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Sui terremoti

Guido Giordano

Ricercatore di Vulcanologia presso l’Università di Roma Tre

Sono vulcanologo da vent’anni e da dieci buddista praticante. Ho imparato tantissime cose in questo tempo, spinto dal desiderio di conoscere e dalla speranza che quanto capisco e faccio possa avere un riscontro utile per la società, sia nel campo dell’uso e della gestione delle risorse sia in quello della prevenzione dai rischi. Proprio per questo, ogni volta che c’è un grande evento naturale che scuote i sentimenti delle persone vengo interrogato da amici e conoscenti che in genere mi chiedono il perché, oppure “se si poteva prevedere”, o “se è vero che tal giorno di tal anno ci sarà un terremoto a Roma”, o ancora “se è colpa degli americani con i loro esperimenti”, o dei russi, o di AlQuaeda, o se è una punizione divina per le malefatte del genere umano e così via. È stato così per il terremoto di Sumatra del 26 dicembre 2004 (Magnitudo 9.2) e del conseguente tremendo maremoto, è stato così per il terremoto del 6 aprile 2009 de L’Aquila (Magnitudo 6.3), con il suo carico di polemiche sulla sua eventuale prevedibilità e sui comportamenti della Protezione Civile, è stato così con i terremoti del 2010 di Santiago del Cile (Magnitudo 8.8) e di Haiti (Magnitudo 7), con quello meno citato di inizio anno a Christchurch (Magnitudo 6.3), è stato ed è ancora così in questo sciagurato evento dell’11 marzo 2011 in Giappone (Magnitudo 8.9), i cui terribili effetti ancora non sono conclusi, attanagliati come siamo dalle notizie sul disastro in corso delle centrali nucleari a Fukushima.

Il terremoto dal punto di vista scientifico
I terremoti sono fenomeni naturali che esistono da sempre sul nostro pianeta. Sono legati alla dinamica della Terra, dove le cosiddette placche o zolle litosferiche si muovono e si scontrano alla velocità di vari centimetri l’anno. Questa dinamica, che oltre ai terremoti crea i vulcani, è l’origine della vita, perché l’ossigeno, l’idrogeno e il carbonio, elementi principali dell’atmosfera, sono arrivati (ed arrivano) in superficie nel corso delle ere geologiche proprio attraverso i vulcani. Ma, mentre guardando il fenomeno a questa scala molto vasta se ne può percepire il lato benefico, il singolo terremoto può essere un’immensa tragedia per le comunità che si trovano nelle zone prossime all’epicentro e, occasionalmente, la tragedia può ampliarsi enormemente se il terremoto e tale da innescare uno tsunami, ovvero ancora se gli esseri umani hanno deciso di costruire una qualche centrale nucleare “supersicura” o qualche altra potenziale fonte di inquinamento nel raggio di impatto delle onde sismiche.
Come funziona un terremoto? Un terremoto si genera nella crosta terrestre quando, a causa del movimento reciproco tra le placche, si sia accumulata in un certo punto sufficiente deformazione che possa essere rilasciata improvvisamente, a seguito della rottura delle rocce, lungo dei piani noti come “faglie”. L’energia liberata (o Magnitudo) durante un terremoto dipende da quanta deformazione si è accumulata nel tempo, come in un elastico. In linea del tutto generale, cicli medi di accumulo per terremoti medio grandi (Magnitudo tra 6 e 9) sono di 100-1000 anni; questo vuol dire che, in un certo luogo della Terra, un terremoto di una certa intensità si può ripetere ciclicamente se l’energia di deformazione si accumula nel tempo. Nel caso del terremoto dell’11 marzo, ad esempio, il movimento di rilascio ha causato uno spostamento di circa 13 m nella zona dell’ipocentro, e il precedente terremoto di magnitudo simile in quella zona, secondo ricostruzioni geologiche, si era verificato circa 1200 anni fa. È facile comprendere che, subito dopo un sisma, il sistema sia “scarico” mentre nel tempo si andrà accumulando energia; di conseguenza, in via del tutto generale, più lungo è il tempo che intercorre tra un terremoto e il successivo, maggiore è la potenzialità che sia di grande intensità. Nonostante l’osservazione strumentale dei terremoti sia cosa abbastanza recente, dell’ultimo secolo per alcuni luoghi (tra cui l’Italia) e degli ultimi sessanta anni a scala globale, possiamo affermare che i geologi e i sismologi hanno oggi una conoscenza piuttosto precisa dei luoghi della Terra dove avvengono i terremoti, così come delle intensità e delle frequenze nel tempo. Vi è altresì da dire che le comunità che vivono in questi luoghi conoscono bene il fenomeno e hanno tradizionalmente sviluppato sistemi di convivenza, quali architetture adatte a resistere agli scuotimenti o delimitazione di aree di non insediamento.

… dal punto di vista sociale…
In teoria, dunque, unendo la conoscenza empirica delle popolazioni esposte alla conoscenza scientifica dovremmo essere in grado di sviluppare cultura e sistemi di interazione con i terremoti (come con qualunque altro evento naturale) tali da minimizzarne gli effetti. Invece non è proprio questo il caso, anzi.
È del tutto evidente che almeno nel corso degli ultimi 50-60 anni stiamo assistendo allo sviluppo di processi concomitanti estremamente preoccupanti. Da un lato l’esplosione demografica, le migrazioni e l’urbanizzazione ultrarapida hanno di fatto cancellato, non solo in Occidente, la memoria delle culture tradizionalmente legate al territorio e di conseguenza la trasmissione di generazione in generazione di quegli accorgimenti minimi, ad esempio, sul dove e sul come costruire. Dall’altro, la progressiva crescita delle comunità scientifiche ha senz’altro accresciuto la conoscenza dei fenomeni naturali, ma ha anche progressivamente accentrato questa conoscenza nelle mani di un’élite ristretta e dotata di linguaggio incomprensibile alla popolazione. La somma dei due processi ha causato una progressiva ma evidentissima e veloce perdita di potere da parte del pubblico sulla sicurezza personale. Da un lato c’è un’élite tecnico-politica che decide tutto circa le procedure e i piani di protezione civile e che detiene il potere della comunicazione sia nella fase emergenziale che in quelle pre- e post-. Dall’altro c’è una popolazione generalmente ignorante dei fenomeni naturali, assolutamente non in grado di difendersi autonomamente né in grado di pretendere la messa in opera di politiche specifiche di prevenzione, soggetta alle decisioni dall’alto circa l’utilizzazione del suo territorio. Guardiamo al caso italiano, dove nonostante la precisa conoscenza da parte della comunità scientifica e di quella politica delle aree sismogenetiche, delle intensità massime previste, dei tempi di ritorno, nonché in molti casi (tra cui proprio quello dell’Aquila) anche della valutazione della consistenza del patrimonio edilizio esistente, poco o nulla viene fatto “dall’alto” tra un sisma e l’altro per ridurre la vulnerabilità degli edifici e per istruire capillarmente la popolazione ai corretti comportamenti e alla conoscenza del fenomeno. Del resto, altrettanto poco o nulla viene preteso “dal basso” nella stessa direzione, spesso per senso di impotenza o addirittura per collusione tra i due livelli (io cittadino voto te politico ma tu mi lasci costruire abusivamente dove mi pare, salvo poi morire sotto una frana; io imprenditore pago la mazzetta e per risparmiare faccio il cemento fasullo e tu operaio stai zitto quando usi la sabbia marcia perché altrimenti la prossima volta non lavori. Salvo poi veder crollare il palazzo supposto antisismico).
Di fronte a questo disastro culturale le persone invece sembrano propense a entrare in fibrillazione appena c’è l’accenno, in genere da parte di millantatori, alla previsione mancata o, meglio, alla previsione nota ma colpevolmente coperta. Oppure alle teorie complottistiche o altre dietrologie. In genere a tutti mi soffermo a spiegare che scientificamente non è ancora possibile dire esattamente in che giorno, a che ora e dove ci sarà il prossimo terremoto (anche se la comunità scientifica sta lavorando su questi temi per arrivare a certezze spendibili in protezione civile, ossia spendibili con la certezza di non sbagliare se si tratta di evacuare migliaia o centinaia di migliaia di persone), ma nelle mappe esistenti in Italia, tutto il territorio nazionale è diviso in classi per cui possiamo dire con certezza che un terremoto di una certa intensità avverrà in un certo luogo ogni tot anni. È dunque una previsione accurata a tutti gli effetti, tale sicuramente da consentire la messa in opera tempestiva di tutti quegli accorgimenti strutturali, informativi e di piani di emergenza in grado di minimizzare se non addirittura di annullare gli effetti peggiori del terremoto, dunque di preservare le vite umane. Allora perché così poche persone invece si preoccupano per tempo di pretendere che questa opera di prevenzione venga finalmente messa in opera?

… e dal punto di vista buddista: Nichiren e l’adozione dell’insegnamento corretto, Makiguchi e il dialogo empatico con la natura…
Nel suo fondamentale trattato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese (scritto nel 1260) Nichiren Daishonin compie una disamina molto precisa della situazione del Giappone di quel tempo proprio a partire dai tanti disastri sia naturali (terremoti, inondazioni) che sociali (guerre, rivolte) che affliggevano la società, causando sofferenza, distruzione e morte nella popolazione. Tuttavia, lungi da avere una visione vittimistica, Nichiren si chiede: «Eppure, i movimenti del sole e della luna sono regolari, i cinque pianeti seguono le loro orbite […]. Perché allora questo mondo è sull’orlo della rovina e le sue leggi stanno decadendo? Che cosa è sbagliato? Quale errore è stato commesso?» (RSND, 1, 7). Nichiren dunque chiarisce subito che la Natura è sempre se stessa, che non è certo matrigna ma madre, mentre tutto il trattato si pone il problema della relazione diretta che esiste tra il sistema filosofico-spirituale che adotta una società e gli effetti conseguenti che si manifestano per gli individui, illustrando con tutta evidenza che sistemi filosofico-spirituali centrati sull’egoismo, sull’esoterismo e sull’oligarchia, rappresentati in varia misura dalle varie scuole buddiste dell’epoca, trasformano la relazione con la Natura in disastri, mentre solo con l’adozione dell’insegnamento corretto basato sull’umanesimo totale descritto nel Sutra del Loto «nella loro esistenza presente le persone saranno libere dalla sfortuna e dai disastri e impareranno l’arte di vivere a lungo» (La pratica dell’insegnamento del Budda, RSND, 1, 347). Ne Il conseguimento della Buddità in questa esistenza (RSND, 1, 4) Nichiren afferma ancora: «Se la mente degli esseri viventi è impura anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente». È da specificare che nella dottrina del Daishonin il termine “mente” è sinonimo di “cuore” o “vita”: si sta parlando quindi non del semplice intelletto, della razionalità, ma della totale “dimensione vitale” di un essere umano. Il rapporto con la Natura e con l’ambiente in genere nel Buddismo di Nichiren è dunque centrale. Il buddismo supera completamente la dicotomia essere umano-ambiente in quanto spiega che nessun essere o fenomeno esiste in sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni. Niente esiste indipendentemente da altre cose né può manifestarsi in completo isolamento, secondo il principio di “origine dipendente” (giapp. engi, sansc. Pratitya-samutpada). Più estesamente, il fondatore e primo presidente della Soka Gakkai, il pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi definiva due classi di relazione con l’ambiente: alla prima appartengono le relazioni di tipo cognitivo, utilitaristico, scientifico, estetico e morale, che vedono l’ambiente come essenzialmente diverso da sé; alla seconda classe quelle di tipo empatico e religioso (nel senso della religiosità) in cui invece l’ambiente è parte del mondo come lo siamo noi.
La prima classe di approcci produce un ambiente (umano e naturale) in generale sconosciuto ed ostile, detentore di risorse da usare e generatore di rischi da cui difendersi.
La seconda classe, quella del rapporto empatico, di quello religioso, dell’Io-Tu, dell’origine dipendente, produce un ambiente compagno dell’avventura della vita, capace di sviluppare la nostra vita emotiva e la nostra personalità.

Come si mette in pratica? L’assunzione della responsabilità a tutti i livelli
L’approccio buddista attribuisce dunque grandissima responsabilità e potere all’essere umano. Dipende, secondo il buddismo, dai singoli individui e dal loro personale grado di assunzione di questa responsabilità il rapporto armonico con l’ambiente, nella sua accezione più ampia, che abbraccia sia la Natura sia la società umana nel complesso. Il maestro Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale, afferma nel suo Building global solidarity toward nuclear abolition (2009), che la chiave è l’“auto-educazione”. L’auto-educazione si basa sulla conquista della consapevolezza che ogni essere umano ha un inviolabile diritto alla vita. Da questa profonda consapevolezza, che abbraccia l’individuo e il suo ambiente, può nascere quell’autoriforma che il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda chiamò rivoluzione umana, che può dare vita e corpo a un potente movimento di cittadini che chiedono e pretendono la partecipazione ai processi decisionali sull’uso del territorio, che si assumono la responsabilità del controllo e dell’osservanza delle direttive, che indirizzano la spesa pubblica verso interventi vasti volti all’educazione e alla prevenzione, così come la messa in opera di ogni strumento di mitigazione del rischio. È necessario diffondere la conoscenza dei fenomeni, ma ancor più importante è che gli individui e la società nel suo complesso adottino l’insegnamento corretto, ossia una visione della vita in cui interessi personali, o di lobby, non possano mai prevalere sull’interesse comune. Il praticante buddista è chiamato a svolgere un ruolo centrale in questo processo, sia mettendosi personalmente e costantemente in gioco, verificando giorno per giorno il grado reale di coerenza tra le azioni e gli ideali, sia mettendosi in rete e favorendo l’unione di tutti gli individui e le componenti della società che lavorano in armonia con l’umanesimo proposto dal Daishonin. Quando la nostra cultura sarà finalmente matura – e la velocità con cui questo inevitabile processo si realizzerà dipende solo da noi – le persone, davanti a un disastro come quello del Giappone o de L’Aquila, non cercheranno più complotti, né saranno rassegnate a una natura o fato o dio maligno che punisce, ma si rimboccheranno le maniche chiedendosi, mentre si apriranno all’ascolto dell’ambiente: cosa dunque posso fare ora?

Roma 17 marzo 2011
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