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IL SUTRA DEL LOTO E IL VENTUNESIMO SECOLO
di Burton Watson professore della Columbia University

Se un testo religioso o filosofico contiene un insegnamento veramente valido, questo dovrebbe, in teoria, rimanere tale attraverso i secoli. D’altro canto, sebbene il suo fondamentale messaggio possa rimanere immutato nel tempo, la capacità individuale di recepirlo, di accettarlo e di comprenderlo correttamente può variare enormemente con il passare del tempo e con il mutare delle condizioni socio-culturali. Lo stesso Sutra del Loto fa un chiaro riferimento a questo problema, quando mette in guardia dalle ostilità con le quali l’insegnamento si troverà a confrontarsi nelle epoche successive alla morte del Budda Shakyamuni.
A questo proposito vorrei sottolineare che non soltanto il Sutra del Loto, ma anche tutti gli altri testi buddisti, in questo momento godono di un certo favore. Ora è definitivamente tramontato il dominio culturale e territoriale europeo, conseguente alla politica espansionistica avviata dall’Europa con le esplorazioni del quindicesimo e sedicesimo secolo, e culminata con la colonizzazione nei due secoli successivi. La convinzione, un tempo prevalente, secondo la quale la superiorità razziale e culturale dei popoli europei fosse un dato acquisito, non è più così largamente accettata. Di conseguenza il Cristianesimo, la religione dei colonizzatori, è ora solo uno dei tanti credi che insieme ad altri si contendono l’attenzione in tutti i paesi del mondo.
Nella periferia di New York, dove sono nato e cresciuto, tutti appartenevano invariabilmente a tre categorie religiose: ebrei, cattolici e protestanti, e questi ultimi erano a loro volta divisi in numerosi sottogruppi. Le altre religioni, come l’Induismo, il Buddismo o l’Islam, non erano che nomi nei quali ci si imbatteva a scuola.
Attualmente la situazione in America è completamente cambiata. Negli ultimi decenni, in conseguenza di una massiccia immigrazione asiatica e mediorientale, il tessuto socio-culturale è assai più variegato e l’appartenenza ai più disparati credi religiosi è molto più articolata e complessa che nel passato. Gli americani di oggi vengono a contatto con religioni come il Buddismo e l’Islam attraverso contatti diretti con persone nate e cresciute in famiglie con quel tipo di fede, e non attraverso i libri.
Di fatto queste religioni stanno rapidamente diventando parte integrante dell’“esperienza americana”. L’ultima volta che ho tenuto un seminario sui grandi testi cinesi e giapponesi, compreso il Sutra del Loto, è stato nella primavera del 1991 presso la Columbia University. Gli studenti che partecipavano ai corsi erano spesso di discendenza cinese, giapponese o vietnamita. Molti di loro conoscevano il Buddismo per averlo appreso dai genitori e dai nonni. Per molti americani, e penso anche per molti europei, il Buddismo non è più una religione esotica come nei secoli precedenti, il pensiero asiatico non è più visto come imperscrutabile, ma si pensa a esso come a un universo religioso di testi e insegnamenti ai quali guardare con serietà e rispetto.
Si potrebbe obbiettare che il pluralismo religioso che caratterizza l’America dei nostri giorni, e l’aria di tolleranza in cui convivono e si confrontano i differenti gruppi religiosi non siano altro che un riflesso dei tempi. La religione non ha più la stessa rilevanza che aveva nel passato, non possiede più la stessa forza vincolante nella società e nei gruppi etnici.
Non ci si aspetta, ad esempio, che i bambini seguano le tradizioni religiose della loro famiglia. Sebbene questa situazione favorisca una maggiore tolleranza, può, d’altra parte, portare all’ignoranza e all’indifferenza nei confronti della religione in toto. Effetto poco desiderabile che spesso comporta, soprattutto nelle giovani generazioni, una mancanza di valori che conduce a ricerche improbabili e ad ancor più improbabili culti e capi carismatici.
Ma per tornare al nostro argomento, c’è un altro motivo per cui questo secolo – e presumibilmente il prossimo – offrono un terreno favorevole alla ricezione e comprensione del Sutra del Loto e di altri testi del Canone buddista. Questa ragione è la vicinanza concettuale della scienza moderna agli assunti contenuti nei sutra. Nei secoli passati, data la modesta conoscenza di astronomia, di geologia e della formazione del sistema planetario, si era portati ad avere una concezione limitata dello spazio e del tempo.
Come ad esempio nei paesi cristiani, dove si pensava che la creazione del mondo avesse avuto luogo soltanto poche migliaia di anni fa. Oggi invece la scienza descrive la natura e l’estensione dell’universo in termini spazio-temporali vastissimi, tutt’altro che inconcepibili per la gente comune.
Il linguaggio e le concezioni scientifiche hanno avuto infatti una grande divulgazione grazie al proliferare di libri e produzioni televisivo-cinematografiche dedicati alla fantascienza, e sono diventati parte della vita quotidiana. Di conseguenza noi non siamo turbati, come avrebbero potuto esserlo nelle generazioni passate, dai termini e dalle immagini del Sutra del Loto, dove si parla di numerosi universi diversi dal nostro o periodi di tempo talmente incommensurabili da sfuggire alla comprensione, o ancora di esseri che si spostano liberamente da un universo all’altro.
Un revisore della mia recente traduzione del Sutra del Loto ha notato stupefacenti somiglianze con l’odierna fantascienza. Naturalmente il Sutra non ha un intento scientifico-informativo, bensì un significato metaforico e motivazioni religiose. Ma, a causa del parallelismo che abbiamo appena rilevato, per noi contemporanei è molto più semplice seguirne il linguaggio e il messaggio, che ci sembrano assai meno esotici di quanto non siano apparsi ai lettori occidentali dei secoli precedenti.
Esiste ancora un’altra ragione per cui, a mio avviso, il Sutra del Loto ha una particolare attrattiva per i lettori occidentali contemporanei. Mi riferisco al tono mite e pacifico che caratterizza sia il pensiero che le immagini presenti nel testo.
Ogni volta che torno a New York dopo un soggiorno in Giappone amo visitare il Metropolitan Museum e vagare tra le sale della pinacoteca. Negli ultimi anni, forse in parte a causa della mia lunga consuetudine con l’arte buddista giapponese, sono sempre più colpito dalla valenza violenta e scioccante delle immagini, in particolare dei quadri dell’arte europea premoderna, fortemente intrisa di significati religiosi. Opere tratte dal Vecchio Testamento, come lo scontro tra David e Golia, Giuditta che regge la testa mozzata di Oloferne, o ispirate alle scritture cristiane, come la strage degli innocenti, il San Sebastiano trafitto dalle frecce, Santa Caterina alla ruota della tortura e naturalmente l’evento più brutale e sconvolgente, la crocifissione.
Inutile dire che ogni forma artistica religiosa và considerata al di là degli aspetti superficiali suggeriti dall’iconografia classica, e valutata per le verità che la sottendono. È difficile tuttavia non reagire istintivamente alle immagini, in particolare quando inducono un impatto emotivo forte. La metafora centrale della religione cristiana riguarda il sacrificio, esemplificato dal simbolo della croce, ligneo strumento di morte, e ogni sacrificio richiede una vittima e la sua sofferenza.
Per contro il messaggio forte del Sutra del Loto e degli altri testi mahayana consiste nella donazione dell’insegnamento e nel conseguente tributo di elogi come segno di gratitudine per l’insegnamento ricevuto. L’atmosfera è pacifica e gioiosa, ha poco in comune con atti di violenza o con il male, e i doni offerti al Budda non sono sacrifici di sangue, come nella antica religione brahmanica, ma fiori, incenso e musica, simboli di innocenza e di gioia. Questa visione pacifica e fondamentalmente ottimistica è per me particolarmente attraente, e penso che possa esserlo anche per altri occidentali del mio tempo e del prossimo secolo.
Un altro aspetto che trovo particolarmente affascinante del pensiero e dell’iconografia del Sutra del Loto è quello che vorrei chiamare continuità o interrelazione dei differenti livelli di esistenza. Nella Bibbia e nella teologia cristiana tutti gli esseri animati e inanimati che popolano la terra sono descritti come creati dalla mano di Dio.
La Bibbia nelle prime pagine parla dell’Uomo riferendosi a colui che «ha il dominio dei pesci del mare, degli uccelli in cielo, delle bestie della terra e di ogni animale che strisci su di essa» (Genesi 1/26). L’Uomo è rappresentato come “il signore del creato”, per usare la frase di rito, collocato a un livello separato e superiore rispetto alle altre creature viventi, e con il diritto di esercitare il dominio su di esse.
Al di sopra degli esseri umani, e da essi separati, vi sono gli angeli, anche se non è chiaro se ci sia o meno una barriera, una netta linea di demarcazione. E al vertice risiede Dio, così perfetto e potente da essere completamente separato dall’oggetto della sua creazione. In questo sistema di pensiero i vari livelli e categorie di esseri appaiono fissi e statici, con scarse o nulle possibilità di muoversi da un livello all’altro. La linea di separazione tra gli esseri umani e le creature inferiori è particolarmente marcata mentre Dio, il creatore di tutto il sistema, si trova su un piano talmente superiore e meraviglioso da costituire una categoria a sé.
La visione biblica, che ha così profondamente influenzato il pensiero e la cultura della civiltà occidentale, è molto diversa dalla visione offerta dalle scritture buddiste come il Sutra del Loto. Questi testi, partendo da antichi concetti indiani relativi alla struttura dell’universo e alla natura degli esseri, mostrano una concezione dei livelli dell’esistenza molto più fluida. Il Sutra del Loto parla dei dieci mondi, una intera gamma di stati vitali che vanno dal più basso, abitato da esseri che soffrono l’agonia dell’inferno, via via passando per stati vitali di collera, di animalità, di umanità, in un succedersi di livelli che arriva al mondo di Buddità, quello più alto e più nobile, il mondo del Budda. Nessuno di questi livelli è ben delineato, ma nei testi mahayana è descritta chiaramente la possibilità di passare dall’uno all’altro.
Ed è importante notare come non ci siano linee di separazione. La presenza degli esseri in uno o un altro dei mondi dipende solo dal loro agire e dalla capacità di comprensione da loro acquisita. Azioni malvagie o stupide in un’esistenza producono una rinascita in un livello vitale inferiore, perfino nel più basso, l’inferno. E in questo tipo di scala, coloro che vivono sforzandosi per il bene e tendono all’Illuminazione “salgono” fino a raggiungere il livello più alto, quello della Buddità. Secondo l’insegnamento del grande maestro T’ien-T’ai, l’ichinen sanzen o “tremila mondi in un istante di vita”, non è affatto necessario rinascere per spostarsi da un livello vitale ad un altro. Tutti i dieci mondi, a suo avviso, esistono in uno stato potenziale nella vita di ogni individuo in qualsiasi momento.
A prescindere dal livello in cui si trova, l’individuo può cambiare in un attimo il suo stato vitale, innalzandolo o abbassandolo a seconda delle sue azioni, della sua comprensione e della sua fede. Questi concetti filosofico-dottrinali sono altamente complessi e non è mia intenzione entrare in dettagli in questa sede. Ciò che mi preme qui sottolineare è l’esistenza di queste interconnessioni tra i diversi livelli o categorie della vita esposte nel Sutra del Loto. In particolare l’analisi delle relazioni tra gli esseri umani e le altre forme di vita è assai più vicina al modo di pensare di oggi di quanto non lo sia la visione biblica di cui abbiamo parlato in precedenza. Se, come dice la Bibbia, gli esseri umani sono la guida delle altre forme di vita del nostro pianeta, allora si può senz’altro dire che fino a oggi, e soprattutto nel secolo presente, si sono presi ben poca cura di ciò che è stato loro affidato.
Il comportamento predatorio, l’uso sconsiderato delle risorse ambientali, ha portato all’estinzione di numerose forme di vita, tra cui il toki, o ibis crestato giapponese, è solo uno degli esempi più noti. Sempre più persone ormai si rendono conto che, se gli esseri umani non cesseranno di comportarsi come “signori del creato”, e se non impareranno a integrare le proprie attività e il loro modus vivendi con quello delle altre forme di vita, le specie in estinzione continueranno ad aumentare fino a portare fatalmente all’estinzione dell’umanità stessa.
Una delle cose che trovo più straordinarie nel Sutra del Loto è il modo in cui gli esseri viventi, umani e non umani – nimpinin è la traduzione che usa Kumarajiva nella versione cinese – sono rappresentati nell’atto di ascoltare attentamente l’insegnamento del Budda. C’è qualcosa di simile anche in Occidente, quando si parla di San Francesco che predica agli uccelli, o di alcuni mistici cristiani la cui esperienza esprime un senso di unicità e completezza dell’esistenza simile alla visione buddista.
Ma in generale il Cristianesimo, ritenendo gli esseri umani le sole creature dotate di un’anima immortale, sostiene di conseguenza che esse siano anche le uniche ad aver bisogno della salvezza. Sono quindi gli esseri umani i soli destinatari delle verità e degli insegnamenti religiosi.
Nel Sutra del Loto, al contrario, il messaggio del Budda non è destinato solamente agli esseri che – come i Bodhisattva, i pratyekabudda, coloro che ascoltano la voce, le creature che dimorano nel cielo o gli esseri umani – hanno una più alta coscienza spirituale, ma anche a un vasto numero di esseri non umani. Molti di loro hanno strani nomi in sanscrito, difficili per chi non ha familiarità con la cultura, la tradizione e l’iconografia indiana. Tuttavia queste figure non sono assolutamente considerate forme di vita inferiori, ascoltatori di seconda categoria collocati nei ranghi più arretrati dell’assemblea.
Ne è un’esempio l’episodio – di stile quasi teatrale – della figlia del re drago che, con grande meraviglia degli astanti, raggiunse l’Illuminazione in un istante.
Gli unici assenti alla predicazione del Dharma sono coloro che vivono nei livelli più bassi dell’esistenza: gli spiriti affamati e gli abitanti del mondo d’inferno, che si trovano in tale condizione presumibilmente a causa del karma che impedisce loro, per il momento, la comprensione e la partecipazione all’assemblea.
Ma poiché, come abbiamo detto, il Sutra spiega che tutti gli esseri, in qualunque condizione di esistenza, posseggono la natura di Budda e sono quindi potenzialmente in grado di ottenere la Buddità, non vi è dubbio che essi, al tempo opportuno, incontreranno l’insegnamento. Come più volte sottolineato, lo scopo di tutti i Budda è salvare, condurre all’Illuminazione, tutti gli “esseri senzienti” (issai shujo): per esseri senzienti si intendono tutti gli esseri in qualsiasi livello di esistenza. E la dottrina Tendai, che si basa sul Sutra del Loto, si spinge ancora oltre affermando che perfino le piante o le cose inanimate come le rocce posseggono la natura di Budda, e di conseguenza sono in grado di rispondere all’insegnamento del Budda. Il concetto dell’applicabilità universale dell’insegnamento, ossia il potenziale per l’Illuminazione insito in ogni essere, è una tra le più note caratteristiche del Sutra. Ho già parlato dell’evento “teatrale” in cui la figlia del re drago dimostrò all’assemblea di essere diventata un Budda. In effetti il Buddismo antico insisteva sulla incapacità delle donne di raggiungere l’Illuminazione, quanto meno in forma femminile, ma tale concezione è chiaramente refutata nel Sutra del Loto, elemento che lo avvicina al pensiero femminista del nostro tempo.
Sempre nel Sutra del Loto è narrata la storia di Devadatta, un discepolo di Shakyamuni considerato il simbolo del male, al quale viene predetta comunque l’Illuminazione in un’esistenza futura. In questo modo il Sutra del Loto chiarisce definitivamente che non esiste essere cui è impedito il conseguimento dell’Illuminazione, indipendentemente da qualsiasi azione malvagia compiuta nel passato.
Il Buddismo antico segnava anche una profonda linea di demarcazione tra le varie categorie di persone, tra monaci e monache, uomini e donne che avevano lasciato la vita secolare per unirsi all’Ordine buddista, e i credenti laici che avevano essenzialmente il compito di sostenere i monasteri. I membri dell’Ordine erano naturalmente sottoposti a un infinito numero di regole e precetti, e conducevano evidentemente una vita molto diversa dai credenti laici. La ricompensa per tale dedizione era il conseguimento di livelli di comprensione spirituali impensabili per i credenti laici.
Il Buddismo mahayana cancella questa profonda linea di demarcazione tra monaci e laici. Nel Sutra del loto il Budda predica contemporaneamente ai laici e ai membri dell’Ordine, ed è chiaramente spiegato che per entrambi esiste la medesima possibilità di raggiungere lo stesso livello spirituale e il più alto grado di comprensione. Ciò che è realmente importante non è l’appartenenza a questa o a quella categoria, ma la fede e lo sforzo individuale. Si fa riferimento a questo concetto anche nel Sutra Vimalakirti, un altro dei principali testi mahayana, dove il ricco Vimalakirti, credente laico dei tempi di Shakyamuni, aveva raggiunto un livello spirituale più alto di qualsiasi altro discepolo del Budda.
Nella religione cristiana esistono sacramenti e rituali come il battesimo, la prima comunione, il matrimonio, che possono considerarsi validi solo se officiati da preti regolarmente ordinati all’interno della Chiesa. Il clero di fatto possiede un potere spirituale inaccessibile ai laici, che sono quindi ad esso soggetti nei casi in cui è richiesto l’esercizio di questo potere: situazioni spesso di vitale importanza nella vita e nella fede dei credenti.
Per quanto ne so, il Buddismo non ha mai previsto una casta separata costituita dal clero, che possa esercitare potere sui laici elargendo benedizioni e benefici spirituali, come invece accade nella religione brahmanica, l’Ebraismo e la Cristianità. Nel Buddismo, i credenti che decidono di abbandonare la vita secolare per quella monastica hanno sempre riscosso il massimo rispetto, in virtù del tempo che dedicano ai rituali e allo studio delle scritture e delle materie religiose, tempo che i laici, evidentemente, non hanno a disposizione. Come i rabbini della religione ebraica moderna, essi svolgono un ruolo d’insegnamento della dottrina e sono considerati guide della comunità religiosa.
Ma il clero buddista non ha, per definizione, il potere di conferire l’Illuminazione né di indurre una crescita spirituale nei credenti, poiché queste sorgono dalla fede e dalla pratica di ognuno, si tratti di un monaco o di una monaca, di un laico o di una laica. L’enfasi posta sull’importanza della fede e sulle potenzialità spirituali individuali, a prescindere dallo status, è un altro aspetto che avvicina l’insegnamento mahayana del Sutra del Loto alle tendenze di pensiero attuali.
Questo non significa, naturalmente, che ogni idea del Sutra del Loto debba riscuotere la stessa simpatia, o essere di facile comprensione per i lettori contemporanei, soprattutto per quelli che, come me, hanno un background culturale occidentale. Il concetto di karma, secondo il quale buone o cattive azioni hanno risultati inevitabili e formano la realtà della nostra vita, sembra piuttosto ragionevole e in qualche modo ha vaghe attinenze con altre religioni.
Ma il fatto che un tale processo operi per un lungo lasso di tempo manifestando i suoi effetti in varie forme nel corso di successive reincarnazioni può essere difficile da comprendere per la maggior parte degli occidentali, abituati a pensare alla vita individuale come a un’unità separata e autosufficiente. E anche il concetto di ku, il vuoto o non-dualità, come ho potuto verificare personalmente nella mia esperienza didattica presso la Columbia University, è recepito con molta difficoltà a prescindere dalla cultura di provenienza. Per di più, sebbene i toni del Sutra del Loto siano per la maggior parte miti e gioiosi, il linguaggio diventa sorprendentemente severo nella descrizione, talvolta spaventosa, delle punizioni che incontreranno coloro che lo calunniano.
E quando il Sutra parla di persone che non esitano a bruciare il proprio corpo o un braccio in segno di offerta, le immagini diventano quasi repellenti, sebbene siano indubbiamente da intendersi in senso metaforico e non letterale.
Nonostante questi rari aspetti negativi, il Sutra del Loto possiede senza dubbio una forte attrattiva per i lettori occidentali contemporanei. A condizione di averne una traduzione leggibile corredata di spiegazioni opportune, e che possa liberamente circolare nel “mercato aperto” delle idee religiose, io penso che molti lettori occidentali, in particolare giovani, ne saranno attratti. Sarà interessante vedere come questo insegnamento verrà accolto e come, con le sue idee e le sue concezioni, potrà influenzare e anche dirigere il corso del ventunesimo secolo.

(Saggio pubblicato nel 1996 nella rivista dell'Istituto di Filosofia Orientale (IOP) The Journal of Oriental Studies che ha dedicato uno speciale al tema 'Il ventunesimo secolo e la filosofia del Sutra del Loto' e in seguito tradotti e pubblicati sul bimestrale Duemilauno nr. 64, 1997)

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