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Le scritture buddiste
Shakyamuni, fondatore del Buddismo vissuto in India circa 2.500 anni fa, non lasciò opere scritte, visto che a quel tempo si privilegiava la trasmissione orale.
Ma anche con l'apparire della scrittura - gli esempi più antichi di scrittura indiana risalgono al III secolo a.C. - leggere significava salmodiare a voce alta. La lettura silenziosa è di più recente acquisizione e anche nella nostra cultura, in antichità e nel medioevo, non si leggeva solo con gli occhi ma anche con le labbra, di modo che le orecchie potessero ascoltare quella che era chiamata "la voce delle pagine".
La codificazione degli insegnamenti del Budda avvenne dunque con il tempo. Il primo Concilio buddista, che si pensa abbia avuto luogo subito dopo la morte del Budda, non avrebbe lasciato documenti scritti contenenti i sermoni esposti da Shakyamuni durante i cinquanta anni della sua predicazione.
Quel Concilio potrebbe aver confermato solo la linea generale dell'insegnamento e non nella forma ufficiale dei sutra, ma in quella di brani e brevi discorsi. I discepoli ripetevano a memoria i sermoni che solo in seguito furono codificati nella forma di sutra (sutra in sanscrito, letteralmente indica il filo su cui si infilano i gioielli. In Pali si dice sutta e in giapponese kyo).
Al primo Concilio ne seguirono altri, e man mano si manifestarono figure di grandi studiosi i quali diedero vita a una serie di opere che commentavano e interpretavano le scritture buddiste.
La divisione delle scuole in Theravada (scuola degli anziani, termine corretto a differenza di Hinayana che presenta un significato dispregiativo) e Mahayana - e la conseguente divergenza sull'interpretazione delle scritture - ha posto gli studiosi di Buddismo (antichi e moderni) di fronte a una lunga serie di questioni circa l'esatta interpretazione del pensiero fondamentale del Budda.
Schematicamente, possiamo dire che nella scuola Theravada la categoria sutra (le scritture) dei testi canonici si sviluppa parallelamente a quella degli Abhidharma (opere esegetiche, commentari) e, forse, anche a quella dei Vinaya (regole di disciplina). Nel Mahayana invece vengono prima alla luce i sutra e più tardi appaiono filosofi e pensatori come Nagarjuna, Asanga, Vasubandhu che commentarono le opere e le idee mahayana.
Una delle principali critiche che vengono fatte a questa scuola è che i sutra mahayana non rispecchiano il pensiero originale del Budda. La querelle tra Theravada e Mahayana è piena di argomentazioni lunghe e complesse. In generale gli studiosi theravada erano inclini a una visione analitica e speculativa del mondo, mentre i mahayana cercavano di penetrare nella "realtà ultima", utilizzando forse più l'intuizione che la speculazione analitica.
Il Sutra del Loto è la scrittura mahayana che Nichiren Daishonin scelse come base del suo insegnamento. La traduzione in cinese - questo sutra arrivò in Giappone attraverso la Cina - che Nichiren Daishonin scelse tra tutte fu quella di Kumarajiva: «Soltanto Kumarajiva - scrive Nichiren - trasmise i sutra e gli altri scritti di Shakyamuni, il fondatore, senza intromettervi le proprie opinioni».
In Cina il Sutra del Loto fu studiato, commentato e praticato dal Gran maestro T'ien-t'ai (538-597 d.C.). Egli analizzò tutte le scritture buddiste arrivando alla conclusione che il Sutra del Loto è l'insegnamento più profondo e definitivo di Shakyamuni.
Nel sesto secolo d.C., attraverso la Corea, il Buddismo arrivò in Giappone. Il principe Shotoku (547-622 d.C.) unificò il paese dichiarando la supremazia del Sutra del Loto. In seguito Dengyo (767-822) insegnò la filosofia di T'ien-t'ai, risvegliando la fede nel Sutra del Loto che era andata perduta.
Trecento anni dopo Nichiren Daishonin (1222-1282), partendo dal Sutra del Loto e interpretandolo dal punto di vista della sua Illuminazione, stabilì la corretta pratica buddista per quel periodo chiamato Ultimo giorno della Legge che, iniziando nel suo tempo, si sarebbe protratto nell'infinito futuro.
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