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LA VITA E LE OPERE DI Shākyamuni
Shākyamuni è considerato il fondatore storico del Buddismo: è universalmente conosciuto anche come l’Illuminato o Gautama Budda. Il testo più antico sulla sua vita è il Buddhacarita ( Le gesta del Buddha ) del poeta Asvaghosa. Difficile collocare storicamente Asvagosa per una quasi totale mancanza di storiografia indiana: si ipotizza che sia vissuto in un arco di tempo compreso tra il 50 a. C. e il 100 d. C. Brahmano dell'India nord orientale, diventò buddista solo in età matura. Il testo inizia con la nascita di Shākyamuni, prosegue con l'insorgere della sua insofferenza per i piaceri del palazzo, con la sua ascesi e l'illuminazione. (Asvagoşa, Le gesta del Buddha , Adelphi, Milano, 1979)
Altro testo antico sono i Jātaka , o La Ghirlanda della nascite, le vite anteriori del Budda (da jāti, vite anteriori): una raccolta di 547 storie delle vite anteriori del Budda storico compilate dallo scrittore e poeta Arya Sura. I Jātaka non hanno alcun legame cronologico gli uni con gli altri. Il Budda compare talora come personaggio principale, ma spesso come figura secondaria rispetto alla vicenda, o persino come semplice testimone. Dopo una introduzione, in cui si specifica l'occasione in cui il Budda narrò la storia, inizia il jātaka vero e proprio, per concludersi con la delucidazione di chi siano i personaggi nascosti dietro le varie figure letterarie (oltre al Budda compaiono anche altri discepoli e persone). (Āryaśūra, La ghirlanda delle nascite: le vite anteriori del Buddha, a cura di R. Gnoli, Rizzoli, Milano 1991)
Sulla figura di Shākyamuni uomo e Illuminato, oltre a queste due antiche scritture, sono apparse numerose interpretazioni provenienti sia dalle scuole buddiste nate dopo la sua morte sia da libri redatti in tempi più moderni, tra questi: Il silenzio del Buddha di Ramon Panikkar, (Oscar Mondadori); La vita di Siddharta il Buddha, Thich Nath Hanh (Ubaldini); La vita e l'opera di Shākyamuni Buddha di Ananda Coomaraswamy, (ed. Il Cerchio). Il pensiero del Buddha di R. Gombrich (Adelphi, 2012); Schumann, Il Buddha storico, (Ed. Salerno); Il Buddhismo, scuole dottrina e storia, di Giuseppe Tucci (ed. Ghibli), G. Sono Fazion, Il Buddha, (Cittadella, Assisi), W. Rahula, L'insegnamento del Buddha, (Paramita), M. Zago, Il Buddhismo, (Rizzoli), ma anche la La filosofia indiana (Āsram Vidỹa, Roma, vol I, 1993) monumentale opera di Sarvepalli Radhakrishnan. Per questo motivo può essere difficile ricostruire un ritratto veritiero, completo e verosimile del fondatore della tradizione buddista. Ma esistono comunque molti aspetti che accomunano le ricerche moderne e gli antichi insegnamenti.
In questo scritto si fa riferimento soprattutto al testo La vita del Budda di Daisaku Ikeda (Prima edizione: Bompiani, Sonzogno, Milano, 1986, ma in seguito – e qui usato – La vita del Budda, Esperia, Milano, 2012 ). Nella prefazione l'autore dichiara il suo punto di vista: «Questa è la mia visione personale di Shākyamuni. È questo l’uomo, uno fra i molti che hanno cercato la Via, che da lungo tempo ammiro e dal quale mi sono sentito attratto. Ed è questo l’uomo che desidero descrivere, più che il fondatore divinizzato e venerato di una religione» (Op. cit., pg. 2). Per aiutare a comprendere questo aspetto della biografia di Shākyamuni, abbiamo scelto di seguire il cammino tracciato da Daisaku Ikeda, riportando - anche con l’aiuto di link - diverse storie, aneddoti, parabole e interpretazioni che meglio aiutano a delineare un ritratto del Budda storico.
L'India all'epoca di Shākyamuni
Secondo le scritture buddiste e altri testi, all’epoca di Shākyamuni l’India era formata da sedici grandi regni: tra i più conosciuti il Magadha, il Kosala, il Vriji, il Vatsa e l’Avanti.

CartinaIndiaEpocaShakyamuni

Tra i più importanti e potenti troviamo il Kosala, governato dal re Prasenajit che controllava gran parte della zona orientale (oggi lo stato dell’Uttar Pradesh), e quello del Magadha governato da Bimbisara, re di grande saggezza politica che col tempo assorbì i regni del Kosala e del Vriji fondando una dinastia imperiale nota come Maurya. Ad essa appartiene il famoso imperatore Ashoka, il terzo sovrano della dinastia che nel III secolo a.C. riuscì a unificare tutti i territori dell’India, esclusa la punta meridionale.
Durante il periodo dei “sedici grandi regni”, la tribù degli Shakya non appariva degna di particolare rilievo. La capitale del regno, Kapilavastu, non era un centro di grande importanza o potere e gli Shakya probabilmente erano politicamente dipendenti dal Kosala. Un altro elemento che aiuta a comprendere la posizione di questa tribù è sottolineato dal prof. Hajime Nakamura, il quale scrive come il padre di Shākyamuni fosse denominato col semplice titolo di “re” e non “grande re” come era costume per i regnanti degli stati più potenti.
Gli studiosi presentano opinioni diverse sulla struttura politica di questi piccoli stati. Alcuni li considerano repubbliche aristocratiche governate da un consiglio tribale di anziani che deliberava sulle politiche dello stato. A sostegno di questa ipotesi viene sottolineato che probabilmente il re degli Shakya veniva eletto da dieci capi e scelto all’interno di quello stesso gruppo. Altri studiosi invece ritengono che in quel periodo tali stati si stessero organizzando in un solo stato potente e altamente centralizzato e che, se non erano vere e proprie aristocrazie, erano quanto meno oligarchie guidate da un’élite. Qualunque possa esser stata la struttura politica dello stato degli Shakya, è certo che il paese era piccolo e debole e quasi inevitabilmente destinato a essere annesso a uno o l’altro dei grandi regni confinanti.
La biografia
È difficile stabilire il periodo esatto in cui visse Shākyamuni (lett. sanscr. Saggio degli Shakya), ma i ricercatori moderni datano la sua vita intorno al 560-480 a.c. o al 460-380 a. C. Siddartha - questo era il suo nome iniziale - nacque in India dal re Shuddhodana e dalla regina Māyā, governanti della tribù degli Shakya nel Giardino di Lumbini. Il luogo è situato a circa quindici miglia da Kapilavastu in prossimità del confine con l’attuale Nepal. Nel febbraio 1896, in questo luogo, venne portato alla luce un pilastro che commemorava una visita del re Ashoka in onore della nascita del Budda. Questa scoperta prova che si tratta di un personaggio effettivamente vissuto e non di semplice leggenda.
Sebbene il regno fosse piuttosto piccolo, Siddharta - che secondo il desiderio del padre avrebbe dovuto ereditare il regno degli Shakya - crebbe nel lusso e fu educato sia alle arti civili sia a quelle marziali. Disponeva di differenti palazzi a seconda delle stagioni, i suoi attendenti erano sempre pronti a riparlo dal sole e durante la stagione delle piogge venivano preparati intrattenimenti per la sua distrazione. Malgrado l'agiatezza divenne presto consapevole dei problemi che causavano sofferenze agli esseri umani e in lui crebbe sempre più il desiderio di abbandonare il palazzo per trovare risposte a quelle sofferenze. Il padre, intuendo la tendenza del figlio, cercò di trattenerlo e, secondo alcuni racconti, decise di farlo sposare con Yashodara, da cui nacque Rāhula. Malgrado il matrimonio, Siddharta non abbandonò il desiderio di lasciare il palazzo.
Ne La filosofia indiana (Op. cit.ta, p. 344) Radhakrishnan descrive i sentimenti di Shākyamuni in quel periodo della sua vita: «L’impermanenza e l’incertezza della vita lo turbarono profondamente ed egli fu acutamente consapevole degli oscuri abissi in cui moltitudini di esseri umani concludono le loro esistenze avvolti nelle tenebre e nell’errore. Il racconto delle quattro figure simboliche che il Gautama incontrò (…) ha come morale il fatto che le miserie umane del mondo impressero un marchio sulla sua natura sensibile».
La tradizione racconta dei “quattro incontri” che furono l’origine della decisione di Shākyamuni di dedicarsi alla vita religiosa: uscendo un giorno dalla porta orientale del palazzo incontrò un uomo anziano, in un’altra occasione, uscendo dalla porta meridionale, si imbatté in un malato, un’altra volta ancora, uscendo dalla porta occidentale, vide un cadavere. Infine un giorno uscendo dal lato nord incontrò un asceta che aveva abbracciato la vita religiosa. Questo ultimo incontro lo colpì tanto profondamente che decise di rinunciare alla vita principesca per diventare un saggio e poter così rispondere alle domande sulle sofferenze innate alla vita umana, nascita, invecchiamento, malattia e morte.
Sull'abbandono del palazzo da parte di Siddharta, le scritture riportano varie leggende. Ma la più accreditata narra che una notte egli lasciò Kapilavastu accompagnato dal domestico Chandaka. Inizialmente entrò nel territorio dei Kolika e da lì si diresse a sud attraverso il fiume Anouma. Si tagliò i capelli, si liberò dei gioielli e degli ornamenti regali e rimandò a casa il servitore mandando alla famiglia il messaggio che non sarebbe tornato in città finché non avesse realizzato l’obiettivo per cui aveva abbracciato la vita religiosa: l'ottenimento dell’illuminazione.
In India la consuetudine di dedicarsi alla vita ascetica era già diffusa in tempi precedenti a Shākyamuni: ma, al suo tempo, era ormai consuetudine che i membri della classe più elevata, ad una certa età, si ritirassero nella foresta per un periodo di meditazione e riflessione.
I membri della classe agiata, i Brahmani, dividevano la propria vita in quattro fasi: 1° periodo degli studi che iniziava verso gli 8 anni e finiva a 20 anni, in cui si riceveva un’istruzione sulle dottrine e pratiche del Brahmanesimo. 2° la vita in famiglia, periodo più lungo in cui si costruiva una famiglia trasmettendo gli “obblighi” ai figli e si svolgeva nel periodo tra i 20 e i 50 anni. 3° vita nella foresta, periodo in cui ci si poteva dedicare all’ascetismo e alla pratica religiosa allo scopo di giungere alla piena maturità filosofica. 4° isolamento e nomadismo, periodo in cui si usciva dalla foresta e si trascorreva l’ultimo periodo della vita peregrinando in povertà, vivendo delle sole elemosine.
Malgrado fossero queste le convenzioni, Shākyamuni decise in giovane età di seguire la via ascetica, e questo fatto indicherebbe come il suo forte desiderio di ottenere l'illuminazione prevalesse sul semplice adeguarsi ai costumi dell'epoca. Iniziò il suo viaggio dirigendosi verso sud e scegliendo il Magadha come destinazione finale. Sono state avanzate diverse ipotesi sul motivo per cui – tra tutti gli stati – scelse il Magadha: una di queste si basa sul fatto che i due regni più potenti all’epoca erano il Magadha e il Kosala, ma il secondo fu da lui scartato poiché - confinante con il piccolo regno degli Shakya - esercitava su di esso un forte controllo politico.
Ma più probabilmente Shākyamuni scelse di dirigersi verso il Magadha perché lo considerava il centro di una nuova cultura e di un nuovo pensiero che stava nascendo proprio in quel periodo e con il quale probabilmente il futuro Budda si voleva confrontare.
Uno sguardo all’interno della società indiana
La società indiana a quel tempo stava attraversando un processo di radicale mutamento. Da una parte i membri della classe brahmanica - considerati fino a quel momento quasi come esseri divini - iniziavano a perdere autorevolezza a causa della corruzione e degenerazione all’interno della loro stessa comunità. Dall’altra cambiavano anche le tradizionali strutture della società grazie allo sviluppo del commercio e degli scambi che creò una classe di ricchi mercanti, i quali forti del potere garantito dalle loro ricchezze sfidarono l’autorità dei brahmani.
Parallelamente, acquistavano potere anche i membri della classe degli kshatriya, guerrieri che gestivano la politica degli stati, il potere dei quali divenne maggiore di quello dei loro presunti superiori, i sacerdoti. Alcuni membri della classe degli kshatriya, sia prima sia durante il periodo di Shākyamuni, erano pronti a sfidare i sacerdoti non solo su questioni di potere e priorità sociale, ma anche su temi religiosi e filosofici. I leader della classe degli kshatriya, insieme alla nuova classe di ricchi mercanti nota come shreshthin, presero le distanze dai modelli della vecchia società tribale dei brahmani e si adoperarono per costruire un nuovo tipo di struttura sociale sotto la guida di un monarca. All’epoca di Shākyamuni questi cambiamenti sociali stavano prendendo piede con grande rapidità, e al centro della nuova società e della cultura che stava iniziando a emergere c’era lo stato di Magadha.
Uno degli aspetti più importanti di questa nuova cultura fu la comparsa di pensatori che rifiutavano apertamente l’autorità del vecchio ordine sociale brahmanico e la loro presenza indica quanto furono radicali i cambiamenti che presero piede nella società sotto la guida di uomini che osarono liberarsi completamente dalle dottrine del brahmanesimo. Questi uomini venivano definiti shramana “colui che predica l’austerità religiosa”. In origine questo termine era usato per tutti gli asceti in generale e all’epoca di Shākyamuni era stato esteso a tutti gli asceti che rigettavano il Brahmanesimo e l’ordine sociale che rappresentava. Pare che il Magadha sia stato un luogo di ritrovo per questi shramana. Successivamente Shākyamuni fu chiamato Gautama Shramana, perché era considerato appartenente a questo gruppo di pensatori riformisti.
È nel Magadha che Shākyamuni si dedicò alle severe austerità religiose, ottenne l’illuminazione e iniziò a predicare la religione buddista; tra i primi convertiti ci furono il re Bimbisara del Magadha e molti shreshtshin, o mercanti facoltosi di quello stato. Anche il re Prasenajit del Kosala dimostrò grande rispetto per Shākyamuni e sostenne le sue attività religiose.
Il sostegno offerto dai ricchi mercanti all’ordine buddista è spesso citato nelle scritture, uno donò il Monastero del Boschetto di Bambù a Rajagriha e una altro un monastero nella città di Shravasti, nel Kosala. Il più conosciuto di questi mecenati fu Sudatta, che si dice fosse l’uomo più ricco del Kosala e che divenne noto per la generosità con cui divise la propria ricchezza con i poveri.

ShakyamuniFrammento

Percorso verso l’illuminazione e il suo raggiungimento
Inizialmente Shākyamuni seguì per anni l’insegnamento di maestri yogi che praticavano l’ascesi, poi decise di trovare in se stesso la via dell’illuminazione e con cinque discepoli si recò in una foresta vicino al fiume Nairanjana dove iniziò severissime pratiche ascetiche che portò avanti per sei anni. Quando oramai era allo stremo delle forze si rese conto che questa forma di negazione di sé e di mortificazione non avrebbe potuto portare alla soluzione del quesito e le rifiutò. I suoi discepoli rimasero delusi e scandalizzati e lo abbandonarono.
Shākyamuni, che all’epoca aveva trenta o trentacinque anni, dopo aver abbandonato tali pratiche, sedette in meditazione sotto un albero di pipal (fico selvatico), pratica che era consuetudine per gli asceti indiani dell’epoca. Qui iniziò la sua lotta contro il “demone Mara”. Questa lotta interiore viene descritta dalle scritture con resoconti dettagliati: Mara o re demone (colui che uccide o rapinatore di vita) va considerato non come un essere sovrannaturale e misterioso, ma una metafora delle funzioni negative presenti nell’universo e nella vita umana, funzioni che privano le persone della loro energia vitale e impediscono l’ottenimento dell’illuminazione. Mara cercò di intimidirlo, di indurlo in tentazione, ma non vi riuscì. Shākyamuni affrontò tutto con coraggio e fierezza e si illuminò alla vera natura di tutti i molteplici fenomeni dell’esistenza.
Le scritture fanno riferimento alla sua illuminazione con il termine sanscrito annuttara-samyak-sambodhi che significa “suprema e perfetta illuminazione” grazie alla quale si percepisce la vera natura di tutti i fenomeni dell’esistenza.
Superato l’ostacolo di Mara, Shākyamuni attraversò i quattro stadi di intensa meditazione (dhyana). Questi quattro stadi erano ampiamente praticati tra gli asceti del tempo e coloro che avevano la padronanza del terzo e quarto erano considerati santi. Per i brahmani e gli asceti questi quattro stadi erano considerati un fine e quando avevano la padronanza di tutti e quattro si pensava avessero raggiunto l’obiettivo ultimo.
Per Shākyamuni questi quattro stadi invece permettevano solo di ottenere una mente pura e libera. Così dopo averli approfonditi, proseguì nella ricerca della saggezza suprema.
I Sutra Agama (Sutra del Canone Pali contenenti i primi insegnamenti di Shākyamuni) descrivono l’illuminazione che si rivelò in tre fasi corrispondenti a tre veglie della notte, il raggiungimento supremo avvenne nella terza veglia. Nella prima veglia egli percepì le sue esistenze passate, percepì che la sua esistenza presente era parte di una catena infinita e ininterrotta di nascita, morte e rinascita.
Nella seconda veglia acquisì saggezza riguardo al futuro, apprese la legge del karma che governa le esistenze di tutti gli esseri senzienti nel passato, presente e futuro. (…) “Ho visto la morte e la rinascita di tutte le creature in base alla retribuzione delle loro azioni, elevate o basse (…). Mi è diventato chiaro che non si può trovare sicurezza nel mare del samsāra e che la minaccia della morte è sempre presente”. (Op. cit., pg. 71)
Nella terza veglia, all'approssimarsi dell’alba, era diventato un Budda, si era illuminato alla suprema verità.
Per la prima e seconda veglia le scritture concordano, mentre riguardo alla terza veglia differiscono notevolmente, ma l’opinione generale sembra indicare che la verità a cui si era risvegliato riguardasse la “legge di causalità’ o origine dipendente” (engi). Questo concetto, in sanscrito pratitya-samutpada, spiega il processo con cui tutti i fenomeni dell’universo nascono a seguito di cause. Tutti i fenomeni dell’universo sono soggetti alla legge di causa ed effetto, ogni fenomeno è simultaneamente causa ed effetto. Nulla può esistere in modo indipendente, tutti i fenomeni sono collegati fra loro sia nello spazio sia nel tempo e traggono origine da una rete di causalità. In questa visione non solo le cose che esistono nel presente dipendono l’una dall’altra, ma anche quelle che esistono nel passato e nel futuro. Il contenuto della sua illuminazione è quindi la Legge stessa della vita.
Shākyamuni, dopo aver afferrato la verità meravigliosa dell’esistenza fu tormentato ancora dal demone Mara (simbolo della sua oscurità fondamentale) che insinuò in lui il dubbio se rivelare questa Legge ai suoi simili o rimanere in silenzio. Famose sono le parole che rivolse al demone: «Attraverso molte nascite io cercai invano il Costruttore di questa Casa del Dolore. Ora, Costruttore, alla fine sei stato individuato, e da questa Casa io finalmente sono liberato. Io distruggerò tutte le travi, il tetto ed il muro, e dimorerò nella Pace che c’è al di là di tutto!».
Shākyamuni dovette così lottare contro l’egoismo radicato nella natura umana e alla fine vinse manifestando la grande compassione e pronunciando il voto del Budda: «Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo del Budda» (Il Sutra del Loto, capitolo Durata della Vita, Esperia, pg.305).
Daisaku Ikeda interpreta l’illuminazione di Shākyamuni affermando: «Quella realtà ultima colta da Shākyamuni può essere meglio descritta, a mio parere, come la Legge della vita, o il mondo per come esiste in uno stato di costante cambiamento. Quando osserviamo con imparzialità il grande universo intorno a noi, troviamo che a una prima occhiata sembra una condizione di calma sconfinata, in realtà pulsa costantemente di creazione e cambiamento. Lo stesso è vero per gli esseri viventi, invecchiano, muoiono, rinascono e muoiono ancora. Niente, nel mondo della natura o in quello della società umana conosce un solo momento di stagnazione o riposo. Tutte le cose nell’universo sono in continuo mutamento, nascono, muoiono, compaiono e scompaiono, catturate nel ciclo infinito dei cambiamenti che è condizionato alla legge di causalità che opera sia nel tempo sia nello spazio.
Tale è la natura della realtà ultima. La mia convinzione è che l’illuminazione di Shākyamuni sia stata un grido di stupore per quell’entità misteriosa chiamata vita, le cui molteplici manifestazioni sono unite l’una all’altra dai legami di causa ed effetto. Ma le persone comuni sono inconsapevoli di questa verità e si illudono di esistere in modo indipendente dagli altri esseri. Un’illusione del genere le allontana dalla Legge della vita, che è la verità suprema, e le porta a diventare prigioniere del desiderio. Dai desideri derivano sofferenza, tragedia e sfortuna. Portate alla deriva dall’ignoranza che è una forma di male non vi è via d’uscita per loro se non affrontare questo male che si annida nella loro mente (…) In ultima analisi il contenuto della sua illuminazione è la Legge stessa della vita». (Op. cit., p.74)

Diffusione e condivisione della sua illuminazione
Sembra che trascorse un mese dal momento in cui Shākyamuni ottenne l’illuminazione e il suo primo sermone a Sarnath nei pressi di Varanasi a duecento chilometri dal luogo dell’illuminazione. Scelse quel luogo perché voleva per prima cosa predicare ai cinque asceti con i quali aveva condiviso le austerità.
«Shākyamuni – scrive Daisaku Ikeda – pronunciò il suo primo sermone ai cinque asceti con i quali aveva praticato l’austerità. (…) I cinque asceti avevano criticato Shākyamuni quando aveva abbandonato le pratiche austere, ma si dice che quando lo videro dopo la sua illuminazione, fossero tanto colpiti dallo splendore che emanava dalla sua persona, che divennero subito suoi seguaci. Le prime parole pronunciate “ho conseguito l’immortalità” descrivevano l’immensa vita dell’universo pulsare nel suo cuore, la grande energia vitale. I cinque asceti furono toccati dal sublime stato vitale dell’uomo Shākyamuni e attraverso la sua persona percepirono la Legge eterna». (La Saggezza del Sutra del Loto, vol. 3, Esperia, Milano, 2000, pg. 82)
I cinque eremiti col tempo compresero il profondo insegnamento di Shākyamuni e diventarono monaci, dando vita così al primo sangha o Ordine buddista. Shākyamuni dedicò il resto della sua vita alla propagazione, coerente con la sua convinzione nel potenziale intrinseco all’essere umano, egli predicò alle persone di ogni stato sociale, genere o provenienza senza distinzioni.
Fin dall’inizio, il Buddismo fu un insegnamento universale, che accoglieva tutti allo stesso modo. Shākyamuni formulò il suo insegnamento in modo da rendere il suo messaggio accessibile agli ascoltatori e predicava in forma di dialogo. Lo si potrebbe definire un sovrano di umanità, maestro di dialogo; offriva sempre l’opportunità di fare domande, alle quali rispondeva con appropriate similitudini che lasciavano tutti soddisfatti. Per esporre il suo pensiero religioso spinto dal desiderio di trasmettere i sui insegnamenti nella forma più chiara e in modo da interessare il maggior numero di persone possibile usava i punti di vista filosofici espressi dalle Upanishad (testi filosofici brahmanici) che erano all’epoca comunemente accettati.
«La sua vita era totalmente scevra dal dogma – scrive Ikeda – e la sua interazione con i discepoli puntava tutta sul dialogo». Il filosofo buddista Nagarjuna classificò i metodi di divulgazione di Shākyamuni in quattro tipi: il primo metodo consisteva nel predicare alle persone in termini secolari, spiegando che il Buddismo avrebbe realizzato i loro desideri. Il secondo consisteva nel predicare secondo le capacità delle persone mettendole in grado di aumentare il loro bagaglio di karma positivo; il terzo aiutava le persone ad abbandonare le proprie illusioni e a liberarsi dai tre veleni di avidità, collera e stupidità; il quarto metodo rivelava direttamente la verità suprema portando la gente a comprenderla.
«Il suo merito – evidenzia Radhakrishnan - è stato quello di dare inizio ad una religione sganciata dai dogmi e dalla gerarchia ecclesiastica, dai sacrifici e dai sacramenti, una religione che ha messo l’accento sulla trasformazione interiore del cuore e su un sistema di autodisciplina». ( La filosofia indiana, vol. I pg. 353 ) Arnold Toynbee ne Il racconto dell’uomo (Garzanti, 1977, p.190 e seg.) scrive: «Il desiderio del Budda di comunicare la sua scoperta spirituale lo portò a fondare una nuova religione, il che costituisce un seguito degno di nota della sua illuminazione. Il Budda riteneva che ciascuno doveva raggiungere l’illuminazione con le proprie forze e che se e quando l’avesse raggiunta era libero di entrare nel nirvana. Non si interessò di promuovere la crescita del proprio ordine monastico assicurandosi un protettore regale: il buddismo infatti doveva trovarlo per la prima volta più di duecento anni dopo al morte del Budda nell’imperatore Ashoka.
Il Budda si dette a sradicare l’egocentrismo e l’avidità innate in ogni essere vivente. Intuì che lo spirito umano è in grado di vincere questa natura ed ebbe il coraggio di tradurre questa intuizione in azione; e quando questa azione gli ebbe fatto raggiungere l’illuminazione, la compassione lo portò a mostrare il cammino agli esseri sensibili suoi simili».
L'ingresso nel Nirvana
Le circostanze della morte di Shākyamuni sono raccontate nel Sutra del Mahaparinirvana (si riferisce a varie traduzioni in cinese di testi differenti, sia Mahayana sia Theravada letteralmente Sutra del Nirvana completo). Secondo questa versione Shākyamuni, che a quel tempo aveva ottantanni, accompagnato da Ananda e da altri cinquecento discepoli lasciò il Picco dell’ Aquila , dove lui andava spesso durante la stagione secca, diretto verso nord.

PiccoDellAquila

ShakyamuniFrammento Qui predicò il Sutra del Loto, da molte scuole buddiste ritenuto una delle scritture più importanti e autorevoli – se non l'insegnamento definitivo – fra i testi sacri Mahayana. In seguito attraversò il Gange dirigendosi verso la terra dei Vriji. Lungo la strada seguitò a predicare e a convertire varie persone. Arrivò nei pressi di Vaishālī dove fu invitato a pranzo – con tutti i monaci che lo accompagnavano – da Ambapāli, una cortigiana che si era convertita al Buddismo, la quale era accorsa ad ascoltare il suo insegnamento.
Dimorò per un certo periodo a Vaishālī mantenendo presso di sé solo Ananda e chiedendo agli altri monaci di disperdersi per non pesare sulla popolazione del luogo già provata dalla carestia. Dopo essersi lasciato alle spalle Vaishālī, continuò a spostarsi verso nord e giunto a Pava (attuale Padrauna), soggiornò nel boschetto di mango di cui era proprietario un fabbro di nome Chunda. Questi invitò il Budda nella sua casa e fece preparare un pasto speciale il cui ingrediente principale sembra fosse un certo tipo di fungo.
Dopo aver mangiato, Shākyamuni fu colto da violentissimi dolori e si ammalò gravemente. Ananda, angosciato rimproverò aspramente Chunda, ma «Shākyamuni lo trattenne – scrive Ikeda – affermando che grandi ricompense sarebbero arrivate a quell'uomo per il pasto che aveva offerto con tutto il cuore. Shākyamuni si rese conto che, anche se il pasto aveva riacutizzato la sua precedente malattia, non toglieva niente allo spirito di riverenza e gratitudine con cui era stato allestito. Chunda non doveva essere biasimato. Shākyamuni percepì che era nella natura umana condannare Chunda, ma sottolineò la follia di un comportamento del genere». (Op. cit., pg. 148)
L'affezione lo rese debole, ma insistette per proseguire il cammino: non riuscendo a camminare a lungo si fermò in un boschetto di alberi di sal, vicino alla città di Kushinagara nella terra dei Malla, si sdraiò sul giaciglio preparatogli dal suo discepolo Ananda e secondo alcuni fonti le sue ultime parole prima di morire furono «la decomposizione è inerente a tutte le cose composite. Lavorate diligentemente per assicurarvi la salvezza».
Verso la mezzanotte dello stesso giorno ebbe luogo l’evento noto nella terminologia buddista come parinirvana o “nirvana finale”. Un’altra scrittura riporta questa scena «L’albero di sal esplose in piena fioritura fuori stagione, si piegò sul Tathagata e fece piovere fiori sul suo corpo come a rendere supremo omaggio al Budda. Fiori celestiali piovvero e si disseminarono sul Tathagata come a rendere supremo omaggio al Budda……E il mondo era come una montagna la cui vetta era stata ridotta in frantumi da un fulmine, era come il cielo senza luna».
Scrive Daisaku Ikeda «La morte di un uomo davvero grande spesso segna l’inizio o piuttosto la fine di un era in termini di progresso dello spirito umano. La differenza sta nel fatto se quella persona è vissuta essenzialmente per la propria gloria o se ha dedicato la vita alla ricerca dei principi eterni e alla vera felicità di tutta l’umanità. Shākyamuni apparteneva alla seconda categoria e il suo messaggio invece che morire con lui fu trasmesso dai discepoli alle genti delle epoche successive. Diede inizio a una nuova era nella storia spirituale dell’umanità non solo nel paese della sua nascita ma in tutto i continente asiatico». (Op. cit., p. 150).
La storia ricorda Shākyamuni come una persona dotata di grande compassione che viveva manifestando il massimo potenziale di un essere umano così come viene sottolineato dalle parole di Nichiren Daishonin: «Il vero significato dell’apparizione in questo mondo del Budda Shākyamuni, il signore degli insegnamenti, sta nel suo comportamento da essere umano». (RSND, 1, 756)
Il suo intento fondamentale era quello di rendere tutte le persone capaci di attingere alle loro doti intrinseche di saggezza, coraggio e compassione, per affrontare le inevitabili prove dell’esistenza. La religione per Shākyamuni era un modo di vivere pragmatico e impegnato nella lotta per trasformare le sofferenze degli individui e della società, per permettere alle persone di godere una vita di illimitata libertà e di indistruttibile felicità.
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