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Lo spirito di tolleranza e il Buddismo Mahayana
di Tsuyoshi Nakano professore di sociologia della religione alla Soka University e direttore di ricerca all'Istituto di Filosofia Orientale

Questo intervento è stato preparato originariamente per il Simposio Internazionale sulla Tolleranza, che si è svolto a Istanbul dal 4 al 6 ottobre 1995, sponsorizzato dalla Commissione nazionale turca dell’UNESCO. Il simposio era una conferenza consuntiva degli incontri regionali che si erano tenuti in diversi paesi membri da quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva proclamato il 1995 “Anno della tolleranza”, secondo la risoluzione adottata il 20 dicembre 1993. Si trattava quindi dell’ultimo incontro per dare una valutazione delle attività di quell’anno, organizzato dal governo turco con la sponsorizzazione delle Nazioni Unite e dell’UNESCO.
Durante i lavori, circa trentacinque partecipanti tennero conferenze e dibattiti con cittadini, funzionari di governo, studiosi e religiosi provenienti da varie parti del mondo per portare il loro contributo alla bozza di Dichiarazione dei princìpi di tolleranza e ai piani di azione per il futuro, che sarebbero stati sottoposti al Consiglio Esecutivo dell’UNESCO e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
L’invito venne esteso, da parte dell’ambasciata turca in Giappone, inizialmente a Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale, in quanto personalità di spicco nel panorama buddista. Poiché, sfortunatamente, egli non ha potuto essere presente, ho avuto l’onore di partecipare al suo posto.
SUPERARE I LIMITI DEL SISTEMA INTERNAZIONALE
Nell’inverno del 1991 abbiamo assistito al collasso dell’Unione Sovietica, la nazione leader del blocco comunista creatosi dopo la seconda guerra mondiale. Il successivo crollo dei suoi alleati dell’Europa dell’est, avvenuto a una velocità sorprendente, ha messo fine alla guerra fredda, il sistema che contrapponeva gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Il mondo sta attraversando ora un periodo di grande transizione, ed è cominciata una fase di ricerca di un nuovo ordine.
È molto significativo che le Nazioni Unite abbiano proclamato proprio in questo momento storico l’Anno della Tolleranza, che ha portato all’apertura di questo simposio sotto gli auspici del governo della Turchia. Desidero estendere gli elogi a tutti coloro che vi hanno contribuito con intelligenza e saggezza.
A mio avviso, un problema fondamentale che ci si trova di fronte quando si vuole creare un nuovo ordine mondiale è il seguente: come possiamo superare i limiti dell’attuale sistema internazionale, che ha come unità di base le nazioni e gli stati? Come possiamo eliminare la barriera dell’etno-nazionalismo riemersa recentemente? Come possiamo costruire un senso di solidarietà tra tutte le persone di ogni parte del mondo fondata su una base egualitaria? E come possiamo, in quanto membri della comunità mondiale, gettare le basi di una società ideale al volgere del nuovo secolo, nella quale, per la prima volta nella storia dell’umanità, non ci siano guerre, né oppressione, né violenza? Al centro di tutte le questioni citate c’è il tema della tolleranza: tolleranza da parte dello Stato, tolleranza tra nazioni e gruppi etnici, tolleranza tra religioni.
LA NECESSITÀ DELLA TOLLERANZA NELLA RICOSTRUZIONE DEL SISTEMA STATALE MODERNO
Superficialmente la fine della guerra fredda, il sistema prevalente dalla fine della Seconda guerra mondiale, è stata l’effetto della intensa competizione tra ovest e est nel campo della tecnologia scientifica, del potere militare, dell’economia. È ovvio, tuttavia, che a un livello più profondo questo cambiamento è stato innescato dalla crescente tendenza verso la globalizzazione, che trascende l’attuale sistema statale in termini di cultura, informazione e scambio di risorse umane. La globalizzazione non solo ha accelerato la loro mobilità, ma ha anche portato alla luce alcuni problemi importanti relativi ai princìpi fondamentali sui quali veniva mantenuto l’ordine mondiale passato.
Il primo problema riguarda i princìpi moderni di ordinamento politico e la natura della società moderna. Nel XVIII e XIX secolo, con la modernizzazione e l’industrializzazione, le società occidentali avevano fondato il cosiddetto “stato-nazione moderno”. Questo stato-nazione aveva dato luogo al concetto di “nation” o di “citoyen” (rispettivamente, “nazione” e “cittadino” in francese, ndt) e all’idea di “uguaglianza tra le persone o i cittadini” liberi da antichi pregiudizi etnici o razziali. La “sovranità del popolo” era fondata sul principio di “uguaglianza e libertà dei cittadini” scaturito dal sistema dello stato-nazione.
Si condivideva l’opinione che lo stato fosse fondato su un “contratto sociale” il cui scopo era di proteggere i diritti dei cittadini, e che l’esercizio dell’autorità fosse consentito solo per questo scopo. Inoltre, il principio secondo cui nessun individuo deve essere discriminato sulla base della fede religiosa portò alla separazione tra stato e chiesa e alla libertà di religione. Di conseguenza, l’ideologia che animò l’integrazione della società nazionale si è ispirò a un ideale laico libero dall’influenza di qualsiasi scuola religiosa.
Durante il periodo di espansione coloniale dell’Occidente, il modello dello stato-nazione, considerato il sistema sociale e politico più avanzato, influenzò il resto del mondo. Anche il Giappone fu costretto a seguire questo modello, nonostante la sua resistenza nei confronti dei poteri occidentali espressa nello slogan “nazione ricca ed esercito forte”. Possiamo addirittura affermare che il socialismo si è sviluppato in alcune nazioni periferiche per controbilanciare il dominio dell’Occidente. Per questo fu condannato alla totale laicizzazione del suo sistema statale.
Oggi sono venuti alla luce i limiti e gli effetti deleteri di questo “stato-nazione” moderno. Possiamo notare, per esempio, che gli ideali e i princìpi sui quali venne originariamente fondato sono stati completamente dimenticati, mentre è diventata preminente la funzione di osservare, controllare e manipolare i cittadini, e la natura violenta del suo ordinamento politico diventa sempre più palese. Obiettivi principali sono diventati l’autoconservazione del sistema statale, del suo corpo dirigente e del suo potere; in tali condizioni esiste un rischio reale per i cittadini di ritrovarsi di nuovo schiavi, questa volta dello stato stesso.
Gli esperimenti nucleari condotti dalla Francia e dalla Cina, effettuati nonostante le forti opposizioni della gente comune all’interno e all’esterno di quei paesi, non sono solo disumani e intollerabili. Sono anche l’esempio di un comportamento anacronistico, derivante da un nazionalismo vecchio stile che tenta di conservare e rafforzare il proprio sistema statale e il proprio potere politico in un’epoca in cui la globalizzazione e l’integrazione regionale stanno prendendo il sopravvento. Una tendenza simile si può riscontrare in molte società moderne, come il Giappone che, a causa del suo sviluppo relativamente tardo, non ha generato l’individualismo e la democrazia di sua propria iniziativa.
Attualmente in Giappone si assiste a un conflitto tra il partito al governo, che tenta di restringere la libertà di culto attraverso la revisione della normativa sulle associazioni religiose, e le organizzazioni religiose stesse, che cercano di difendere le leggi in vigore partendo dal presupposto che la libertà di credo è il fondamento più importante della libertà civile. Incredibile a dirsi, ci sono politici del partito al potere i quali sostengono seriamente che la democrazia è incompatibile con la religione. Sfortunatamente, nemmeno i princìpi fondamentali dello stato democratico moderno si sono ancora radicati nella società giapponese: la sovranità è del popolo e il popolo deve essere il protagonista.
Il secondo problema legato al sistema attuale è che, nel tentativo di costruire gli stati laici moderni, abbiamo dimenticato l’“ideale” di integrare individualità e tradizioni diverse in una società unica. Di conseguenza, lo stato ha rafforzato la sua funzione di controllo sulla gente sotto forma di manipolazione dell’informazione e di regole oppressive. Gli ideali dello stato moderno sono stati persi di vista – quello di “una nazione di libertà e uguaglianza di tutti i cittadini di fronte a Dio” che ha ispirato la costituzione degli Stati Uniti d’America, e quelli di una “Repubblica di libertà, uguaglianza e filantropia” della Rivoluzione francese.
Di conseguenza, esiste da un lato la tendenza, da parte di alcune élite e di alcuni tecnocrati, verso una politica più strettamente manipolatoria e tecnologica, mentre dall’altro si avverte tra la gente il disintegrarsi dei fondamenti morali ispiratori della responsabilità sociale, della solidarietà e dell’azione sociale intesa come impegno politico. Processo che ha portato a comportamenti qualunquisti e fortemente individualisti. Allo stesso tempo in Russia e nell’Europa orientale, alla fine della guerra fredda è stato pronunciato il necrologio dell’ideologia socialista che invece, in opposizione all’occidente, era stata concepita per rafforzare e diffondere la sovranità popolare. Questa ideologia era una copertura culturale che legittimava il controllo politico da parte dello stato. È stata ora sostituita da un cristianesimo tradizionale che serve come strumento di integrazione etnica e come riferimento morale.
In ogni caso, non è più possibile mettere insieme le persone e giustificare la ragion d’essere dello stato e il suo esercizio di potere invocando il vecchio ideale o l’ideologia dello stato-nazione moderno. Dobbiamo creare un nuovo sistema nazionale, un nuovo modo di concepire lo stato. Un terzo problema che riguarda l’attuale ordine internazionale, collegato con la questione sollevata poc’anzi, è la sua difficoltà a risolvere i problemi relativi agli immigrati e ai rifugiati. Una conseguenza molto seria della globalizzazione in atto a partire dalla seconda guerra mondiale è l’aumento della mobilità attraverso le frontiere nazionali, che ha moltiplicato il numero di immigrati e di rifugiati. Nel passato, molti dei moderni stati-nazione avevano adottato la politica dell’“assimilazione”, nella quale le minoranze etniche venivano costrette ad assimilarsi al gruppo di maggioranza abbandonando abitudini, linguaggio, religione. Poiché questa politica sottoponeva le minoranze al volere della maggioranza, comportava spesso ostilità nascoste o resistenze da parte dei gruppi oppressi.
Tuttavia, fino a quando gli stati moderni sono stati amministrati secondo i loro propri ideali, e fino a quando le minoranze sono rimaste minoranze, la loro resistenza non è diventata una questione centrale. Dal dopoguerra, però, il flusso di immigrati e rifugiati è diventato così massiccio che il gruppo di maggioranza ha cominciato a sentire vacillare la possibilità di mantenere intatta la propria cultura nazionale. Una sensazione di crisi che recentemente ha portato a un ritorno del nazionalismo e al controllo dell’immigrazione.
Nonostante i molti problemi che gli immigrati e i rifugiati comportano sarebbe impossibile, vista la tendenza corrente, bloccare il flusso e la mobilità delle persone. Anzi, nel futuro il numero di immigrati in tutte le parti del mondo crescerà. È addirittura auspicabile. Perciò è arrivato il momento di abbandonare il vecchio concetto di stato-nazione. Dovremmo accettare con tolleranza le persone appartenenti a diverse etnìe e culture, rispettandoci reciprocamente in nome dell’uguaglianza. Dovremmo creare un’unità sociale e un nuovo sistema statale che consentano la diversità culturale, che a mio avviso è la chiave per la creazione di un nuovo ordine mondiale. Perché questa società multi-culturale e tollerante possa sorgere occorre limitare il potere del governo statale e fare in modo che allenti le sue varie forme di restrizione. È assolutamente necessario fondare un nuovo sistema nazionale per far fronte alla fluidità del mondo futuro, che non tarderà a manifestarsi. Le Nazioni Unite dovrebbero riesaminare il loro ruolo passato per prendere un’iniziativa a questo riguardo.
L’IMPORTANZA DELLA TOLLERANZA RIGUARDO ALL’IDENTITÀ ETNICA E ALLA RELIGIONE
In quanto sociologo della religione, vedo che a partire dagli anni ’70 nel mondo è in corso una sorta di “restaurazione della religione”. Questa idea si riferisce sia al revival di antiche religioni sia al sorgere di nuove. La sua caratteristica principale è il forte legame tra fede religiosa e identità etnica o nazionalismo. Al giorno d’oggi il conflitto etnico spesso assume le sembianze di un conflitto religioso, come dimostra la tragedia dell’ex-Yugoslavia, dove si è sparso molto sangue dei tre gruppi rivali – i croati cattolici, i serbi ortodossi e i bosniaci musulmani.
Un altro esempio è quello dell’opposizione tra musulmani e induisti in India. Il professor Huntington ha parlato di questa situazione in termini di “scontro fra culture”1. Secondo la sua opinione, l’opposizione ideologica che deriva dal contrasto tra gli interessi economici e politici di nazioni diverse è cosa passata. Quello a cui assistiamo oggi è uno scontro tra culture, intendendo per cultura quell’insieme di elementi condivisi – il linguaggio, la storia, la religione, le abitudini, le istituzioni – che conferiscono a un popolo il senso di identità, per quanto soggettivo possa essere, e degli obiettivi in comune.
Forse non si può dire che lo scontro tra culture abbia definitivamente soppiantato l’opposizione tra nazioni. Ma di certo è la fine del conflitto ideologico. Sfortunatamente, quella che appare come la nuova era è caratterizzata dal riemergere di nazionalismi vecchio stile, e dal rafforzamento del cosiddetto etno-nazionalismo. Nell’ex-Yugoslavia e nell’Europa orientale, dopo il crollo del comunismo, la gente si riferisce all’identità etnica per trovare nuovi schieramenti politici. Anche la religione nazionale è oggetto di grandi aspettative, in quanto strumento culturale in grado di dare un supporto emotivo al nuovo sistema. Forse questo fenomeno può essere interpretato come un esempio tipico di rinascita dell’identità etnica, che riporta le persone a uno stadio primordiale dopo il collasso dello stato-nazione moderno. A mio modo di vedere, ciò equivale a mettere il carro davanti ai buoi.
L’identità etnica e il suo manifestarsi sotto forma di etno-nazionalismo sono stati costruiti e si sono rafforzati in opposizione all’idea di stato moderno2. Poiché la nazione moderna è stata creata sotto lo slogan di “un unico stato sovrano, un’unica nazione, un’unica cultura”, le minoranze, compresi i gruppi etnici, venivano sottoposti a discriminazione sociale e oppressioni, che li costringevano a una perdita di identità.
E poiché gli stati moderni sono costretti ad assimilare tutte le persone all’interno di una matrice culturale monolitica invece di produrre una società multi-culturale e tollerante, dietro le quinte è andato maturando un forte senso di identità etnica. Non c’è da meravigliarsi quindi che l’etno-nazionalismo sia apparso come contrappeso proprio oggi, quando è stata messa a nudo la fragilità dello stato moderno e la sua struttura che opprime le minoranze. I conflitti di natura etnica e l’etno-nazionalismo radicale sono quindi inerenti di per sé al sistema dello stato moderno.
Se definiamo gruppo etnico un gruppo di persone che hanno in comune un background di linguaggio, religione, storia e abitudini possiamo dire che, prima dei tempi moderni, per gli esseri umani intesi come animali sociali era naturale vivere all’interno del proprio gruppo etnico. Nel corso della storia ci sono stati numerosi esempi di diversi gruppi etnici che sono nati, si sono trasformati e hanno vissuto uno accanto all’altro. Anche durante l’Impero Ottomano, nel territorio turco si formò una libera federazione di popolazioni con culture ed etnìe diverse. L’identità o il legame di tipo etnico non sono di per sé causa di conflitto.
A partire da queste considerazioni, desidero sottolineare la necessità di superare con coraggio e saggezza quella coscienza etnica campanilistica che può portare facilmente allo scontro militare. Un primo passo in questa direzione è di eliminare il nostro proprio etnocentrismo per fare in modo che sia la tolleranza a prevalere nella formazione dell’identità etnica o nazionale di un popolo. In secondo luogo, i paesi avanzati dovrebbero trasformarsi in stati multi-culturali che guardino alle differenze con spirito di tolleranza e trovino un modo di realizzare all’interno dei propri confini la coesistenza pacifica di persone con provenienze diverse.
IL RUOLO DELLA RELIGIONE
È necessario rivalutare il ruolo della religione e dei religiosi per contribuire al superamento della coscienza etnica campanilistica. Ciò comporterebbe un riesame del significato della religione e della tradizione religiosa che nel processo di modernizzazione è stato ingiustamente sottovalutato. La religione non scomparirà con l’avanzare del razionalismo.
La fede religiosa non deriva dalla logica o dal ragionamento. La religione è piuttosto il prodotto della saggezza degli esseri umani che consente a ognuno di coltivare immaginazione, intuizione ed emozioni in modo da potersi controllare interiormente. Ma se viene sfruttata per conseguire qualche forma di potere, la religione diventa pericolosa, perché può distruggere l’ordine stabilito della società e della cultura. Eppure, l’essenza della religione risiede nell’amore, nella pietà e nella compassione. Torniamo agli ideali originari della tradizione religiosa nella quale ciascuno di noi crede. Se pensiamo agli insegnamenti di Cristo, di Maometto, di Budda, per citarne alcuni, ci accorgiamo che hanno un tema in comune: l’amore di Dio, l’amore di tutte le persone e le cose create da Dio e il rispetto per la dignità di tutte le creature nell’universo, che vengono considerate alla stregua di Budda. È sempre più importante che i religiosi e le religiose si ricordino di questo, nel momento in cui abbracciano la loro missione.
Il ritorno alla religione, che si sta verificando ai giorni nostri, testimonia del fatto che le persone, e le società, sono alla ricerca di uno spirito religioso che nutra l’immaginazione, l’intuizione, l’amore, la pietà, la fratellanza, qualità che tendono a essere trascurate in quest’epoca in cui si dà grande importanza alla ragione. La diffusione del razionalismo ha determinato una deviazione verso la ricchezza materiale, che a sua volta ha portato a un senso di alienazione diffuso e alla distruzione della natura. L’espressione “gabbia di ferro” usata da Max Weber simboleggia l’esistenza prosaica in cui l’individuo moderno è costretto a vivere. In queste circostanze, il ritorno della religione rappresenta il desiderio più profondo di realizzare le nostre potenzialità, di ritrovare il nostro essere autentico, di vivere in armonia con la natura e di ripristinare la comunicazione con le altre persone.
Né l’attuale sistema statale né la società razionale possono soddisfare questo desiderio. Solo la fede religiosa e l’umanesimo fondato su di essa possono farlo. Ma per arrivare a questo i gruppi religiosi e i loro leader devono elevarsi spiritualmente. Quando una religione è collegata strettamente con gli interessi del sistema statale e del nazionalismo non può conservare un vero spirito religioso. Una tale religione è priva d’amore, e opera attraverso professionisti burocrati. Tutte le religioni dovrebbero ritrovare i loro ideali originari e la loro spiritualità. Dobbiamo agire subito per costruire le basi di una cultura spirituale piena di tolleranza.
LA SAGGEZZA DEL BUDDISMO MAHAYANA, IL CUORE DELLA COESISTENZA PACIFICA DI TUTTE LE CREATURE
Infine, in quanto buddista giapponese, desidero parlare di una particolare visione del mondo cui aspira il Buddismo mahayana. Credo che questa visione possa aiutarci a risolvere molti problemi odierni. Vorrei condividere con voi le mie opinioni riguardo a ciò che dovrebbe essere in definitiva una fede religiosa. Si tratta dello stesso concetto che Daisaku Ikeda – presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) – ha sottolineato nella conferenza tenuta all’Università di Harvard nel settembre 1993 dal titolo “Il Buddismo Mahayana e la civiltà del XXI secolo”3. Un concetto e una visione del mondo che sono il cuore e l’obbiettivo del movimento della SGI, che si sta sforzando di perseguirli in tutto il pianeta.
Il Buddismo mahayana, soprattutto il Sutra del Loto, insegna a rispettare tutte le creature dell’Universo perché esse possano svilupparsi manifestando il loro vero significato e le loro peculiarità. Esso fornisce il terreno per la simbiosi o la coesistenza pacifica di tutti gli esseri viventi. Il quinto capitolo del Sutra del Loto, La parabola delle erbe medicinali dice:
La predicazione del Budda è come imparziale
come una pioggia che ha un unico aroma,
tuttavia, a seconda della natura degli esseri viventi,
varia il modo in cui viene recepita,
proprio come le diverse piante e gli alberi
assumono l'acqua ognuno in maniera differente (...)
Io faccio cadere la pioggia del Dharma
bagnando il mondo intero,
e questo Dharma dall’unico aroma
viene praticato da ciascuno secondo le capacità individuali.
Accade come ai boschi e ai cespugli,
alle erbe medicinali e agli alberi,
i quali, secondo che siano grandi o piccoli,
crescono a poco a poco lussureggianti.
4
In questo brano, conosciuto come la parabola dei tre tipi di erbe medicinali e dei due tipi di alberi, il Budda afferma che i suoi insegnamenti rendono possibile la rivitalizzazione di tutti gli esseri viventi. Ispirati dalla saggezza del Budda avrebbero compreso i suoi insegnamenti ciascuno a modo proprio. È importante notare che quando le piante e gli alberi erano sul punto di morire per mancanza d’acqua, il Budda provò pietà per loro e li fece rianimare con una pioggia. Le piante beneficiarono tutte in misura uguale della stessa pioggia, nonostante fossero di tipo e dimensioni diverse, e furono così rivitalizzate che ripresero a crescere con gioia ognuna secondo la propria natura.
La stessa pioggia ebbe un impatto diverso su diversi organismi con diverse modalità di crescita. Allo stesso modo, noi discepoli del Budda veniamo risvegliati alla nostra Buddità dal suo insegnamento, come viene detto nel Sutra del Loto. Questo risveglio verrà trasmesso a tutte le altre creature, che a loro volta svilupperanno la loro propria individualità per cantare le gioie della vita. L’aneddoto della “pioggia a lungo anelata” riassume il concetto buddista di una disposizione vitale per tutti gli esseri dell’universo.
Come ho appena mostrato, la caratteristica principale del Buddismo mahayana è la sua filosofia dell’unico Veicolo del Budda. Il Sutra del Loto spiega chiaramente che ciascuno possiede il potenziale per raggiungere l’Illuminazione, ovvero che tutti gli esseri viventi sono per così dire dei possibili Budda. Il Sutra del Loto racconta la storia del Bodhisattva Mai Sprezzante, il quale ha come unico scopo di dedicarsi a servire gli altri. Questo comportamento sottolinea la necessità di rispettare i Budda “potenziali” e l’importanza di agire per risvegliare la Buddità in ciascuno di noi. A questo proposito, Nichiren, il fondatore delle scuole Nichiren del Buddismo giapponese nel periodo di Kamakura, affermava: «Il nostro corpo alto cinque piedi costituisce i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo»5; «L’espressione Colui che così viene (Tathagata) si riferisce a tutti gli esseri umani»6; e «adesso Nichiren e i suoi seguaci sono il Bodhisattva Mai Sprezzante»7. Perciò dialogare con le altre persone è un mezzo per risvegliare la loro Buddità innata.
Il Buddismo mahayana incoraggia la dignità ogni essere umano. A differenza dell’individualismo razionalista che si è sviluppato nell’Occidente moderno, il Buddismo cerca di trovare un modo per integrare l’individuo nella società, o in generale in una struttura più vasta, consentendo a ciascuno di seguire il proprio cammino nel pieno riconoscimento della propria personalità. La stessa espressione “tre tipi di erbe medicinali e due tipi di alberi” esprime l’immagine di ogni essere vivente che porta a piena fioritura la propria individualità. Nichiren faceva notare che mentre i ventotto capitoli del Sutra del Loto erano discriminatori, i cinque caratteri della Legge mistica non lo erano, e che quindi la saggezza buddista stava nel fatto che persone diverse con caratteristiche e retroterra diversi potessero sviluppare la propria Buddità, posseduta da ciascuno a prescindere dalla razza, dalla nazionalità e dall’occupazione, conservando allo stesso tempo la loro specificità e la loro differenza.
Il mondo descritto dalla metafora delle erbe medicinali è permeato dalla saggezza buddista dell’origine dipendente (engi). La legge dell’origine dipendente viene insegnata dal Budda quando dice: «Poiché questo esiste, anche quello esiste. Poiché questo viene ad esistere, anche quello viene ad esistere. Poiché questo non esiste, neppure quello esiste. Poiché questo scompare, anche quello scompare»8, sottolineando così l’interazione tra tutte le cose e gli eventi o la loro “interdipendenza ontologica”. Un concetto che può essere definito come “logica della causalità”, per cui l’esistenza di ogni essere vivente dipende da un certo insieme di condizioni particolari.
Il concetto universale di origine dipendente spiega che non solo tra gli esseri umani e gli altri organismi viventi esiste un rapporto di interazione e mutua dipendenza, ma che questo rapporto esiste anche tra gli esseri umani, la natura e l’intero Universo. In questo modo viene messo in evidenza l’ideale di un’armonia dinamica e dell’interazione tra tutti gli esseri viventi, la cui individualità si sviluppa esattamente a partire dalla condizione di ciascuno. L’importanza data all’umanesimo, che sostiene la supremazia dell’essere umano in quanto essere capace di autocoscienza e razionalità, ha avuto un significato nel corso della storia. Ma, al giorno d’oggi, questo ideale è troppo antropocentrico. Nel futuro ogni individuo deve imparare a vivere e prosperare insieme alle altre persone e a tutte le creature dell’universo, coltivando allo stesso tempo la propria personalità in quanto essere indipendente.
Non dobbiamo cercare figure trascendenti che ci aiutino con la loro onnipotenza a realizzare questo ideale. Come ho già detto, il Buddismo mahayana sottolinea l’importanza di raggiungere l’Illuminazione spirituale attraverso la pratica qui e ora, in questo mondo e in questa vita, e non di aspirare verso “la riva opposta” (Higan) o al regno di Dio. Il luogo dove praticare la via del bodhisattva non è altro che il mondo nel quale viviamo. Nel capitolo sedicesimo capitolo del Sutra del Loto intitolato Durata della vita del Tathagata, Shakyamuni, in veste di Budda originale, afferma: «Per salvare gli esseri viventi, uso l'espediente di mostrare il mio nirvana»9. Con questa frase esprime la determinazione che egli stesso avrebbe perseguito la pratica eterna della via del bodhisattva in questa realtà mondana. Lo stesso spirito si ritrova in una frase dello stesso capitolo che dice:«Ho abitato costantemente sul Picco dell’Aquila». A questo proposito Nichiren afferma: «Il mondo di saha esposto dal Budda Shakyamuni nel capitolo “Durata della vita” è l’eterna pura terra, immune dalle tre calamità e dal ciclo dei quattro kalpa. Il Budda non si è mai estinto in passato né nascerà in futuro, e lo stesso vale per i suoi discepoli. Ciò significa che le loro vite sono perfettamente dotate dei tremila mondi, cioè dei tre regni dell’esistenza.»10 A prescindere dalle sofferenze, dalle difficoltà e persino dalle persecuzioni che ci possono colpire, questo è per noi il posto dove vivere. Considerando la realtà mondana come perpetua, il Budda ci mette in guardia dalla nostra debolezza morale che si manifesta nel desiderio di cercare la salvezza sulla “riva opposta” nella Pura terra, o nel regno di qualche dio trascendente e onnipotente. Anche se la vita sulla terra è piena di tremende prove e sofferenze, la nostra esistenza avrà significato se, e solo se, avremo il coraggio di affrontare la realtà e di superare le difficoltà con senso di dedizione. Se saremo capaci di scoprire una gioia costante vivendo con forza e coraggio, allora la nostra esistenza diventerà piena di significato.
In un certo senso la storia moderna rappresenta un processo nel quale gli esseri umani, agendo come strumenti di Dio o come suoi sostituti, hanno cercato di soggiogare la natura e di controllare l’universo in una forma dualistica di derivazione monoteistica. Nella nostra arroganza, abbiamo scimmiottato Dio onnipotente ma abbiamo anche distrutto gran parte della natura e minacciato la nostra stessa possibilità di sopravvivere. Alle porte del XXI secolo, dobbiamo lasciarci dietro le spalle le follie del passato.
L’ideale di cui abbiamo bisogno in questo momento storico è qualcosa che metta in relazione le persone di oggi, che soffrono di alienazione e solitudine ai margini della società. Questo ideale consentirà di collegare esseri umani con altri esseri umani, piuttosto che con figure trascendenti. Ciò produrrà un senso di solidarietà tra i membri della comunità globale, indipendentemente dalle loro differenze culturali o dalle loro tradizioni etniche. E svilupperà di nuovo in ogni persona l’immaginazione e l’intuizione, che il razionalismo moderno ha teso a trascurare. Infine, faciliterà il raggiungimento di un armonia creativa nell’umanità intera e nell’universo.
Vorrei concludere con un’osservazione personale in quanto buddista giapponese. A mio parere, tra le tradizioni religiose di tutto il mondo, il Buddismo mahayana è probabilmente una delle più tolleranti. La sua saggezza ci fa vedere come possiamo ristabilire le tante cose importanti che nel corso della storia moderna abbiamo perduto. Se qualcuno di voi ha trovato elementi di riflessione nelle idee che ho esposto, il mio contributo non sarà stato inutile.
Note
1) Samuel P. Huntington, “The Clash of Civilization?”, Foreign Affairs, April, 1993
2) Per la cosiddetta teoria della ricostruzione del nazionalismo, vedi Ernest Gellner, Thought and Change, Weidenfeld and Nicholson, Londra, 1964; dello stesso autore, Nations and Nationalism, Basil Blackwell, Oxford, 1983; Benedict Anderson, Imaginated Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Verso/NLB, Londra,1983; Eric Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), The Invention of Tradition, Cambridge University Press, Cambridge
3) DuemilaUno n° 43, p. 14
4) Burton Watson, Sutra del Loto, Esperia, 1998, p. 133-4
5) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, pag. 761
6) ibidem, pag. 752
7) ibidem, pag. 766
8) Samyutta Nikaya, traduzione cinese della “Collezione delle dottrine numeriche
9) Burton Watson, Sutra del Loto, Esperia, 1998, p. 301
10) RSND, 1, p. 326


(Saggio pubblicato nel 1996 nella rivista dell'Istituto di Filosofia Orientale (IOP) The Journal of Oriental Studies che ha dedicato uno speciale al tema 'Il ventunesimo secolo e la filosofia del Sutra del Loto' e in seguito tradotti e pubblicati sul bimestrale Duemilauno nr. 64, 1997)

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