Home ApprofondimentiA proposito di...Dialogo interreligiosoDov'è Abele, tuo fratello? stampa
logosgi


DOV’È ABELE, TUO FRATELLO? IL PERCORSO DELLA SOLIDARIETÀ
di Claudio Betti e Alberto Quattrucci - Comunità di Sant’Egidio
Intervento alla conferenza ‘La solidarietà: le diverse radici spirituali di un valore umano’ organizzata dal Comitato Giovani Europeo della Soka Gakkai nel novembre 1998. Erano inoltre presenti membri di associazioni di volontariato sia cattoliche che laiche e rappresentati di altre scuole buddiste.
(Pubblicato nella rivista DuemilaUno nr. 69 di luglio-agosto 1998)

Alle origini del mondo, all’inizio della vicenda umana e delle pagine della Scrittura, dopo il primo omicidio della storia, quello operato da Caino nei confronti di Abele, risuona quella domanda del Signore che attraversa da allora ogni generazione: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Ma questa domanda continua ad essere rivolta agli uomini e alle donne di ogni tempo: «Dov’è Abele, tuo fratello?», dov’è il tuo fratello che soffre?, dov’è il tuo fratello che sta male?, dov’è il tuo fratello che parla una lingua diversa dalla tua?, dov’è il tuo fratello povero?
È una domanda che interroga uomini e donne che hanno dimenticato l’altro, tutti concentrati e preoccupati solo per se stessi. È una domanda che interroga società intere, i popoli del benessere nei confronti di quelli del terzo mondo «Dov’è Abele, tuo fratello?».
La risposta più normale, e anche la più diffusa, resta quella di Caino, non il più cattivo, ma colui che cura “naturalmente” solo i propri interessi – e in chi cura esclusivamente i propri interessi c’è sempre un inizio di omicidio dell’altro – e la risposta di Caino è: «Sono forse il guardiano di mio fratello?».
Il rapporto con il “fratello” sembra attraversare tutto il libro della Genesi. Il tentativo dell’uomo di curare i propri interessi, che diviene quello di comprarsi la primogenitura, trasforma il fratello in un estraneo, anzi in un nemico da temere. È il caso di Giacobbe nei confronti di Esaù. In questa vicenda si capisce bene come la “fratellanza” non sia un dato naturale, acquisito una volta per tutte; al contrario è una realtà dinamica, che ha bisogno di essere ricompresa e riconquistata. È significativo che Giacobbe, che vede in Esaù il nemico, lo riconosce come fratello solo dopo aver incontrato il Signore, nella lotta notturna a Peneul. Solo allora l’incontro con Esaù torna a essere – o forse diviene per la prima volta – l’incontro con il “fratello”; solo dopo aver incontrato il Signore c’è la piena riconciliazione con il fratello, anzi nel fratello si incontra il Signore stesso. Così Giacobbe si rivolge ad Esaù: «… Io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio».
Ma la pienezza di questo rapporto con l’altro fratello, rapporto essenziale per la propria salvezza – per continuare nel libro della Genesi – la pienezza sta nella storia di Giuseppe. Si ripete la vicenda di Caino, «Dov’è Abele, tuo fratello?», e i fratelli vendono Giuseppe agli Ismaeliti, rispondono anche loro «Sono forse il guardiano di mio fratello?». Ma, venuta la carestia, la salvezza per loro sta nell’incontro con Giuseppe. È lui che si fa riconoscere: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello...» e aggiunge: «Dio mi ha mandato qui prima di voi per salvare in voi la vita di molta gente». Nella storia di Giuseppe è stata letta la prefigurazione di Gesù. La nostra esperienza inizia negli anni del post-concilio e si fonda su un ascolto attento e gioioso della Parola di Dio. A partire da questo ascolto è nata, e nasce ogni giorno, la scelta di rispondere al Signore «Sono il guardiano di mio fratello!», e insieme viene la scoperta di un numero crescente di fratelli, ignorati o sconosciuti, vicino e lontani. La stessa chiamata dei primi discepoli, quegli uomini incontrati da Gesù sul mare di Galilea, è: «vi farò pescatori di uomini», cioè guardiani dei vostri fratelli.
Pur nei nostri limiti e nella nostra debolezza, l’ascolto della Scrittura resta il cardine stesso della fraternità tra noi e con i più poveri. Gli uomini e le donne di Sant’Egidio, in grande maggioranza laici, restano nella loro condizione ordinaria di vita – il lavoro civile, la casa, la famiglia, i figli – sin dall’inizio e tuttora, ogni sera, dopo aver speso una parte della loro giornata con i fratelli più deboli, sono raccolti nella celebrazione della Parola di Dio che a Roma viene predicata a Sant’Egidio – un antico monastero carmelitano del 1600 – da cui la Comunità prende il nome.
L’esperienza della Comunità di Sant’Egidio nei suoi trent’anni di storia si è giocata molta sulla solidarietà e sulla pace.
Siamo un gruppo di donne e di uomini, cristiani, liberi, laici, che ha cercato di vivere responsabilmente una fraternità nel proprio mondo, anzi da Roma, dove è iniziata la nostra esperienza, ha iniziato a vivere una fraternità in tante parti del mondo.
Il clima in cui è nata la Comunità di Sant’Egidio era il ‘68, quando si aveva la sensazione di poter cambiare tutto, particolarmente nel mondo giovanile. Ciò si esprimeva forse più nell’aspetto “contestazione” che nell’aspetto “costruzione”. Contestazione della politica, della Chiesa, del sistema educativo, della cultura occidentale, e via dicendo. Eppure la vicenda della contestazione conteneva una forte domanda di autenticità. Tale domanda dopo il ‘68 ha preso strade molto diverse. Ma per noi, allora studenti di un liceo romano, la spinta contestativa del ‘68 s’incontrò con un fatto importante: la scoperta del Vangelo. Direi che il Vangelo ci ha salvato dalle derive più tragiche o da quelle integralisticamente ideologiche del ‘68. Ho in mente i primi incontri, i primi passi, le prime esperienze; ricordo questo senso forte dell’incontro col Vangelo inteso come una parola autentica, non mistificata.
Poi il Vaticano II, che ha tracciato una nuova strada per la Chiesa nel mondo contemporaneo, strada che si presenta ancora come quella che i cristiani percorrono verso il prossimo millennio: è la via della fedeltà al Vangelo e, allo stesso tempo, quella della simpatia per l’uomo e la donna contemporanei.
L’inizio ben noto della Gaudium et spes dà il tono di questa simpatia: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e – così concludeva il Vaticano II – nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.
Il Vangelo ci è sembrato una parola di simpatia verso l’uomo e la donna contemporanei: da tale parola promanava un atteggiamento di rispetto, ma allo stesso tempo anche di vicinanza partecipe delle sue esperienze e delle sue angosce: «Sono il guardiano di mio fratello!».
La solidarietà è stata vissuta a Sant’Egidio come questa condivisione delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce di tutti, ma particolarmente dei poveri. La solidarietà si accompagnava alla simpatia per le speranze e per le tristezze dell’altro. La solidarietà si reggeva, anche nei momenti difficili, sulla parola del Vangelo. Per noi la solidarietà non è stata sostituirsi alle istituzioni, ma vivere vicino ai poveri, anzi considerarli nostri amici, fratelli, insomma come parenti.
Questo è lo spirito con cui lavorano i membri di Sant’Egidio: con gli emigrati, con gli anziani, con gli handicappati, con i barboni, con gli anziani, con i malati di AIDS. Ogni comunità di Sant’Egidio, per piccola che sia, si caratterizza proprio per l’ascolto del Vangelo e per la solidarietà con i poveri. È la solidarietà nella grande miseria urbana, dove alla fatica di vivere si aggiungono la solitudine e l’isolamento come una malattia in più.
La solidarietà diviene una dimensione del vivere, il riconoscimento insomma che c’è un destino comune tra i meno poveri e i più poveri: l’affermazione nella nostra esistenza di una fraternità che i circuiti sociali vengono a negare. Si è fratelli non per legami di sangue – «Chi sono mia madre e i miei fratelli?» dice Gesù – ma perché accomunati da uno stesso destino e, soprattutto, perché si prende sul serio la domanda del Signore: «Dov’è Abele, tuo fratello?», resa ancora più larga dal Vangelo.
D’altra parte, è importante sottolinearlo, questa cultura della solidarietà è anche un’istanza critica di fronte all’affermazione violenta e diffusa nelle nostre società contemporanee, quella della “competitività” come valore guida. Questa cultura della solidarietà è una riserva d’interesse e di passione per un mondo che è fuori dall’attenzione, considerato diverso, e che in fondo conta e pesa poco.
Conta di più, negli ultimi anni, il valore dell’etnia, del legame forte con quelli simili a sé: il gruppo non è solo qualcosa che caratterizza alcuni conflitti africani, balcanici o caucasici. È la tentazione ragionevole, contagiosa e aberrante – diffusa nel nostro occidente democratico – di difendere a qualunque costo i propri interessi, quelli del proprio benessere relativo, difenderli da possibili invasioni dall’esterno. Qui ci sono le radici di ogni guerra. Non c’è sempre bisogno di affondare le proprie ragioni nei diritti del sangue, di una presunta razza, o del proprio territorio. È sufficiente che si diffonda la sensazione che le risorse siano limitate perché la tentazione etnica assuma i connotati di una difesa naturale ed equilibrata da ogni pericolo esterno.
Si è arrivati a teorizzare la “morte della solidarietà” come un grande progresso: «Oggi – si scrive – si è cessato di ghigliottinare gli antisolidaristi, che pure esistono ancora e ritengono che la solidarietà abbia ricevuto tutto l’incenso di cui è meritevole e molto di più. Perché non cambiare profumo, prima che venga il voltastomaco?». L’individualismo ha trasformato la società civile. Le persone più svantaggiate e più deboli non rappresentano più una forza con cui si debba fare i conti. I ricchi possono diventare più ricchi senza di loro; i governi possono essere rieletti anche senza i loro voti; e il prodotto nazionale lordo può continuare ad aumentare indefinitamente.
Tutta l’Africa subsahariana (se si toglie il Sudafrica) rappresenta meno del due per cento del volume degli scambi commerciali internazionali. Potrebbe essere inghiottita dai suoi due oceani senza ripercussioni di rilievo per i paesi dell’affluenza. Lo stesso vale per immense popolazioni come il Bangladesh. Sono qui le radici della guerra. Per questo la cultura della solidarietà – preziosa per il futuro di ogni società – è una riserva d’interesse e di passione per un mondo – in realtà una maggioranza – che è fuori dall’attenzione e che in fondo conta e pesa poco.
È questa la via quotidiana della costruzione della pace e della convivenza tra gli uomini. Oggi non è più un “optional”: o si costruisce la pace o si prepara la guerra. Dopo l’89 abbiamo visto come il fattore religioso sia divenuto un elemento decisivo nel cementare le identità nazionali e, per questa via, gli stessi conflitti. Si è parlato di una rinascita della guerra di religione (una definizione su cui non concordo, ma che suggerisce come le religioni possano divenire benzina sul fuoco delle guerre). Il caso della ex-Yugoslavia è evidente. Ma la stessa linea di incontro tra la civiltà occidentale, laico-cristiana, e il mondo musulmano, sta diventando una frontiera di incomprensione e talvolta di scontro. Il fondamentalismo religioso, soprattutto dalla fine degli anni settanta, sta rivelando un volto inquietante, con la sua volontà di totalizzare la società e di negare spazio all’altro credente di diversa religione e al non credente.
Giovanni Paolo II lo ha intuito ad Assisi nel 1986, quando ha convocato leaders delle Chiese cristiane e delle grandi religioni mondiali per pregare assieme e non per discutere. Nel quadro dei due blocchi, l’intuizione del Papa era semplice e basilare: le religioni l’una accanto all’altra, senza sincretismo ma pure senza odio, mai più l’una contro l’altra.
Come Comunità di Sant’Egidio abbiamo inteso continuare l’intuizione di Assisi, non senza qualche difficoltà. È importante far emergere la forza di pace che è nel profondo delle religioni: per ogni tradizione religiosa la pace che è nel profondo delle religioni: per ogni tradizione religiosa la pace è un valore sacro e basilare. Seppure – va detto – l’esperienza storica delle religioni abbia conosciuto stagioni in cui questo valore è stato ignorato, profanato, reso periferico. Solo l’andare in profondità della propria tradizione, stimolati dalla presenza degli altri e dai problemi del mondo, può consentire un recupero di quel valore del sacro. Questo recupero diviene allora una potente capacità di disarmo dei cuori e di educazione alla pace. Lo scopo delle religioni, per vie tanto diverse, è quello di purificare e pacificare i cuori: santità e pace, etica e pace, preghiera e pace, sono esperienze che si richiamano vicendevolmente.
Dal 1986, anno dopo anno, la Comunità di Sant’Egidio ha continuato il cammino di Assisi, invitando leaders delle differenti tradizioni religiose a parlarsi e a pregare gli uni accanto agli altri. Penso a quel 1 settembre 1989 a Varsavia, in una città trepidante per la memoria di quella guerra iniziata mezzo secolo prima ma anche per il cambiamento politico in corso. Ricordo il pellegrinaggio ad Auschwitz con cristiani, ebrei e musulmani. Ogni anno ha segnato l’ingrossarsi di un movimento di gente di fede per dialogare e per porre la pace al centro della propria riflessione.
Infatti la grande novità in questo mondo contemporaneo è l’abitare assieme dei diversi mondi religiosi quasi in ogni parte del pianeta. O avviene una maturazione nel rispetto per la libertà e l’identità dell’altro oppure la differenza è occasione di tensioni e di conflitti. Alla fine del Novecento una fede senza una “teologia dell’altro” è impensabile. Su questa strada abbiamo, consapevoli che non facevamo congressi di intellettuali, ma promuovevamo incontri di capi religiosi che rappresentavano – in qualche maniera – i loro fedeli. Penso al primo appello di Roma nel 1987: «La religione non vuole la guerra: che la parola religione sia sempre la pace! Che le donne e gli uomini non trovino mai nei patrimoni delle loro tradizioni religiose ragioni o incitazioni per odiarsi, combattersi, per essere spinti alla guerra e all’oppressione!».
Si è aperto un cammino di riconoscimento religioso dell’alterità, di culto della pace fatto in nome della fede, di dialogo vissuto come una virtù religiosa. Sant’Egidio è stata al centro di un pellegrinaggio di gente di religioni diverse, cristiane, ebrei, musulmani, buddisti, induisti, complesso e semplice allo stesso tempo. In questo cammino non si è mirato a un impensabile unificazione, come hanno sognato alcuni storici delle religioni: ma al senso dell’altro nella sua diversità irriducibile. Non si tratta di una crociata delle religioni contro la secolarizzazione o la modernità. Vuol essere la celebrazione di un aspetto importante della pace, cioè la capacità di vivere allo stesso tempo l’identità convinta e il dialogo fraterno aperto.
Credo che esista una responsabilità delle Chiese cristiane e delle grandi religioni.
È un tema che meriterebbe una trattazione non così rapida: troppo spesso le religioni giustificano la guerra (si veda il caso della ex-Yugoslavia), ma paradossalmente hanno nelle loro tradizioni anche una grande forza di pace.
L’abbiamo incontrata. Il dialogo interreligioso, mettendo a contatto l’uno con l’altro, fa sviluppare queste energie di pace. Ogni anno celebriamo un incontro interreligioso sulla pace, nel cui quadro sono scaturite iniziative di riconciliazione.
Tutti possono fare la pace o almeno lavorare per la pace. Vanno create sinergie con Stati e governi. Ma la prima nostra risorsa sono senz’altro le energie umane di ciascuno, rese fruttuose dall’incontro con il Vangelo. Per il resto, crediamo sia possibile, anche con mezzi poveri, o relativi, servire sogni più grandi di noi. La povertà del discepolo infatti, invitato alla missione senza «né oro, né argento, né moneta di rame, né bisaccia da viaggio, né due tuniche…» è un invito alla fiducia ad alla disponibilità. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Abbiamo sentito l’invito a misurarci con sfide nuove senza cercare di essere garantiti o protetti. L’apostolato fra i più deboli, non va solo “organizzato” nel migliore dei modo, ma va pensato come un segno.
Penso all’esorcismo frequente della morte, del dolore, della malattia, tratto marcato di questo nostro mondo occidentale. Penso alla paura delle giovani generazioni di riconoscere la finitezza della vita, paura che li espone in maniera drammatica a venti contrari e alle contraddizioni. Penso alle immagini televisive di “plastica”, canali di trasmissione di modelli sempre felici e sempre lontani. Come penso allo scandalo della morte come spettacolo, nuova forma di droga mediatica per scuotere sensi addormentati dal benessere, o intorpiditi dall’ignoranza.
C’è invece il valore eccezionale di una presenza amica vicino alla sofferenza, capace di accompagnare, di guarire, di consolare: «Sono il guardiano di mio fratello!». È quasi un’evangelizzazione del nostro tempo, fatta di gesti e di parole. Con il coraggio di contraddire l’illusione edonistica che suggerisce sia umano solo ciò che appare “sano”.
Penso al mondo barbaro e medioevale di Francesco, mondo di particolarismi e di guerre, di epidemie diffuse. Il giovane assisiate del 1200, nell’incontro con il lebbroso vince se stesso, e «ciò che prima gli risultava amaro, si mutò in dolcezza». Penso alle moderne epidemie come l’AIDS, che falcidiano anzitutto le popolazioni più deboli e che si affacciano anche nei paesi ricchi, quasi come un monito a riconsiderare la vacuità del benessere. Molto si potrebbe dire sui molteplici volti delle nuove povertà; mi basta per ora riflettere sulla qualità del segno che le opere di giustizia e carità assumono in questa fine di ventesimo secolo che sottolinea le disuguaglianze e che vede il Nord intento a erigere barriere sempre più insormontabili con l’oceano di poveri che lo circonda, e che si affaccia al suo interno, con i tanti volti del migrante, del malato, dell’anziano…
Senza un clima di riconciliazione, senza un ambiente capace di riconciliare, si sente il limite delle iniziative dei governi. Ma la pace è complessa, tuttavia non impossibile. Per la sua complessità richiede di non fuggire le armi del dialogo, della diplomazia, della riconciliazione. Nessun popolo, nessuna situazione, può essere abbandonata a un destino di guerra: per questo sono necessari diversi approcci.
Diceva il vecchio e saggio patriarca di Costantinopoli, Athenagoras, che aveva visto andare in frantumi il secolare mondo di coabitazione tra Balcani a Anatolia: «Tutti i popoli sono buoni. Ognuno merita rispetto e ammirazione. Ho visto soffrire gli uomini. Tutti hanno bisogno d’amore. Se sono malvagi, è perché non hanno mai incontrato l’amore vero… So anche che ci sono delle forze oscure, demoniache, che si impadroniscono talvolta degli uomini e dei popoli. Ma l’amore di Cristo è più forte dell’inferno. Grazie al suo amore noi troviamo il coraggio di amare gli uomini…».

© Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai 2017 . Tutti i diritti riservati