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La sfida e il prezzo della solidarietà
di di Jerry O’ Connell - Amnesty International
Intervento alla conferenza ‘La solidarietà: le diverse radici spirituali di un valore umano’ organizzata dal Comitato Giovani Europeo della Soka Gakkai nel novembre 1998. Erano inoltre presenti membri di associazioni di volontariato sia cattoliche che laiche e rappresentati di altre scuole buddiste.
(Pubblicato nella rivista DuemilaUno nr. 69 di luglio-agosto 1998)

La solidarietà è una cosa molto concreta: è la risposta umana alle grida di sofferenza, agli appelli di aiuto da altri uomini, donne e bambini. Questa risposta può essere di un individuo, può essere di un gruppo, può essere della collettività. Viene dal più profondo del cuore umano. La prima cosa che noi tutti condividiamo, e che ritroviamo nelle diverse religioni, è che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e diritti. Questa è la base di tutte le possibilità di convivenza pacifica, di convivenza umana. Non c'è una razza superiore e non c'è una razza inferiore, gli uomini sono uguali alle donne e le donne agli uomini nella loro dignità e diritti. Quando guardiamo il nostro mondo attuale ci accorgiamo che questi principi fondamentali non sono rispettati. Viviamo in un mondo dove la ricchezza è nelle mani di pochi e la povertà – grande povertà – è la condizione di molti: il 50% del nostro mondo vive con un dollari al giorno, una persona su sette in questo pianeta campa con meno di un dollaro al giorno. Ottocento milioni di persone rischiano di morire di fame e ogni anno dodici milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muore per fame e malattie che potrebbero essere prevenute con la vaccinazione. Stiamo vivendo in un mondo pieno di conflitti: negli ultimi 50 anni 250 conflitti, attualmente esistono più di trenta conflitti armati, ciascuno con un bilancio annuo di più di mille morti.
Qualche sera fa ero a Genova a parlare a un gruppo di cinquecento persone sull'Algeria. È un paese non molto distante da noi, con 28 milioni di abitanti. Negli ultimi sei anni 80.000 persone sono state uccise Significa un morto ogni 350 persone. Negli ultimi sei anni 36 persone al giorno uccise: una ogni 45 minuti. Questi conflitti producono un numero enorme di rifugiati. L'80% di loro è composto di donne e bambini. Molte delle donne rischiano lo stupro, molti bambini rischiano un trauma che gli distruggerà non solo il presente ma anche il futuro. La grande maggioranza dei rifugiati sono ospitati dai paesi poveri.
Diversi anni fa sono stato in Sud Africa durante la guerra in Mozambico e sono andato nelle Homelands abitate da persone di colore molto, molto povere, vicino alla frontiera con il Mozambico. Il Sud Africa ha costruito un recinto elettrico, alto tre o quattro metri per evitare che le persone fuggissero dalla guerra rifugiandosi in Sud Africa. Ma la gente passava, scavando sotto il muro: 250.000 persone sono scappate in Sud Africa. Chi ha dato loro ospitalità? Proprio questa povera gente delle Homelands. E quando venivano i soldati sudafricani per catturare i rifugiati e rimandarli in Mozambico, la gente si divideva le famiglie, una prendeva un bambino, una prendeva l'altro, per proteggerli. Ho visto più generosità tra questi popoli che nel ricco Giappone, nella ricca Australia, nei ricchi Stati Uniti e nella ricca Europa occidentale che chiudono le frontiere a chi chiede asilo.
Sentiamo gridi dalle carceri, di persone nel braccio della morte. Più della metà dei paesi nel mondo, oggi, ha abolito la pena di morte. So che nel Buddismo c'è un grande rispetto per la vita. L'anno scorso ero con il Dalai Lama a Palermo e lui ha espresso il suo appoggio totale contro la pena di morte. Sappiamo che l'anno scorso la Cina ha giustiziato 4379 persone. Cosa significa? Una persona ogni due ore. Martedì prossimo, negli Stati Uniti un uomo di 61 anni, Robert Williams, ha il suo appuntamento con la morte. Il 22 marzo del 1995 a poche ore dall’ora stabilita per la sua morte decisero di sospendere l’esecuzione. Martedì, se manca la misericordia umana, sarà giustiziato. Quando interveniamo per l’abolizione della pena di morte lo facciamo perché sappiamo che nessuno stato ha il diritto di togliere la vita. Questa è un’altra forma di solidarietà.
Parliamo inoltre di guerre e di conflitti: forse non sapete la quantità di civili inermi che oggi finiscono sotto terra. Nella prima guerra mondiale il 5% dei morti erano civili, nella seconda guerra mondiale i morti tra i civili erano il 50%, oggi giorno i civili morti nei conflitti sono superano l'80%. Ho parlato prima dell'Algeria. Vorrei raccontarvi due storie avvenute in quel paese. Una è successa nel '95 e una nel '96.
Nel febbraio '95 quattro bambini tra sei e tredici anni stavano dormendo. Sono arrivati degli uomini di notte per uccidere loro padre che era poliziotto. I gruppi armati di opposizione sedicenti islamici perseguitano chiunque sia delle forze armate. Hanno ucciso il padre, hanno preso la madre, l'hanno legata e uccisa, poi hanno ucciso il vicino di casa. I bambini sono rimasti soli.
Una madre raccontava come nel maggio del '96 le forze militari di sicurezza erano venute per uccidere i quattro figli che erano in casa, perché un loro parente era nel gruppo di opposizione. Prima hanno sparato alla testa ai quattro zii, poi hanno ucciso anche il marito di 84 anni e poi per dare una buona lezione hanno anche ucciso il cane. Hanno lasciato la madre ad affrontare il mondo, senza il marito e i suoi 4 figli. Questa è la guerra, questi sono i conflitti. Di fronte a tali fatti non possiamo non dare una risposta di solidarietà.
Noi tutti sappiamo che sono scomparsi in Bosnia e in Croazia 22.000 persone, in Algeria 2.000, ma anche in altri paesi la gente scompare nel nulla alla fine del XX secolo. In molti pochi casi si apre un'indagine per sapere cosa è successo. Qualche anno fa sono andato in una Ambasciata a Roma, per parlare con l'Ambasciatore e sapere cosa era successo a una certa personalità in un paese. L'ambasciatore mi guardo con un po' di stupore, aveva due assistenti con lui, e mi disse: «Ma è successo tre governi fa, venti anni fa, e lei oggi mi viene a chiedere cosa gli è successo? È chiaro, è morto». Gli ho chiesto: «Mi sta dicendo questo da parte del suo governo?» Parlando ho saputo che lui aveva conosciuto quell'uomo. Mi chiese: «Perché chiedi di lui se anche altri sono stati uccisi nello stesso periodo?» Solo allora abbiamo saputo cosa era successo: per venti anni la famiglia non aveva saputo niente. La gente ha il diritto di andare a mettere un fiore sulla tomba dei loro cari. In molti paesi del mondo anche questo diritto è negato. Dobbiamo ascoltare gli appelli delle persone che sono impotenti.
Il grande Gandhi disse una volta che aveva tre battaglie nella sua vita: la prima era contro se stesso, contro la sua pigrizia, contro i suoi propri pregiudizi, contro il suo proprio egoismo; la seconda battaglia era contro il suo popolo perché anche loro avevano dei pregiudizi, la pigrizia, anche il non vedere, il non ascoltare, il non rispondere; e la terza battaglia era contro il potere oppressore che era a quel tempo il potere dell'impero britannico. Per me queste tre battaglie sono di ciascuno di noi. Siete buddisti e sapete che nel nostro mondo il nazionalismo, il razzismo, il settarismo sono ostacolo all'umanità e ostacolo alla solidarietà.
Quando ero con il Dalai Lama ho chiesto pubblicamente al governo cinese a nome di Amnesty di rivelare dove fosse il piccolo Panchen Lama Gendun Choekyi Nyima che nel maggio del '95 è stato rapito dal governo cinese. Il bambino è a Pechino ma nessuno lo vede. È una grande vergogna per la Cina che ha firmato la Convenzione per i diritti dei bambini: una grande potenza che rapisce un bambino.
Penso che la solidarietà vada oltre la religione perché non si può essere solidali solo con i propri correligiosi. Va oltre la nazionalità, va oltre la famiglia, va oltre la razza. Questa è la solidarietà, questo è che ci fa essere uomini e donne, che ci fa essere in grado di andare al di là delle differenze per capire che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e diritti, che dobbiamo trattarci gli uni e gli altri con uno spirito di fratellanza. Questa è la solidarietà a cui siamo chiamati: non chiudere gli occhi al mondo, ai bisogni di persone vicine e distanti e non chiudere il cuore al loro appello nel momento del bisogno.
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