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PANORAMA CULTURALE E RELIGIOSO
Nella prima fase della sua storia il Giappone subì una forte influenza culturale da parte della Cina e della Corea. I giapponesi adottarono la lingua scritta cinese per i documenti ufficiali e per le opere di storia e filosofia, e utilizzarono i caratteri cinesi per inventare un sistema di scrittura per la loro stessa lingua. Come già accennato in precedenza, essi introdussero buona parte del sistema burocratico cinese, istituendo un tipo di governo centralizzato sotto l’autorità suprema dell’imperatore. Dal continente i giapponesi presero in prestito molte nozioni anche in altri settori come la filosofia, l’arte, l’architettura, la medicina e l’ingegneria.
Secondo i resoconti della tradizione, il Buddismo venne introdotto in Giappone dalla Corea intorno alla metà del sesto secolo. In un primo tempo incontrò l’aspra resistenza dei sostenitori della locale fede scintoista, ma gradualmente prese piede tra le classi più elevate. In poco tempo il governo assunse un ruolo attivo nel sostenere la nuova religione: costruì templi, accolse preti dall’estero e inviò preti giapponesi sul continente per approfondire gli studi. La grande città di Nara, capitale del paese dal 710 al 784, era famosa per la sua schiera di templi e la gigantesca immagine di bronzo del Budda Vairochana che vi fu eretta dal governo nel 749. Il tipo di Buddismo portato in Giappone a quel tempo però, anche se nel pensiero era principalmente mahayana, era composto in grande misura da dottrine astruse o dall’osservanza di complesse regole di disciplina monastica. Al di là della visibile maestosità e bellezza degli edifici e delle immagini associate a esso, in questo tipo di Buddismo erano pochi gli elementi che affascinassero o fossero compresi dalle persone comuni di istruzione limitata. Gli aristocratici sostenevano questa religione perché credevano che li avrebbe aiutati a garantire la propria sicurezza e il proprio benessere personale, oltre a quello dello stato, ma era improbabile che l’influenza buddista penetrasse molto profondamente ai livelli inferiori della società giapponese.
All’inizio dell’epoca Heian furono importate dalla Cina due nuove scuole di Buddismo. La prima fu il Buddismo di T’ien-t’ai, introdotto da Saicho (767-822), meglio conosciuto con il titolo postumo di Gran Maestro Dengyo. Questo Buddismo si diffuse in Giappone con il nome di Buddismo Tendai, dove “Tendai” era la traduzione giapponese del nome cinese T’ien-t’ai. Le dottrine di T’ien-t’ai, basate sul Sutra del Loto, formano uno degli elementi cardine dell’insegnamento di Nichiren Daishonin. La seconda scuola fu quella della Vera parola, o Buddismo esoterico, introdotto da Kukai (774-835), o Gran Maestro Kobo. Essa enfatizzava il ruolo della musica e delle arti nell’ottenimento della comprensione religiosa, e raccomandava vari tipi di rituali mistici per allontanare il male e ottenere la salvezza.
Anche se queste due nuove scuole di Buddismo godevano del sostegno del governo, esse preferirono stabilire le loro sedi su varie cime montuose lontane dalla corte. Il tempio principale della scuola Tendai era situato sul monte Hiei, a nordest di Kyoto, e quello della scuola della Vera parola sul monte Koya, all’estremo sud. Entrambi i monasteri di montagna giocarono un ruolo vitale nei secoli successivi in qualità di centri di apprendimento buddista: il primo in particolare fu il luogo in cui si formarono molti dei più famosi maestri del Buddismo giapponese, fra cui anche Nichiren Daishonin.
Comunque, anche se entrambe le scuole sostenevano che tutti gli esseri viventi erano in grado di conseguire la Buddità, sembravano fare ben poco per diffondere questo messaggio tra la gente. Al contrario, la scuola della Vera parola, e in seguito anche la scuola Tendai, si interessarono sempre più alle esecuzioni di elaborati rituali e incantesimi o finirono coinvolte in sordide lotte di potere con scuole rivali o tra fazioni in guerra all’interno delle loro stesse scuole.
Per quanto riguarda la letteratura di quel periodo, è interessante osservare che La raccolta di diecimila foglie, una grande antologia di poesia antica giapponese redatta verso la fine dell’epoca Nara (710-794), è straordinaria per la sua relativa semplicità, chiarezza espressiva e solarità della visione, come anche per il fatto di includere poesie provenienti da ogni classe sociale. Invece nella successiva epoca Heian la poesia divenne quasi esclusivamente appannaggio della classe cortigiana e si fece sempre più artefatta nell’espressione e intellettuale nel tono. Nello stesso tempo sia la poesia sia le altre forme letterarie erano permeate da un’aura di malinconia.
I primi segni di questo atteggiamento pessimistico si potevano già ravvisare nella Raccolta di diecimila foglie e sono tipicamente legati all’enfasi posta dal Buddismo sulla natura impermanente e in continuo mutamento della vita, un concetto espresso in giapponese con il termine mujo. In realtà il Buddismo sottolinea questo elemento di trasformazione nella vita umana per portare le persone a riflettere seriamente sulla propria salvezza e, fondamentalmente, la visione del Buddismo mahayana è tutt’altro che pessimista. Ma per i giapponesi dell’epoca Heian, in particolare negli ultimi travagliati anni di quel periodo, la grande speranza offerta dalla religione buddista sembrava meno reale dell’inevitabilità del cambiamento, che per la gente significava invariabilmente un cambiamento in peggio. Così, la principale opera letteraria del periodo, Storia dei Genji, che risale all’undicesimo secolo, è pervasa da un senso di brevità, incertezza e intrinseca tristezza della vita.
I giapponesi di questo periodo avevano una ragione particolare per credere che la vita fosse destinata a essere dolorosa e che le speranze di salvezza fossero incerte. Il Buddismo insegnava che, dopo la scomparsa del Budda Shakyamuni, gli insegnamenti buddisti avrebbero attraversato tre periodi principali di cambiamento: un’epoca in cui la Legge, o dottrina, sarebbe fiorita, una in cui avrebbe iniziato a tramontare, e infine un’epoca, nota come Ultimo giorno della Legge, in cui la Legge, o dottrina, sarebbe ulteriormente declinata perdendo alla fine il proprio potere salvifico.
Anche se ci sono modi diversi di calcolare la durata dei tre periodi, i giapponesi credevano che sarebbero entrati nell’Ultimo giorno intorno alla metà dell’undicesimo secolo e, in quel periodo, le loro aspettative sembravano confermate dal declino del potere della corte, dai tumulti nelle regioni di confine e da altri segni di decadenza nell’ordine sociale.
In epoche precedenti il Buddismo giapponese, e la scuola Tendai in particolare, aveva sottolineato che è possibile per una persona ottenere l’illuminazione o Buddità in questa vita attraverso i propri sforzi personali, ma c’era la diffusa sensazione che, con l’arrivo dell’Ultimo giorno della Legge, simili speranze sarebbero diventate irrealistiche. Nel monastero Tendai sul monte Hiei si sviluppò la convinzione che in un’epoca di decadenza si dovesse contare su un potere esterno come mezzo per ottenere l’illuminazione. Questa credenza rese quindi sempre più appetibile la fede nel potere redentore del Budda Amida. Amida è un Budda che si dice regni su un paradiso noto come la Pura terra di Perfetta Beatitudine. In qualità di bodhisattva, egli fece il giuramento di salvare tutte le persone che invocano il suo nome e di fare sì che dopo la morte esse rinascano a una vita di beatitudine nella lontana Pura terra.
La pratica di offrire preghiere ad Amida era già molto diffusa nel Buddismo cinese e in breve tempo venne introdotta anche in Giappone, ma non riuscì a trovare una vera diffusione fino all’epoca Heian. Si può facilmente comprendere perché il suo fascino fosse così grande. Essa non richiedeva che i credenti compiessero faticosi esercizi religiosi o rispettassero severe regole di disciplina: per assicurarsi la salvezza tutto quello che si doveva fare era recitare con fede sincera la semplice formula di lode conosciuta come Nembutsu. Gli aristocratici, in particolare i membri della famiglia Fujiwara, dimostrarono il loro entusiasmo per il culto di Amida costruendo templi maestosi adornati da splendide statue d’oro che lo raffiguravano. Nello stesso tempo, i preti si aggiravano tra la gente comune a predicare il messaggio di salvezza di Amida e a cantare inni di lode. Di conseguenza, il Buddismo si diffuse più che mai tra le classi inferiori e arrivò ad acquisire un forte controllo sulla vita spirituale del paese.
In un primo tempo la devozione per Amida rimase semplicemente un elemento delle pratiche religiose della scuola Tendai, la scuola dominante nell’epoca Heian, ma negli ultimi anni di quel periodo fecero la loro apparizione due influenti capi religiosi che fondarono una forma disgiunta di Buddismo basata solamente sulla devozione a Amida. Il primo fu Honen (1133-1212) il fondatore della scuola della Pura terra. L’altro fu Shinran (1173-1262), i cui seguaci si fecero gradualmente conoscere come Vera scuola della Pura terra. Entrambi ricevettero la loro formazione religiosa sul monte Hiei, ma in seguito furono costretti a lasciare la regione della capitale a causa dell’opposizione delle scuole di Buddismo già esistenti. I loro insegnamenti conquistarono gradualmente un vasto seguito, soprattutto nelle zone rurali. Se il capolavoro della letteratura Heian è Storia dei Genji, quello dell’epoca Kamakura è il romanzo storico noto con il titolo di Storia degli Heike. Storia dei Genji fu scritto da una donna, Murasaki Shikibu, e tratta quasi interamente della vita e degli intrighi romantici dell’aristocrazia di corte. Storia degli Heike, un’opera anonima, fu probabilmente redatta nel tredicesimo secolo sulla base di racconti che erano circolati in precedenza in forma orale per merito dei cantastorie. Essa descrive nel dettaglio la straordinaria ascesa al potere della famiglia Heike, o Taira, e la sua sconfitta per mano della famiglia Minamoto. In forte contrasto con Storia dei Genji, l’opera è ricca di scene di combattimento e di valore militare, è scritta con uno stile marcatamente maschile e riflette gli interessi e gli ideali della nuova classe guerriera emergente. Tuttavia ha un elemento in comune con il capolavoro precedente. Storia dei Genji, come abbiamo visto, è dominato da un senso di tristezza per la brevità della vita umana e questa stessa nota di malinconia pervade anche Storia degli Heike, fin dalle prime frasi dell’opera. In realtà, per i giapponesi dell’epoca, la straordinaria ascesa e caduta della famiglia Taira fu il simbolo supremo del mujo, l’inevitabile transitorietà della gloria mondana. Come questo parallelismo suggerisce, la cultura dell’epoca Kamakura segnò da una parte una brusca rottura con il passato, ma dall’altra una sua continuazione. Il samurai, come si conveniva a un membro di una classe guerriera in una società feudale, dava grande importanza alla vita semplice, all’audacia personale e a una incrollabile fedeltà verso il proprio signore. E, in particolare nel periodo Kamakura, l’asprezza e la violenza nei confronti della vita riflettevano l’etica del guerriero. Fu un’epoca in cui persino i templi buddisti si armavano per difendere i propri beni e privilegi e la necessità di ricorrere alle armi sembrava una possibilità costantemente attuale.
Nello stesso tempo i guerrieri, possedendo una scarsa cultura personale, erano obbligati a fare ricorso ai membri della vecchia aristocrazia di corte per le questioni di cultura superiore, per quanto potessero disprezzarli per il loro stile di vita decadente.
L’atteggiamento di Kamakura verso Kyoto era quindi caratterizzato da una sorta di ambiguità: i capi militari desideravano tenersi lontani dalla capitale e dalla sua atmosfera debilitante fatta di mollezze e di intrighi, ma invidiavano i cortigiani per la loro preparazione in fatto di musica, poesia e gusto artistico. Non sorprende scoprire quindi che i capi dello shogunato di Kamakura e le loro mogli si rivolgevano spesso a Kyoto per ricevere insegnamenti artistici e filosofici in genere, o accoglievano nella loro città grandi eruditi e maestri religiosi provenienti dalla capitale affinché fungessero loro da mentori in ambito culturale. Uno dei modi in cui i funzionari dello shogunato cercarono di dare prestigio alla loro città e al loro governo fu il patrocinio di una nuova forma di Buddismo, nota come Zen. Lo Zen era la scuola di Buddismo dominante in Cina a quel tempo e i preti giapponesi si recavano sulla terraferma per studiarlo e riportarne in patria gli insegnamenti: essi cercarono di introdurre questi insegnamenti a Kyoto all’inizio del tredicesimo secolo, ma incontrarono la forte opposizione delle altre scuole buddiste tradizionali.
Era naturale quindi che si dirigessero verso Kamakura, dove le scuole più antiche esercitavano un’influenza minore, e cercassero di interessare alle loro dottrine i capi del governo militare. I membri della famiglia Hojo e i loro sostenitori risposero con entusiasmo, fondando templi per la nuova scuola e invitando i maestri dello Zen cinese a recarsi a Kamakura. Doryu (1213-1278) o Tao-lung, a cui Nichiren Daishonin fa spesso riferimento, fu uno di quei preti cinesi che godettero di grande favore presso il regime Hojo.
Nelle sue dottrine di base, lo Zen non si differenziava molto dalle altre scuole buddiste mahayana, ma a differenza di quelle scuole che sottolineavano lo studio dei sutra e degli altri scritti sacri, o il potere salvifico di qualche particolare Budda o bodhisattva, lo Zen spingeva l’individuo a ottenere l’illuminazione nel modo in cui la ottenne il Budda Shakyamuni: trascorrendo ore in meditazione nella posizione del loto. Lo Zen quindi ridusse l’importanza dello studio e del sapere spronando invece i seguaci verso la disciplina, lo sforzo personale e l’obbedienza al maestro Zen. È facile intuire perché una simile dottrina fosse in grado di affascinare i membri della classe guerriera: garantiva loro di non doversi misurare con difficili scritti dottrinali o finezze filosofiche per ottenere l’illuminazione. Tutto ciò di cui avevano bisogno era la determinazione e la pazienza per sopportare lunghe e spesso dolorose ore di meditazione. E questo era qualcosa che qualunque soldato poteva comprendere.
Tale era dunque il panorama religioso al tempo in cui Nichiren Daishonin iniziò la sua attività. Le scuole di Buddismo più antiche, con sede a Nara e a Kyoto, godevano di grande potere e prestigio, anche se erano moralmente indebolite dalle fazioni interne e dalle collusioni mondane. I buddisti della Pura terra, o credenti Nembutsu, come li chiama Nichiren Daishonin, continuavano a crescere di numero, costituendo un elemento religioso importante soprattutto nelle campagne. Lo Zen, anche se godeva della protezione dello shogunato di Kamakura, e in seguito della corte di Kyoto, rimase limitato a queste due città. Un ultimo gruppo buddista menzionato da Nichiren Daishonin è rappresentato dai preti della scuola dei Precetti. Questa scuola, che imponeva l’osservanza di complessi precetti, o regole di disciplina monastica, era stata portata in Giappone nel periodo Nara e nel periodo Kamakura stava vivendo una sorta di rinascita.
Il periodo della vita di Nichiren Daishonin fu un’epoca in cui i giapponesi, turbati dai rapidi cambiamenti sociali che non riuscivano interamente a comprendere, come anche dalle catastrofi naturali e dalla minaccia dell’invasione straniera, stavano cercando una realizzazione spirituale. Davano grande importanza alle questioni religiose ed erano pronti a discutere con passione e anche a ricorrere alla forza fisica per difendere ciò che consideravano la verità. Fu un’epoca molto diversa da quella di tolleranza o indifferenza religiosa in cui si vive oggi, e per comprenderla è necessario cercare di entrare nella mentalità e nelle motivazioni dei contemporanei del Daishonin.

(tratto da Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, 2008)
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