande desiderio di kosen-rufu e una vasta diffusione di questa legge attraverso una propagazione compassionevole. E la prima volta che un movimento laico ottiene da parte del tempio un riconoscimento così importante.
Turisti o pellegrini?
Con la riforma agraria introdotta dagli americani nel dicembre del 1945, buona parte delle terre coltivabili del Giappone venne riacquistata a basso prezzo e ridistribuita ai contadini ai quali era stata espropriata durante la guerra. Ai monaci del Taiseki-ji furono sottratti i 9/10 delle loro proprietà. Furono costretti a disboscare il terreno rimasto per renderlo coltivabile.
In seguito alla tragica morte di Nikkyo, il sessantunesimo patriarca non più in carica, Nichiryu, dovette riprendere le sue funzioni fintanto ché non nominò patriarca Nichiman. La sua carica non durò a lungo: fu costretto alle dimissioni per aver venduto una parte del bosco del tempio per guadagno personale.
Il Taiseki-ji finì sul lastrico. Occorreva, a tutti i costi, trovare una fonte di guadagno che permettesse di mantenere il tempio principale e gli affiliati. Nissho - sessantacinquesimo patriarca dal luglio 1947 - a imitazione delle altre scuole buddiste, per risollevarne l'economia trasformò il Taiseki-ji in un'attrazione turistica.
Nel 1950 il tempio principale divenne monumento nazionale: i turisti lo potevano visitare fruendo di visite guidate, ufficio informazioni e accoglienza. Si poteva sostare nei giardini e comprare gadget. Toda si oppose categoricamente a questo progetto: il Taiseki-ji non poteva divenire una semplice meta turistica.
Tuttavia, rendendosi conto della precarietà della situazione finanziaria propose l'organizzazione di pellegrinaggi e di viaggi di studio per i membri della Gakkai che potevano in questo modo esprimere la loro riconoscenza al Dai Gohonzon e fare offerte al tempio.
Grazie all'iniziativa di Toda, i pellegrinaggi al Taiseki-ji conservarono una dimensione spirituale, permettendo lo sviluppo dello spirito di ricerca dei fedeli e assicurando un apporto finanziario regolare ai monaci.
Nel '52 fu pubblicata la raccolta completa degli scritti di Nichiren Daishonin, il Gosbo Zenshu, in occasione del 700° anniversario della prima in vocazione del Daimoku. Si trattò di un momento fondamentale in quanto metteva ogni fedele in condizione di accedere direttamente all'insegnamento del fondatore.
L'incidente di Ogasawara
Nell'aprile del'53 scoppiò il cosiddetto “incidente Ogasawara”. La presenza del monaco Jimon Ogasawara alle celebrazioni del 700° anniversario aveva provocato forti reazioni da parte della Divisione giovani della Soka Gakkai. Ogasawara aveva assunto posizioni compiacenti nei confronti del governo militarista, responsabile non solo della tragedia della guerra ma anche della morte di Tsunesaburo Makiguchi.
Costretto a un dibattito sulla sua teoria dello Shimpon busshaku1. Ogasawara si trovò in serie difficoltà fin ché gettò a terra il suo abito. Questo gesto provocò la reazione dei giovani che lo sollevarono e lo portarono di peso davanti alla tomba di Makiguchi, intimandogli di inginocchiarsi e di scusarsi per la sua corresponsabilità nell'arresto e nella morte del maestro.
La reazione della Nichiren Shoshu non si fece attendere.
Nel corso della quarantasettesima assemblea dei monaci, il comportamento dei giovani della Gakkai venne stigmatizzato e a Toda vennero intimate le seguenti condizioni: 1) Preparare una lettera di scuse al responsabile del tempio principale.
2) Cessazione delle sue funzioni di rappresentante delle organizzazioni laiche della Nichiren Shoshu (sokoto).
3) Interdizione dalle visite al tempio principale per un anno2.
Ma un mese dopo le sanzioni vennero revocate e il 31 ottobre Ogasawara offrì le sue scuse e abiurò lo Shimpon busshaku. Il 7 novembre infine il patriarca Nissho pronuncio un discorso sull'unità tra clero e laici invitando a superare ogni conflitto.
La Soka Gakkai accetto di buon grado questa conclusione, ma da quel momento Josei Toda non mancò mai di segnalare mancanze nel comportamento dei monaci. «I monaci, come tutti i leader, hanno il potere di salvare gli uomini e le donne comuni. Coloro che, indossando l'abito di un monaco, hanno nel loro cuore solo la ricerca di un personale profitto, come un gatto che ammicca un sorriso, non sono monaci». E ancora: «Vi prego di fare attenzione ai cattivi monaci». Queste parole furono pronunciate nella riunione generale della Soka Gakkai del 1953, alla presenza del sessantaquattresimo patriarca Nissho, del cinquantanovesimo patriarca non in carica Nichiko, dei monaci Horigome e Hosoi, futuri sessantacinquesimo e sessantaseiesimo patriarca.
Unità
All'inizio del 1954 il responsabile del tempio Myofuku si accorse che nel suo tempio era da tempo diffuso il culto di statue di bodhisattva e di altre divinità. Il monaco decise la loro rimozione scatenando però l'ira dei fedeli che inviarono una lettera al tempio principale richiedendone le dimissioni.
Il responsabile chiese aiuto alla Soka Gakkai i cui membri, visitando i fedeli nelle loro case, spiegarono con pazienza la dottrina. Qualche fedele particolarmente testardo decise di portarsi a casa le statue ma venne espulso dalla Nichiren Shoshu, in quest'occasione perfettamente allineata alla Soka Gakkai.
Altro episodio di piena collaborazione fu nel marzo '55 quando membri della scuola Minobu vennero invitati dalla Soka Gakkai per un dibattito. A fronte della sconfitta della Minobu, il 65 patriarca Nichijun dirà ai suoi monaci: «Se aveste condotto voi il dibattito, avremmo perso. Abbiamo vinto grazie alle qualità dello studio dei membri della Soka Gakkai».
I risultati dell'armonia stabilitasi tra clero e laici non si fanno attendere: la Nichiren Shoshu vede infatti i suoi templi, nel 1945 appena 71, raddoppiare di numero nel 1958.
Nichijun Shonin e le 750.000 famiglie
Nel marzo del 1956 fu Nichijun Shonin ad assumere la direzione della Nichiren Shoshu. Questo monaco rispettava profondamente le attività della Soka Gakkai e Josei Toda, da parte sua, gli riconosceva grande autorevolezza. Nel 1945, appena uscito di prigione, Toda si era recato proprio nel suo tempio e i due uomini insieme avevano riaffermato il loro impegno a realizzare kosen-rufu e a ricostruire il tempio principale. Nichijun seguì da vicino la vita della Soka Gakkai partecipando a tutte le riunioni generali dell'associazione.
Gli anni che precedettero il marzo del 1958, data in cui fu conseguita la conversione 750.000 famiglie, furono incredibilmente attivi: la Gakkai si diffuse in tutte le regioni del Giappone. Spesso per le sue scelte e opinioni fu costretta a confrontarsi, anche polemicamente, con la stampa e con altre organizzazioni.
Kosen-rufu ai giovani
Toda morì il 2 aprile del 1958 dopo un mese d'intensa attività al Taiseki-ji. Quest'ultimo periodo della vita del presidente della Soka Gakkai è ricordato in particolare per la riunione che tenne, il 16 marzo, assieme a 6000 giovani. In quell'occasione Toda sentendo prossima la sua fine, investì le sue ultime forze per condividere il suo ideale con i giovani raccolti attorno a lui e assegnare loro il compito di proseguire l'opera di propagazione del Buddismo.
Con la morte di Toda molti pensavano che la Soka Gakkai sarebbe crollata. Ma la cerimonia dei funerali - svoltasi il 20 aprile - che raccolse 120.000 persone, impressionò tutti gli osservatori per la sua forza e la sua dignità esemplare. Tutta l'organizzazione si raccolse attorno a Daisaku Ikeda che, in quanto responsabile dell'Ufficio esecutivo, assunse la direzione delle attività.
Nichijun morì il 17 novembre del 1959, all'età di sessantuno anni. Nella notte fra il 15 e il 16 trasmise la carica di patriarca al monaco Hosoi che prese il nome di Nittatsu. Il pomeriggio del 16 il direttore della Soka Gakkai, Koizumi, e Ikeda furono invitati al suo capezzale per essere informati della nomina del nuovo patriarca. Il fatto che fosse Nichijun in persona a comunicare ai responsabili della Soka Gakkai l'elezione del suo successore conferma il suo profondo rispetto verso l'opera di Josei Toda e dell'organizzazione da lui fondata3.
Il 3 maggio 1960, Daisaku Ikeda fu nominato terzo presidente della Soka Gakkai4.
Note
1) Cfr box pag. 44
2) Unica voce contraria quella del 59° patriarca dimissionario Nichiko: «Non ha grande importanza separare la Soka Gakkai dalla Nichiren Shoshu. Decidere per la sua espulsione sarebbe un grave e pericoloso errore. Piuttosto bisognerebbe proteggerla».
3) Nichijun rivolse queste parole ai suoi due ospiti: «Ho fatto il necessario perché Seido Hosoi mi succeda. Vi prego, sostenetelo. Grazie al presidente Toda e alla Soka Gakkai, il grande insegnamento di Nichiren Daishonin è rimasto puro fino a oggi. La nostra scuola non deve dimenticare mai il debito profondo che ha verso di essi. Ho trasmesso questa raccomandazione a Hosoi.»
4) Quel giorno, realizzando la volontà di Toda, fu presa la decisione di donare alla Nichiren Shoshu una grande sala di ricevimento (Dai-Kyakuden). La somma raccolta per la realizzazione di questo progetto superò ogni previsione raggiungendo la cifra di tre miliardi di yen. Il Dai-Kyakuden, magnifico edificio in tre piani, fu inaugurato nella primavera del 1964. Nel frattempo il Dai-bo, altro edificio offerto dalla Soka Gakkai al Taiseki-ji, era stato inaugurato il 3 marzo del 1963. Questa struttura doveva servire come abitazione per il patriarca e come Ufficio amministrativo per il tempio principale. Fu in seguito utilizzato anche per la formazione dei novizi. La somma avanzata permise di comprare dei terreni attorno al Taiseki-ji, in cui far costruire il Daike-jo, nuovo edificio d'accoglienza per i membri in viaggio di studio, e per costruire altri tempi nelle diverse regioni del Giappone.
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