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HO BISOGNO DI UN TU PER DIVENIRE: DIVENTANDO IO DICO TU
di Roberto Minganti - già direttore responsabile della rivista DuemilaUno
Intervento alla conferenza ‘La solidarietà: le diverse radici spirituali di un valore umano’ organizzata dal Comitato Giovani Europeo della Soka Gakkai nel novembre 1998. Erano inoltre presenti membri di associazioni di volontariato sia cattoliche che laiche e rappresentati di altre scuole buddiste.
(Pubblicato nella rivista DuemilaUno nr. 69 di luglio-agosto 1998)

Nei giorni che precedevano la conferenza, interrogando molte persone mi sono reso conto che termini come Pace, Diritti Umani, Solidarietà, Tolleranza sono spesso usati come equivalenti per indicare qualcos’altro: un sentimento, un quid che pervade ogni termine senza essere poi completamente rappresentato da nessun termine. Hannah Arendt diceva che: «Per il mondo e nel mondo ha stabilità solo ciò che si può comunicare. Ciò che non viene comunicato o non si può comunicare, che non è stato raccontato a nessuno e non ha colpito nessuno, che non è penetrato per nessuna via della coscienza dei tempi e sprofonda senza significato nell’oscuro caos dell’oblio è condannato alla ripetizione. Si ripete perché anche se accaduto realmente non ha trovato nella realtà un luogo dove fermarsi». La difficoltà di trovare un nome mi ha fatto pensare alla reale assenza nel nostro vivere quotidiano di una coscienza diffusa – e soprattutto di una pratica – di questa “cosa” che oggi stiamo chiamando solidarietà. La convinzione alla quale sono giunto, e arrivo subito alla conclusione per poi tornare indietro, è che la solidarietà – intesa nella sua essenza più larga, quella che il Buddismo chiama interrelazione profonda tra tutto e tutti – sia il processo in continuo divenire che sottende la vita universale.
Tutto questo ha a che fare con l’entropia – in senso di disordine, come afferma Johan Galtung – disordine non come confusione ma come grado elevato di complessità: molteplici e diverse componenti che devono mantenere e valorizzare la loro diversità e molteplici e diversi legami di interazione fra loro. Ma può succedere che i legami di interazione non coprano tutte le possibilità, oppure – e questa è l’ipotesi peggiore – che privilegino solo alcuni legami arrivando a dannose forme di polarizzazione. Questo elevato grado di complessità e di entropia devono essere sostenute quindi da una forte base di solidarietà tra tutti gli esseri senzienti e non senzienti: esseri umani, esseri animali, esseri vegetali, esseri minerali (anche le pietre si ribellano – vedi il disastro del Vajont del 1963, di cui si è riparlato in questi giorni).
Vorrei ribattezzare la solidarietà con il termine simbiosi e ribattezzare simbiosi con il termine Vita. Metterei quindi al primo posto la dignità suprema della vita e definirei l’etica della simbiosi come la richiesta più naturale e pressante che la vita stessa fa a tutte le sue espressioni. Nel corso di questa breve riflessione - partendo dalla conclusione che ho appena enunciato – vorrei riportare il contributo dell’insegnamento contenuto nel Sutra del Loto alla formazione di un’etica della simbiosi – analizzando alcuni temi cardine: il rapporto io/altro, la compassione, la figura del bodhisattva e la necessità - per i buddisti – di scendere nella storia.
Cambiare punto di vista
«La terra è un’arancia blu» diceva il poeta Paul Eluard e il prof. Keating, il protagonista dell’Attimo fuggente di Peter Weir, invitava i suoi studenti a salire sui banchi e a vedere il mondo da lì. Diceva ai suoi allievi: imparate a spostarvi e a elevarvi: guardate con gli occhi di questo istante l’altro punto di vista dell’istante passato. Guardate le relazioni tra questi punti di vista, scoprite che attraverso queste relazioni potrete scorgere nuove strade che non possono essere notate da nessun punto di vista preso separatamente. Teilhard de Chardin affermava «che non conta solo l’intrinseca portata del problema considerato, ma, in egual misura, la prospettiva da cui viene preso in esame».
Mettere al primo posto la Vita e rifiutare la supremazia della prospettiva economica: quest’ultima, anche se riflette una serie di preoccupazioni reali, non può diventare un osservatorio privilegiato. «Gli occhi della nazione – scrive Daisaku Ikeda il presidente della Soka Gakkai Internazionale – fanno presto ad asservire la vita umana agli interessi di chi sta al potere, riducendo le persone a numeri o oggetti inanimati. Ma gli occhi della Vita guardano a ogni persona come a una preziosa, unica, irripetibile esistenza». Cambiare punto di vista significa anche evitare quello che padre Balducci chiamava “il vizio del pessimismo occidentale che si sviluppa all’interno di un processo in cui l’idea si contrappone all’idea, il pensiero al pensiero, ma sempre in una sfera distaccata dal reale, dalla condizione concreta dell’umanità per cui il monologo del pensiero astratto non accetta più l’altro come interlocutore».
Non esiste l’Io in quanto tale
Dal nuovo osservatorio, il primo fenomeno da prendere in considerazione è quello che comunemente chiamiamo il rapporto Io/altro.
Non esiste l’Io in quanto tale, ma solo l’io del rapporto fondamentale IO/TU… Ho bisogno di un Tu per divenire: diventando IO dico TU. È un’affermazione di Martin Buber. Il problema dell’altro da sé, così importante per un’etica della simbiosi, è affrontato dal Buddismo nei termini di una impossibilità di definire l’Io senza allo stesso tempo affermare l’altro, e con altro intendo il “totalmente” altro.
L’altro diventa il motore stesso del nostro sviluppo. Nichiren Daishonin spiegava questa interrelazione dal punto di vista individuale dicendo: «Quando ci si guarda in uno specchio e ci si inchina in segno di rispetto, anche la nostra immagine riflessa si inchina verso di noi». E da un punto di vista politico-sociale affermando: «Se ti preoccupi anche solo un po' della tua sicurezza personale, dovresti prima di tutto pregare per l'ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quartieri del paese, non credi?». Per un buddista – immagino – non è così scontato dire IO SONO: andare oltre l’illusione del pensiero dualista significa specchiarsi in quel laghetto dove Narciso si era bloccato fino a morire e trovarvi specchiato insieme alla propria immagine l’universo intero. Ogni individuo è la ricapitolazione della vita di tutti gli altri esseri.
Il re buddista Ashoka in uno dei suoi editti auspicava quasi un nuovo rito verso l’altro: «Non riti superstiziosi, ma gentilezza e rispetto verso i servi e gli inferiori, rispetto verso coloro che meritano rispetto, autocontrollo e dolcezza nel rapporto con le creature viventi. Questi, e azioni virtuose di natura simile, sono in verità i riti che devono essere eseguiti dappertutto».
La visione cosmica dell’umanesimo: microcosmo e macrocosmo
Nel Sutra del Loto è molto chiara questa visione cosmica dell’umanesimo, quella che il maestro cinese T’ien-t’ai aveva sintetizzato nel principio di ichinen sanzen (tremila mondi in un istante di vita): «Dobbiamo realizzare la natura del rapporto tra il microcosmo del nostro corpo e il macrocosmo dell’ambiente: tremila mondi in un momento di vita. Compiendo il cammino si diviene consapevoli dell’essenza della realtà. Il corpo-mente individuale permea la Realtà Universale». Sembra avvertire questa stessa consapevolezza nei versi del poeta indiano Tagore (ipertesto): «Notte e giorno nelle mie vene scorre lo stesso flusso vitale che attraversa il mondo intero intrecciando ritmiche danze… sono orgoglioso che il palpito vitale dei secoli danzi in questo momento nel mio sangue».
Questo umanesimo cosmico non è un patrimonio unico del buddismo, è una coscienza - a quanto mi risulta poco utilizzata - già presente in occidente. Il prof. Giulio Sforza, durante un convegno su Religioni ed educazione ha detto: «A noi è dato di vivere l’esaltante vicenda di una coscienza che si fa più chiara a se stessa dilatandosi in coscienza cosmica ed avvertendo l’universo come suo corpo.… La religiosità intende l’unità del reale». Questa unità del reale, nel Sutra si riscontra subito osservando chi era presente alla predicazione del Budda: non solo monaci o monache, ma un numero - incredibile a credersi come tutte le altre metafore del Sutra – di esseri di ogni genere, posizionati non in ranghi inferiori. Non c’è l’essere umano al centro, ma un’interrelazione paritaria tra tutte le forme di vita. L’atmosfera è serena e tranquilla, permeata da musica, profumi, piogge di fiori.
Fin dai primi capitoli vengono affermati due princìpi cardine del Buddismo: l’origine dipendente dei fenomeni e la loro natura non-sostanziale (shunyata in sanscrito). Il principio unificante è la natura di Budda che pulsa allo stesso modo nell’universo interiore di ogni essere come nel grande universo che contiene tutto. Il Budda dichiara subito che il suo unico desiderio è come fare in modo che tutti raggiungano il più alto livello di esistenza, senza alcuna distinzione con lui stesso.
Essenza e vita quotidiana
Questa concezione della vita universale viene ulteriormente chiarita in quella definita la Cerimonia nell’Aria. Appare una Torre Preziosa tempestata di gioielli, grande quasi come la metà del globo terrestre che accoglie il Budda e tutta l’assemblea. Dal Picco dell’aquila, quindi, l’assemblea viene trasportata in alto e poi di nuovo torna sulla terra. Questo doppio movimento è importante: la torre preziosa emerge dalla terra del mondo fenomenico, si innalza trascendendo i limiti di spazio e tempo e ritorna sulla terra. Ciò vuol dire che il mondo della Buddità non può e non deve essere separato dal reale.
Quella che la Soka Gakkai definisce “rivoluzione umana”, non è altro che la ripetizione continua di questo processo di ascesa dalla vita reale alla Cerimonia nell’Aria e ritorno alla vita reale. Si potrebbe pensare anche all’atto religioso individuale come un ciclo che inizia con l’attivazione dell’universalità dentro di se che prosegue nell’agire sociale come ricerca della stessa universalità negli altri e ritorna arricchito al sé individuale.
La pioggia del Dharma
La legge mistica, o buddità, che permea l’universo è caratterizzata dalla compassione. Nel Sutra del Loto questa viene rappresentata – usando una metafora legata al clima dell’India – come una grande nuvola che sorge sul mondo fino a ricoprirlo interamente.
Questa benefica nuvola è carica di umidità. «L’uguaglianza della predicazione del Budda è come una pioggia dall’unico aroma – afferma Shakyamuni – che però non viene ricevuta da tutti gli esseri viventi nello stesso modo, ma a seconda della loro natura. Così come l’umidità viene ricevuta diversamente dai vari tipi di piante e alberi.…Io elargisco la pioggia del Dharma colmando il mondo intero e questo Dharma dall’unico aroma viene praticato da ciascuno secondo il suo potere individuale».
Più avanti il Budda afferma «di considerare le cose universalmente uguali. La mia mente non preferisce questa o quella, non ama una cosa e odia un’altra.
Il bodhisattva Fukyo
Nel XX capitolo del Sutra del Loto appare un bodhisattva che più di altri incarna la pratica attiva di quella che potremmo chiamare la virtù dell’umanesimo cosmico o anche l’etica della simbiosi. Questo bodhisattva si chiama Fukyo che letteralmente vuol dire «Colui che non disprezza mai». Questo monaco rendeva omaggio a qualunque persona gli capitasse di incontrare: univa le palme delle mani e inchinandosi rispettosamente diceva: «Non oserei mai disprezzarvi perché voi tutti otterrete di sicuro la buddità». La gente, molto spesso, rispondeva al monaco lanciandogli dei sassi.
Lui, dopo essersi messo prudentemente fuori tiro, continuava a riverirli con le stesse parole. Nichiren Daishonin considera il bodhisattva Fukyo (sanscrito Sadhapaributha) come il miglior esempio di pratica buddista: «Cosa significa il profondo rispetto del Bodhisattva Fukyo per la gente? – scriveva – Il vero significato dell’apparizione del Budda Shakyamuni in questo mondo sta nel suo comportamento come essere umano».
Una volta messa da parte la dicotomia sé/altri, tra l’eros, essere per se, e l’agapé, essere per gli altri, cade anche quella tra egoismo e altruismo: l’impresa di Fukyo non è semplicemente altruistica, perché lui, lodando la buddità delle altre persone contemporaneamente lodava la sua, valorizzando gli altri valorizzava se stesso. «Ciò che dai a un altro diventerà il tuo stesso nutrimento – commenta il Daishonin – se accendi una lanterna a un’altra persona, la sua luce illuminerà anche il tuo cammino».
Il valore della differenza
Dopo aver affermato l’inseparabilità dei fenomeni tra loro e l’inseparabilità dei fenomeni dall’essenza universale, viene affermata la “diversità” come valore fondamentale. Non la semplice dichiarazione – che facilmente potrebbe scadere nell’ipocrisia – di amore verso l’umanità, ma la compassione verso quel preciso essere, verso quella singola persona. «Amo l’umanità – grida Lucy l’amichetta di Charlie Brown – sono le persone che non sopporto». Sembra di sentire Dostoevskj quando dice che a molte persone orgogliose piace credere in Dio, specialmente a quelle che disprezzano gli altri… La ragione è ovvia.
Si rivolgono a Dio per evitare di rendere omaggio agli esseri umani». Il problema fondamentale per il prossimo millennio sarà proprio quello di fare i conti con l’unicità di ogni singola persona, e di creare armonia nella diversità. La pioggia compassionevole cade su tutti e su tutto allo stesso modo, non fa differenza ma sostiene e mantiene in vita la differenza. Per differenza non intendo solo il riconoscimento del valore della singola persona in quanto tale, ma il riconoscimento dei valori dell’ordine di riferimento cui quella persona appartiene: il genere (maschile e femminile), la razza, l’etnia, la religiosità, il censo e via dicendo. La domanda che mi pongo è se, in quanto buddista, riesco non solo a rispettare ogni singola persona, ma a valorizzare il contributo che quella persona riesce a dare come portatrice di una differenza di sesso, di razza, di etnia, di cultura, di nazionalità, di classe etc.
Compito delle persone comuni
In una recente intervista al quotidiano Il Manifesto, Susan George, direttrice del Transnational Institute di Amsterdam, parlando del debito dei paesi del terzo mondo, ha detto: «Dovrei essere scoraggiata ma non lo sono. Ho fiducia nella gente comune. L’umanità ha già combattuto ignominie quali la tirannia e la schiavitù». Credo che i bodhisattva del terzo millennio siano le persone comuni che riescono ad assumersi totalmente la responsabilità del loro ambiente – fisico o sociale – a cominciare da quello che hanno più vicino.
Daisaku Ikeda li chiama cittadini del mondo – persone che, in un certo senso, non hanno più dimora – perché hanno scelto l’universo come dimora, persone che fanno i conti con una ideale molteplice appartenenza. In qualche modo sono eroi nel senso in cui li intendeva Hannah Arendt: «La parola eroe originariamente, cioè in Omero, non era niente più che un appellativo dato a ogni uomo libero che partecipava all’impresa di Troia e intorno al quale si poteva raccontare una storia. La connotazione del coraggio, che noi ora sentiamo qualità indispensabile dell’eroe, è già presente in ogni volontà di agire e parlare, di inserirsi nel mondo e diventare una storia di se stessi».
Buddismo e III millennio
La sfida più importante che il Buddismo ha di fronte nel III millennio sarà quella di portare nella società il suo messaggio, non rimanere solo una bella promessa. Johan Galtung auspica una presenza forte del Buddismo nei fatti del mondo: se abbandona il suo motivo iniziale di religione nata per le persone - afferma – rischia di cadere nel ritualismo e i suoi punti forti come la tolleranza e la nonviolenza rischiano di renderlo connivente con il potere politico. Nel passato ci sono già stati segnali di degenerazione: secondo il codice Joei del 1232, tutti coloro che collaboravano con lo shogun di Kamakura avevano diritto alla protezione del governo, altrimenti erano considerati disturbatori della pace. Nel periodo Edo (1600), i gruppi buddisti erano diventate agenzie di controllo al servizio dello stato, un vero e proprio prolungamento del potere Tokugawa. Più recentemente, sempre in Giappone, la maggior parte dei gruppi buddisti sostenne – prima e durante la 2a guerra mondiale – lo sforzo bellico dei nazionalisti al potere.
In quanto buddista e laico credo che il tempo non s’insinua passivamente dietro le mie spalle. Siamo noi a creare il tempo soggettivo (kairos). Il tempo oggettivo (kronos) invece, è affare delle stelle e degli orologi atomici. Come afferma il teologo Carlo Molari: «Pregare per la pace non serve a far intervenire Dio al nostro posto, ma per farci assumere atteggiamenti che ci consentano di realizzare la sua volontà.
La preghiera non serve per cambiare l’opinione di Dio nei nostri confronti o per farlo agire diversamente, ma per modificare il cuore degli esseri umani. Il futuro dell’umanità non cade dal cielo, non è un’irruzione improvvisa per un intervento di Dio… la pace di Dio non può entrare nella storia dell’umanità se questa non compie scelte di pace». Vorrei portare un esempio italiano che ha contribuito alla mia formazione e che ritengo esemplare: quello di Don Milani che spiritualmente avvicino al fondatore della Soka Gakkai, il pedagogista Tsunesaburo Makiguchi. L’azione educativa, religiosa di don Milani diventava politica e sociale nel momento in cui spingeva giovani a trasformare creativamente la loro vita e i conflitti che si trovavano di fronte. La sua battaglia per l’obiezione di coscienza diventava ad esempio l’inizio di una nuova solidarietà sociale che educava i giovani a trovare risposte diverse alla guerra.
Oggi le associazioni laiche buddiste – di ogni scuola e tradizione – potrebbero rappresentare una nuova figura di bodhisattva: il bodhisattva collettivo, capace di operare nel mondo non solo «con la forza spirituale dell’individuo – come afferma il prof. Venturini – ma con l’autorevolezza di un movimento di massa. Operando senza condizioni e senza compensi».
Per chiudere vorrei lasciare un’immagine che viene da una parabola giapponese - secondo me emblematica di questo discorso. Una persona scende nel mondo d’inferno e vede che c’era tantissimo cibo ma le persone soffrivano e pene (appunto dell’inferno) perché non riuscivano a prenderlo: avevano bacchette troppo lunghe, più lunghe delle loro braccia. Era impossibile quindi portarlo alla bocca. Si sposta poi nel mondo di buddità: anche lì c’era tantissimo cibo, l’ambiente era lo stesso del mondo d’inferno, le bacchette erano le stesse, quindi più lunghe delle loro braccia, ma le persone erano invece estremamente felici. Come mai? Avevano trovato un modo per nutrirsi: si imboccavano l’una con l’altra. Il messaggio è chiaro: non esiste una differenza tra un ambiente d’inferno e quello della buddità, la differenza vera sta nel cuore e nella solidarietà delle persone che ci abitano.

Bibliografia
H Arendt, Rahel Varnhagen. Storia di un’ebrea. Il Saggiatore, Milano, 1988.
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H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 1991
B. Watson (traduzione italiana di Miglionico, Micheli, Notari), Il Sutra del Loto, Esperia edizioni, Milano, 1998
M. Ceruti, G. Bocchi, E. Morin, Turbare il futuro, Moretti e Vitali ed. Bergamo, 1990
R. Venturini, Coscienza e cambiamento, La Cittadella, Assisi, 1996
J. Galtung, Buddhismo una via per la pace, ed. Gruppo Abele, Torino
N. Daishonin, Gli scritti, Associazione Italiana Soka Gakkai, Firenze
D. Ikeda, La vita mistero prezioso, Bompiani, Milano
D. Ikeda, Il capitolo Hoben, Esperia, Milano
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H. Maturana, F. Varela, La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1991
F. Savater, Etica come amor proprio, Laterza, bari, 1994
S. Veca, F. Alberoni, L’altruismo e la morale, Garzanti, Milano, 1988
W. Rahula, L’insegnamento del Budda, ed. Paramita, Roma, 1994
R. Tagore, Poesie, Newton Compton, Roma, 1971

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