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LA FORZA DEL BUDDHISMO: VIVERE MEGLIO INSIEME NEL MONDO DI OGGI
di Mariangela Falà - Unione Buddhista Italiana
Intervento alla conferenza ‘La solidarietà: le diverse radici spirituali di un valore umano’ organizzata dal Comitato Giovani Europeo della Soka Gakkai nel novembre 1998. Erano inoltre presenti membri di associazioni di volontariato sia cattoliche che laiche e rappresentati di altre scuole buddiste.
(Pubblicato nella rivista DuemilaUno nr. 69 di luglio-agosto 1998)

« È con l’occhio del di dentro che ti guardo
o gran Dalai Lama, alla sommità del dentro. È dal di
dentro che ti assomiglio, io, polvere, idea
levitazione, sogno, grido, rinuncia all’idea, sospeso in
tutte le forme e non sperando altro che il vento.
Fateci una Mente senza abitudini, una mente fissata
veramente nella Mente o una Mente con delle abitudini
più pure, le tue, se sono buone per la libertà
».
(Revolution surréaliste, n.3 aprile 1925)

Questo testo giovanile opera del gruppo surrealista di Breton, Aragon, Artaud ed Eluard mostra chiaramente ancor oggi ciò che può far avvicinare gli occidentali all’insegnamento del Buddha: non un cambiamento di credenze né l’abbandono di un rituale per un altro, ma una reale metamorfosi dello spirito, quello che fu allora il grido profondo del movimento surrealista: «È dentro che ti assomiglio». La ricerca di abitudini più pure e di una qualità più alta della mente sono ancora le spinte più evidenti che avvicinano gli occidentali alla via del Buddha, una religione “umana”, nata dalla riflessione umana per rispondere ai bisogni umani. Ma ve ne sono anche altre.
Oggi, dopo tre quarti di secolo di progressivo “stanziarsi” dell’insegnamento del Buddha in occidente e del suo diventare lievito per una “nuova coscienza”, le motivazioni al rapporto con il Dharma buddhista sono diventate ancora più sfaccettate e apiù ampio spettro sia sociale che culturale. Tra quelle che più sovente si ritrovano tra i praticanti delle diverse tradizioni ricordiamo lo spirito di ricerca non dogmatico, ma critico proprio del Buddha1, la metodologia sperimentale che lo anima e che si basa sul vieni a vedere, a sperimentare in prima persona, le prospettive e gli insegnamenti in armonia con le scienze contemporanee come la psicologia, le scienze cognitive, l’epistemologia, la centralità dell’esistenza umana che pervade tutto, la capacità del Dharma di fornire spiegazioni ed esercizi per la trasformazione del proprio io e la realizzazione della propria natura basati su un’etica universale fondata su una disciplina di tipo “medico” piuttosto che “giuridico” ovvero senza un Dio giudicante su ciò che sia bene o male, ma in cui la responsabilità individuale è completa. Questo ed altro ancora sono le spinte che sempre più prepotentemente affiorano in chi è alla ricerca e si trova a confrontarsi con il millenario insegnamento del Buddha.
Il carattere di scienza sacra, non dogmatica e non dottrinale, di questo insegnamento si concilia male con l’appellativo in-ismo che in occidente gli è stato dato all’inizio del secolo scorso (1825).
Il Buddhadharma, l’insegnamento del Buddha, il Buddhasasana, la via del Buddha, è una grande tradizione religiosa nel senso etimologico proprio alla parola religione come ciò che orizzontalmente unisce gli uomini tra loro e con i loro antenati e che verticalmente li riunisce al proprio principio atemporale, alla loro natura trascendente e immanente. Il Dharma non è un enunciato proposto come unica verità assoluta, ma l’espressione di un modo di essere, di ciò che siamo e di ciò che viviamo, una scienza dell’esperienza o dello spirito. E in quanto scienza dello spirito o della vita, propone la liberazione dalle illusioni e la realizzazione della nostra vera natura per cui la sua vita ha una portata umana universale e transculturale scevra da idee di conquista o di conversione come si può arguire dalle parole di Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, premio Nobel per la Pace nel 1989: «Io non desidero convertire gli altri al Buddhismo, ma farli partecipi del modo in cui, come buddhisti, possiamo portare il nostro contributo all’umanità in base alla nostra concezione del mondo».
È difficile in occidente che uno sia buddhista per abitudine o per nascita. Di frequente proviene dalla tradizione cristiana, vissuta talvolta in modo superficiale e convenzionale e aderendo al Buddhadharma non vuole ripetere tale atteggiamento. Di conseguenza, rivolgendosi a questo messaggio nuovo, le persone vi si dedicano con maggiore slancio, con una motivazione maggiore e sincera.
Nella sua essenza e nei suoi fondamenti il Dharma non dipende dalla situazione socio culturale in cui si diffonde, ma in ogni caso ha sempre profondamente trasformato le civiltà in cui si è stabilito rispettando comunque le culture preesistenti. Per esempio l’impero pacifico dell’imperatore Maurya Asoka (273-232 a C.), che seguiva la via del Buddha, è restato celebre come apogeo della cultura indiana antica.
Il Dharma quindi penetra nelle culture dall’interno e le trasforma profondamente acquisendo un aspetto esteriore in armonia con esse in modo da essere facilmente comprensibile a tutti. Questo modo di inculturazione specifica gli ha assicurato una diffusione enorme senza conquiste o guerre di religione, quasi per infusione o lenta osmosi con le diverse culture e società.
L’impegno nel Buddhadharma è un impegno di trasformazione di se stessi e quindi del nostro modo di vivere nel mondo, un lavoro di contemplazione delle cause del nostro malessere esistenziale, della disarmonia che viviamo, una contemplazione abituale e sistematica dei nostri meccanismi di attrazione e repulsione, del nostro attaccamento all’illusione dell’ego, che anima tutte le passioni e crea la disarmonia.
Il Dharma è la religione dell’upayakausalya, dell’abilità nei mezzi salvifici ed esso stesso, in ultima analisi, è un upaya, un mezzo, una zattera per attraversare il fiume della vita, che aspetta soltanto di essere usata per quello che occorre e non per portarsela sulla testa come un fardello una volta attraversato il fiume (M I, 134-135). «Discepoli, persino in merito a questa visione, così pura così chiara, se vi ci aggrappate, se la vezzeggiate, se la tesaurizzate, se vi ci attaccate, non comprendete che l’insegnamento è simile a una zattera utile per attraversare il fiume e non come oggetto posseduto» (S IV, 232).
Oggi ci troviamo qui specificamente per parlare di semi per crescere in un mondo di pace, semi che trovano il loro humus nel suolo della nostra esperienza interiore, nel senso di una solidarietà vissuta come momento religioso nel senso più ampio. La nostra esperienza ci mostra che attaccamento, avversione e ignoranza, le tre radici (mula) negative del nostro comportamento, che affettano il samsara, il mondo ripetitivo in cui ci troviamo ad esistere, hanno raggiunto oggi una massa critica e possono innescare un processo distruttivo non solo vasto, ma anche irreversibile.
Come non essere - dunque - ancora più interessati che in passato alla purificazione, alla meditazione, al lavoro su di sé per poter proporre quella trasformazione non superficiale ma profondamente radicata, che sola può portare frutti efficaci e duraturi? Oggi è diventato più difficile nascondersi la verità dell’ignoranza e dell’attaccamento come cause della disarmonia, del malessere e della conseguente sofferenza. Oggi è diventato più difficile illudersi. D’altra parte, anche per ciò che concerne i mezzi per superare la sofferenza, mi pare che si possa prendere atto di un’utile novità, la scienza del Buddha, abbastanza nuova per noi occidentali anche se antica nelle sue radici, a cui possiamo attingere pur tra le tante difficoltà di adattamento e le inevitabili asperità che il suo trasloco dall’oriente fino a noi ha comportato e può comportare.
È una grande occasione che bisogna sfruttare integrando lo studio e la pratica. Il Buddha infatti osserva che coloro che si limitano a studiare il Dharma al fine di criticare e confutare altri senza in alcun modo accedere ad esso come esperienza di liberazione, si fanno soltanto male, come chi afferra un serpente per la coda invece che per la testa o non ne conseguono i frutti come dei mandriano che contano le bestie altrui (Dhammapada, 26).
Lo studio soltanto intellettuale delle diverse dottrine o scuole può talvolta offrire il destro al rischio di cadere in un eclettismo tanto vago quanto inutile per cui è necessario scendere sul terreno, non rimanere sulla spiaggia dove tutto sembra fragile ma gettarsi in acqua e nuotare. Se rettamente intesa e usata questa occasione di incontro con la o le spiritualità buddhiste è terreno fertile per la nostra crescita in un senso di unità nella diversità delle esperienze.
Sarebbe infatti disastroso, oltre che sorprendentemente irragionevole, importare dall’Asia, insieme con il Buddhismo anche i suoi secolari conflitti. Se il dogmatismo, il settarismo e l’ideologismo sono di per sé in generale grandi problemi, essi diventano in particolare un’eccezionale contraddizione in casa buddhista. Infatti rappresentano l’esatto contrario di ciò che il Buddha raccomanda e corrispondono in pieno a ciò che il Buddha designa come la presa errata del serpente o come la zattera trasformata in oggetto di attaccamento. Ci sembra che il Dharma in occidente si trovi davanti a un’occasione irripetibile per mettere in pratica l’insegnamento della zattera: ossia priorità assoluta alla pratica del Dharma e superamento di ideologismo e settarismo nella coltivazione del rispetto e dell’apertura come valori fondamentali. Un altro punto di riflessione è il fatto che non di rado il Buddhadharma viene presentato come una pratica intimista e in ultima analisi individualistica. Nella tradizione buddhista in realtà non c’è una dicotomia tra il lavoro su di se e il lavoro con gli altri. Il carattere della pratica è altamente unificante e unitario. Il cammino è fatto di tre dimensioni organicamente intrecciate: saggezza, contemplazione ed etica, così come viene mostrato nell’Atthangika Magga, il Nobile Ottuplice Sentiero, che costituisce la Quarta Nobile Verità, la terapia del malessere e della sofferenza in cui versiamo.
L’etica o disciplina è fondata sull’amore e sulla compassione, è la coltivazione dell’attitudine non violenta, che previene dall’intelligenza immediata del cuore: la contemplazione o attenzione consapevole è la qualità di lucidità aperta o di presenza coltivata attraverso la pratica di meditazione e la saggezza, l’intelligenza è la comprensione della natura di sé e delle cose. A livello più profondo è la comprensione che trascende le abituali illusioni concettuali. Ma attenzione, nessuna di queste tre dimensioni può essere veramente quella che è senza le altre due. Le conseguenze di tale visione sono di grande rilevanza. Significa che per arrivare alla saggezza occorre basarsi sull’etica, che a sua volta è fondata sulla contemplazione. Questo significa che la sensibilità morale, fondamentale per una nuova sensibilità sociale, è radicata nella pratica. Perciò dire che l’impegno del Dharma è impegno primariamente contemplativo significa dire nello stesso tempo che l’impegno del Dharma è un impegno primariamente etico. Meditazione ed etica sono una cosa sola e quindi in questa ottica cade la divaricazione dualistica tra altruismo e intimismo. Un importante maestro buddhista del nostro tempo, Chogyam Trungpa, ha detto: «Gli esseri umani distruggono l’ecologia e nello stesso tempo si distruggono l’uno l’altro… guarire la nostra società va di pari passo con la guarigione della nostra connessione personale elementare con il mondo fenomenico». La cura in questa scala è una profonda rieducazione, che ha come scopo l’aspirazione a un senso profondo di interconnessione e interdipendenza di tutti i fenomeni della vita, del valore della vita.
Il concetto di una esistenza indipendente degli esseri e delle cose è stata da sempre rifiutata dalla unanimità delle scuole buddiste. Nulla esiste in modo separato, in sé e per sé, ma tutto è collegato a tutto, come i fili della Rete di Indra. L’interdipendenza di tutte le cose è definita in sanscrito pratityasamutpada ed è una delle dottrine peculiari del Buddha, insegnata nell’Avatamsaka Sutra e in molti altri luoghi del Canone. Un maestro contemporaneo zen Thich Nhat Hanh, in una raccolta recente dei suoi testi, per parlare di questa dottrina prende come esempio una pagina di un libro. Senza neanche considerare la stampa o l’inchiostro utilizzati per scriverci sopra, il foglio di carta è composto di elementi non-carta.
Se ritorniamo alla fonte della carta, le fibre di cellulosa, ritorniamo al legno, al bosco in cui quell’albero, che è servito per produrre il foglio, è nato, al taglialegna che lo ha tagliato, al padre e alla madre del taglialegna e così di seguito. Alla fine constatiamo che in realtà quel foglio di carta è vuoto. Non ha un sé esistente in modo separato da tutte quelle cause e condizioni che lo hanno prodotto, da tutti quegli elementi non-carta. Il foglio di carta è vuoto di un sé indipendente, autonomo. «Vuoto – dice Thich Nhat Hanh – nel senso che il foglio è pieno di tutto, di tutto il cosmo». Ciò che vale per un foglio vale certo per l’individuo. Siamo fatti di elementi non-individuo, dentro il mondo e parte di esso, un dente della ruota della vita. In tale visione essere con gli altri diventa una realtà già in noi stessi. La solidarietà è già dentro di noi. Nella pratica di meditazione non ci si può sentire separati dal resto del mondo. La meditazione porta inevitabilmente a un cammino di pace dello spirito, che è indispensabile per un’azione giusta e questa pace è al centro della nostra ricerca. Sappiamo spesso che un momento di riflessione aiuta a risolvere un problema che sembrava senza soluzione. Qualche minuto di silenzio comune apporta miglior coesione che delle ore di agitazione. Ma nella preparazione a uno spettacolo non ci si può accontentare di meditare. Bisogna passare alla rappresentazione, all’espressione della vitalità.
Una delle cose che la meditazione ci apprende, quando lentamente discendiamo all’interno di noi stessi, è che il senso di pace è già dentro di noi e con questo senso di pace possiamo rivolgerci all’esterno, con l’attitudine di amore e compassione propria dell’insegnamento buddista e, se vogliamo, di tutte le forme sacre del religioso. Non credo infatti che ci sia una tradizione religiosa che non rassicura su questo tema: l’amore, la compassione, il rispetto per gli altri sono elementi fondamentali per ogni religione e per ogni convivenza civile. Esser solidali è il corollario di questa affermazione anche nel mondo consumistico in cui viviamo e che spesso perde di vista i valori autenticamente religiosi. Anche dal punto di vista laico la solidarietà è importante: bada individuo non vivi solo, se fai tutto solo per te non andrai lontano, credi di fare i tuoi interessi, in realtà li danneggi. Non si tratta di buonismo, si tratta, se vogliamo, di una visione pratica e utilitaristica del problema. Ma, allora, la religione, o meglio, le varie tradizioni spirituali che cosa possono dire di più? C’è una solidarietà sacra, una santità, un’azione che si manifesta con comportamenti non solo convenienti ma perfettamente gratuiti? Forse qualche lume in questo senso possono darcelo delle figure di santi, che, non dimentichiamo, esistono anche oggi, come madre Teresa di Calcutta, con i suoi lebbrosi o i monaci thailandesi che si prendono carico deo malati di AIDS scacciati da tutti o i monaci zen degli slums newyorchesi. Queste forme di solidarietà non “convengono” a tutti, sono sul campo e immettono dentro il problema drammaticamente in prima persona.
E l’impegno è forte e non da tutti. Ma esiste anche un altro livello diremo esterno, di morale laica, che fondamentalmente tutti potremo seguire e praticare; è quello di fare ciò che banalmente definiamo il “nostro dovere”, sembra semplice, ma non è poi così comune, come lavorare in modo coretto, pagare le tasse richieste che servono anche per far costruire gli ospedali e inviare aiuti, fare tutto questo non rimanendo insensibili di fronte alle grandi sperequazioni che la nostra società ha prodotto e cercando soluzioni possibili e sostenibili in cui primario sia l’uomo e non l’oggetto. Si tratta di costruire un’utopia, e l’utopia è un colore in un mondo in bianco e nero. Portare pace lavorando sulla propria trasformazione interiore è difficile ma personalmente ritengo sia l’unica via per arrivare a trasformare una società in modo duraturo, anche se occorre molto tempo e la disillusione è sempre in agguato. È una via che spesso da molti fautori di grandi e veloci sommovimenti è stata considerata irrealistica, ma forse converrebbe perseverare anche se noi non ne gusteremo direttamente i frutti. Ha detto il Dalai Lama: «Se cercate di diminuire le vostre motivazioni egoiche e di sviluppare più amore, più compasione per gli altri in realtà sarete per voi di maggior beneficio che facendo latrimenti. Talvolta dico che l’egoista saggio deve praticare in questo modo. L’egoista stolto pensa sempre a se stesso e i risultati sono negativi. Se un egoista sagio pensa agli altri, aiuta gli altri per quello che può, ottiene buoni risultati per entrambi. La mia religione è semplice, non c’è necessità per filosofie complicate né per templi ricchi e grandi chiese. La nostra mente, il nostro cuore è il nostro tempio e la filosofia è amore».
È già un passo, ma c’è anche un passo che va oltre ed è la santità, la spiritualità. Per la santità ci vuole più coraggio, bisogna andare oltre al dire di essere buoni: esserlo semplicemente. E ci vuole lavoro su di sé, profondo e intimamente vissuto per sentirsi non solo con l’altro ma per sentirsi l’altro, senza dualità né differenze. Ecco la differenza. È poco? È tutto.
Note
1) Si può ricordare il famoso discorso che il Buddha fece ai Kalama che gli chiedevano a quale maestro dare ragione o quale seguire visto che sembrava sempre che l’ultimo a parlare fosse il migliore. Il Buddha rispose che non bisogna basarsi sul sentito dire, sulle speculazioni, sulla tradizione ecc, ma che bisognava andare a sperimentare in prima persona per poter vedere se quell’insegnamento o quell’altro avevano dei frutti positivi.
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