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La via di mezzo del Buddismo e i problemi ambientali

Shuichi Yamamoto e Victor S. Kuwahara

Docenti presso la Soka University


Tradotto da The Journal of Oriental Studies, vol. 18, 2008

Questo articolo è la revisione di una conferenza pubblica tenutasi in questo Istituto il 30 novembre 2007

Il 4° rapporto del Gruppo Consulente Intergovernativo sul Mutamento Climatico, (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC)1 è stato reso noto nella primavera del 2007. Il Ministro giapponese dell’ambiente ne ha anche annunciato una versione ufficiale tradotta in giapponese. In questo articolo offriremo una sintesi del 4° rapporto dell’IPCC, seguita da una descrizione delle condizioni ambientali del passato e/o dei mutamenti climatici del pianeta Terra. In altre parole, quali fenomeni ed eventi si sono verificati finora sulla Terra? In terzo luogo, forniremo informazioni che indicano come il momento attuale sia un punto di svolta cruciale per i mutamenti climatici. Anche se per ora possiamo solo formulare supposizioni e ipotesi, è realistico ritenere che si possano verificare trasformazioni ambientali considerevoli e gravi, se non ci occupiamo delle condizioni attuali. Infine, descriveremo il modo in cui il Buddismo guarderebbe alla questione dei problemi ambientali dall’ottica del principio Buddista della “via di mezzo”, in particolare dal punto di vista della “saggezza della dottrina dell’origine dipendente” e della “saggezza della via di mezzo”.
Condizioni attuali del riscaldamento globale: dal 4° rapporto IPCC sull’aumento dei gas serra
La concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera ha indubbiamente subito un’impennata negli ultimi anni, rispetto alle condizioni atmosferiche del recente passato (ultimi 250 anni circa). Nel misurare le attuali concentrazioni di CO2 gli scienziati tendono a fare riferimento a quelle dell’anno 1750, come linea di demarcazione fra il periodo pre- e post- rivoluzione industriale. La concentrazione di CO2 prima della rivoluzione industriale era di 280 ppm. L’unità di misura ppm (parti per milione) equivale a 1/1 milione di volume atmosferico. Quindi, anche se la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera sembra relativamente bassa, essa influisce significativamente sull’isolamento e sulla temperatura della superficie terrestre. La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è passata dai 280 ppm del 1750 a 381 ppm: un aumento di circa 100 ppm nell’arco di 250 anni. Anche se il tasso medio di incremento è di circa 0,4 ppm all’anno, il dato più recente ha evidenziato un aumento di circa 2 ppm in un anno. Una rapidità di incremento mai osservata prima. Oltre all’anidride carbonica, i gas serra comprendono metano, protossido d’azoto, solfato, ecc. Anche se la concentrazione degli altri gas nell’atmosfera è relativamente bassa rispetto a quella dell’anidride carbonica, negli ultimi anni si è registrato un rapido aumento di tutti i gas, compresa l’anidride carbonica.
In che misura l’anidride carbonica è responsabile dell’effetto serra? Effettivamente, in misura piuttosto considerevole. Se non esistesse l’atmosfera e la Terra fosse riscaldata solo dall’energia solare diretta, la temperatura della superficie terrestre sarebbe di soli -19°C. In realtà, la temperatura terrestre media è di circa 14°C. Quindi, una differenza di circa 33°C. Questa differenza è ciò che viene definito effetto serra dell’atmosfera terrestre. Anche se la concentrazione atmosferica di anidride carbonica, metano e altri gas ammonta a soli 380 ppm, l’effetto è relativamente grande. Quindi, è logico sentirsi inquieti all’idea che l’effetto serra aumenti a causa di incrementi minimi dell’anidride carbonica o dei gas metani.
Immissione/emissione annuale di anidride carbonica
L’anidride carbonica contiene l’elemento chimico carbonio. Analizziamo ora la sorte sulla Terra del carbonio prodotto dalle attività antropogeniche (umane). Questa prospettiva è importante soprattutto quando esaminiamo in che misura le attività umane hanno influito sul clima della Terra. Il maggior quantitativo di carbonio si riscontra nell’acqua di mare, con 38.000 Gt (Giga ton = 109 t), principalmente sotto forma di acido carbonico disciolto, carbonio organico disciolto e in particelle, e plancton. Oltre a questo quantitativo marino, sono presenti circa 730 Gt di anidride carbonica nell’atmosfera, 500 Gt di carbonio organico sotto forma di piante terrestri e 1500 Gt di carbonio organico nel terreno. Queste sono le principali riserve di carbonio che influiscono sulla superficie terrestre, o sulla biosfera.
Il carbonio è utilizzato da diversi organismi viventi sulla Terra e viene continuamente riciclato. Sulla Terra esistono due principali cicli del carbonio: il ciclo rapido e il ciclo lento. Il ciclo rapido riguarda i processi che avvengono sulla terra e nel mare. Sulla terra, il ciclo comprende i processi relativi alla fotosintesi delle piante terrestri che sfruttano l’anidride carbonica atmosferica, i processi che riguardano l’alimentazione degli animali erbivori e i processi relativi ai microbi che decompongono la materia vivente in putrefazione, liberando nuovamente anidride carbonica nell’atmosfera. Un ciclo analogo si verifica in mare, attraverso la fotosintesi del fitoplancton che sfrutta l’acido carbonico presente nell’acqua di mare, il processo di alimentazione dello zooplancton con il fitoplancton, e i processi di decomposizione da parte dei microbi, con un conseguente ritorno rapido del carbonio dal mare all’atmosfera. È stato stimato che i cicli del carbonio ammontino a circa 90 miliardi di tonnellate all’anno sulla terra e circa 120 miliardi di tonnellate all’anno in mare.
Esiste poi una quota di carbonio che sfugge al ciclo rapido e va incontro a un ciclo più lento. Il primo processo avviene principalmente negli oceani, dove il carbonio sfugge ai processi di decomposizione microbica e si trasferisce nei sedimenti marini. Il secondo processo avviene quando i sedimenti si depositano passando dalla crosta al mantello attraverso l’attività della placca tettonica, o si trasformano in roccia sedimentaria nel corso delle ere geologiche. Il carbonio che penetra nel mantello torna nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica attraverso l’attività vulcanica e altre attività correlate della crosta terrestre. Questo ciclo è un processo particolarmente lento, che dura dai 100 ai 200 milioni di anni. Ne fanno parte il petrolio e i gas naturali. Sulla terra questi cicli sono correlati alla genesi del carbone.
Abbiamo visto che sulla Terra esistono cicli del carbonio lenti e rapidi, ma quali sono gli effetti della civiltà umana e della nostra società? Noi bruciamo combustibile fossile e rilasciamo anidride carbonica nell’atmosfera a un ritmo allarmante. La domanda è: quali conseguenze ha questo rilascio sul ciclo naturale del carbonio? La risposta è data innanzitutto dalla considerazione che il carbonio originariamente destinato al ciclo lento sotto forma di combustibili fossili viene improvvisamente messo in circolo nel ciclo rapido. La quota aggiuntiva di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera sotto forma di scarichi dei combustibili fossili ammonta a circa 7,1 miliardi di tonnellate all’anno, oltre alle emissioni conseguenti allo sfruttamento del terreno, per esempio attraverso la deforestazione. Attualmente, il quantitativo di carbonio nell’atmosfera è di circa 730 miliardi di tonnellate, con un rapporto di 1/100 per il carbonio che deriva dall’attività umana. Tuttavia, non tutto il carbonio prodotto dalle nostre attività viene rilasciato e accumulato nell’atmosfera. Almeno 1,9 miliardi di tonnellate si dissolvono nell’oceano e altri 1,9 miliardi di tonnellate vengono sfruttati dalla fotosintesi delle piante terrestri. Quindi, approssimativamente 3,8 dei 7,1 miliardi di tonnellate del carbonio antropogenico vengono trasformati dagli oceani e dalla terra. Restano però 3,3 miliardi di tonnellate di carbonio immessi nell’atmosfera ogni anno dalle attività umane. Da qui nasce l’attuale dilemma riguardo ai fenomeni di riscaldamento globale indotti dall’anidride carbonica.
Conseguenze del riscaldamento
Recentemente la temperatura della Terra è salita, verosimilmente a causa di aumenti dei gas serra antropogenici come l’anidride carbonica. Ad esempio, le temperature medie della superficie terrestre negli ultimi 12 anni (1995-2006) hanno segnato il periodo più caldo mai registrato dal 1850, anno in cui sono cominciate le osservazioni. Inoltre, la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 1°C negli ultimi 150 anni. L’aumento della temperatura non solo incide sulla temperatura atmosferica e del suolo, ma provoca lo scioglimento dei ghiacci in Antartide e in Groenlandia. Se il ghiaccio di questi continenti si scioglie, il volume dell’acqua di mare aumenta e il livello del mare sale. L’innalzamento del livello del mare non è causato solo dallo scioglimento dei ghiacci, ma anche dall’espansione termica dell’acqua. Negli ultimi 130 anni è stato registrato un innalzamento del livello del mare di 20 cm. Mentre il tasso medio di innalzamento era di 1,8 mm/anno fra il 1961 e il 2003, dal 1993 al 2003 è passato a 3,1 mm/anno in risposta all’aumento della temperatura terrestre complessiva.
L’impatto del riscaldamento delle temperature è maggiore man mano che la latitudine aumenta verso i poli. Se la temperatura media aumenta di 1°C, l’impatto è diverse volte maggiore nelle regioni a latitudini più elevate. Quindi, le modificazioni di temperatura hanno conseguenze maggiori su regioni quali il Polo Sud, la Groenlandia e il Polo Nord. A questo proposito, nell’estate del 2007, l’area annuale di disgelo estivo del Mare Artico è stata la più vasta mai registrata. Inoltre, i ghiacciai dell’Everest e delle regioni alpine si stanno ritirando in modo evidente. Il ritiro dei ghiacciai non è conseguenza solo dello scioglimento del ghiaccio, ma anche delle minori precipitazioni atmosferiche (acqua o neve). Tutto contribuisce al riscaldamento globale.
Modificazione del paleoclima
Passiamo ora a descrivere le modificazioni del paleoclima sulla Terra in un’ottica temporale a lungo termine. Si scopre che le modificazioni ambientali del passato sulla Terra sono state maggiori di quanto si pensasse. Per accertare le modificazioni attuali e future del clima della Terra è fondamentale tenere conto delle condizioni storiche in senso ampio. Ad esempio, quando le temperature si alzano o si abbassano, quali modificazioni planetarie si verificano effettivamente? Gli strumenti e i metodi per rispondere a questo interrogativo necessitano di una profonda comprensione del passato. In altre parole, è fondamentale capire il passato per poter prevedere il futuro.
Se osserviamo le fluttuazioni della temperatura della superficie terrestre negli ultimi 2000 anni, ci accorgiamo che le temperature fra il 1500 e il 1700 d.C. hanno segnato un periodo freddo, comunemente noto come “la piccola era glaciale del medioevo”, corrispondente al periodo Edo in Giappone. Al contrario, gli anni che vanno dal 900 al 1100 d.C. sono considerati un periodo relativamente più mite, spesso denominato “periodo caldo del medioevo”, corrispondente al periodo Heian in Giappone. È noto come le drastiche differenze di condizione climatica fra questi due periodi abbiano influito notevolmente sulla civiltà umana. Ad esempio, durante la piccola era glaciale del medioevo, la produzione agricola era ridotta a causa delle basse temperature. Durante questo periodo freddo e più arido era frequente che i contadini si ribellassero ai governanti e rifiutassero ogni aspetto della vita sociale. Per contro, il periodo relativamente mite del medioevo, corrispondente al periodo Heian in Giappone, fu caratterizzato da una fiorente creatività artistica e da prosperità.
Quando valutiamo le modificazioni termiche su scale temporali di decine di migliaia di anni, riscontriamo un’instabilità termica ancora maggiore, con conseguenze enormi sugli ambienti del pianeta. Ad esempio, si sa che l’era Jomon risalente a oltre 6000 anni fa, era relativamente più mite dell’era attuale. Durante quel periodo caldo, il ghiaccio terrestre si sciolse e il livello dei mari salì, fino a ricoprire vaste aree delle zone costiere e fu denominato “il periodo di trasgressione marina”. In Giappone il mare si spinse nell’entroterra fino a raggiungere Saitama e la prefettura di Gunma, nella regione del Kanto. Il periodo compreso fra 10.000 e 20.000 anni fa è definito era glaciale. La temperatura media della superficie terrestre era di 7-8°C inferiore rispetto a quella attuale e i ghiacciai ricoprivano buona parte della Terra. Quindi, il livello dei mari era inferiore e dunque quest’era è nota anche come “periodo di regressione marina”. Contrariamente al “periodo di trasgressione marina”, il livello del mare scese di oltre 10 m e si sa che la regione del Kanto occupava una vasta porzione di terra.
Il periodo relativamente mite dell’era moderna viene considerato un periodo di intermittenza, denominato era interglaciale. Le oscillazioni fra le ere glaciali e interglaciali si sono alternate nell’ultimo milione di anni con cicli variabili fra 100.000 e 130.000 anni. La ragione principale dell’alternanza di cicli sta nel rapporto fra il Sole e la Terra, cioè l’eccentricità, l’inclinazione dell’asse terrestre, e il movimento di precessione. Questo ciclo è detto ciclo di Milankovich, dal nome del suo scopritore. Tuttavia, poiché non abbiamo testimonianze di questi cicli che risalgano a prima di un milione di anni fa, molti interrogativi rimangono non propriamente risolti. Se consideriamo il paleoclima su una scala temporale ancora più lunga, di 100 milioni di anni, osserviamo che sul pianeta si sono verificati cambiamenti ancora più drastici. Ovviamente, con alcune incertezze dovute alla difficoltà di stabilire con esattezza la temperatura e il clima del remoto passato. Il periodo Cretaceo al tempo dei dinosauri, circa 100 milioni di anni fa, il periodo Devoniano con la prima evoluzione dei pesci, circa 400 milioni di anni fa, e il periodo Cambriano, che vide l’evoluzione dei primi animali circa 500-600 milioni di anni fa, sono stati tutti relativamente più caldi dell’era attuale, e quasi privi di ghiacciai sulla Terra. Inoltre, è stato ipotizzato che fra 600 e 800 milioni di anni fa e anche fra 2.200 e 2.400 anni fa il pianeta Terra fosse una specie di gigantesca palla di neve (l’intero pianeta congelato).
In breve, si ipotizza che l’epoca attuale, con i ghiacciai che ricoprono alcune zone della Terra, sia in certa misura un periodo di intermittenza fra periodi di grande glaciazione (caratteristiche da palla di neve) e periodi più caldi (assenza di ghiacci). Ne possiamo dedurre con una certa sicurezza che esiste una correlazione fondamentale fra le concentrazioni nell’atmosfera di gas serra come l’anidride carbonica e le fluttuazioni della temperatura della superficie terrestre. In altre parole, indipendentemente dal controverso effetto che l’aumento del carbonio antropogenico può avere sul clima, le variazioni della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera sono correlate alle fluttuazioni della temperatura.
Previsioni per il futuro
Secondo il rapporto dell’IPCC, attualmente si ipotizzano sei possibili scenari per il futuro, i quali prevedono le temperature della superficie terrestre per l’anno 2100 in base a sei possibili direzioni che potrebbero essere dettate dall’attività umana. Lo scenario migliore ipotizza che verranno introdotte tecnologie pulite e di risparmio energetico conformemente alla diminuzione della popolazione umana, dopo un picco a metà del XXI secolo. Secondo questo scenario, il divario economico fra le regioni e la dipendenza dalle risorse naturali si ridurrebbero, e si prevede che la temperatura della superficie terrestre aumenti tra l’1,1 e i 2,9°C (probabilmente 1,8°C). Per contro, lo scenario peggiore ipotizza che l’elevata crescita economica prosegua, con una continua dipendenza dai combustibili fossili nonostante l’introduzione di nuove ed efficaci tecnologie e una diminuzione della popolazione umana analoga a quella dello scenario precedente. Secondo questo scenario, la temperatura della superficie terrestre aumenterebbe tra i 2,4 e i 6,8°C (probabilmente 4,0°C).
Se partiamo dal presupposto dello scenario peggiore, con un aumento medio della temperatura della superficie terrestre di circa 4°C, alle latitudini più alte dell’emisfero boreale è verosimile aspettarsi un aumento relativo della temperatura anche di 10°C. Le condizioni attuali indicano che lo scenario peggiore è quello più probabile, con alterazioni inimmaginabili del clima e delle caratteristiche fisiche dell’intero pianeta. Se prendiamo in considerazione gli effetti di un riscaldamento di tale portata in ciascuna regione del mondo, quale aspetto avrà il pianeta Terra? Senza dubbio, il riscaldamento modificherebbe il pianeta Terra al di là di ogni immaginazione.
Abbiamo raggiunto un punto di svolta critico?
Come accennavamo prima, nel passato è esistito un periodo freddo, in cui il pianeta era come una gigantesca palla di neve e un periodo relativamente caldo, senza grandi distese di ghiaccio. Il climatologo russo Mikhail I. Budyko risolse un’equazione con la quale spiegò lo stato di stabilizzazione fra l’equilibrio dell’energia solare che irradia la superficie terrestre e l’energia delle emissioni infrarosse che sfuggono alla superficie terrestre2. Secondo questa equazione, esistono due soluzioni stabili per l’equilibrio, dove la soluzione calda è l’assenza di ghiaccio sulla Terra e la soluzione fredda è un pianeta interamente congelato. Queste due soluzioni sono estremamente stabili grazie al meccanismo di feedback che agisce anche quando si verifica uno spostamento dalla Terra senza ghiacci o dalla Terra congelata verso condizioni più calde o più fredde. È interessante notare che la condizione attuale si situa a metà tra queste due soluzioni ed è una condizione intrinsecamente instabile con flussi di energia in entrata e in uscita finemente regolati. In altre parole, essendo una condizione instabile, può scivolare facilmente sia verso la situazione calda che verso quella fredda. Secondo l’equazione di Budyko, una volta che la Terra si sbilancia verso una di queste due condizioni climatiche stabili, farà molta fatica ad uscirne. Tuttavia, la Terra si è alternata fra le due soluzioni di periodo caldo e periodo freddo prima di lasciar supporre che esista un meccanismo di qualche genere che determina il passaggio da una soluzione all’altra. Le cause e i meccanismi sono pressoché sconosciuti, ma dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi che il nostro pianeta possa passare dalla soluzione instabile a una delle due soluzioni stabili. In quest’ottica, le recenti attività umane possono aver, per così dire, “spinto” verso la soluzione calda.
L’ottica buddista: la saggezza della via di mezzo e dell’origine dipendente
Passiamo ora ad analizzare come la filosofia buddista si pone nei confronti dei problemi ambientali e come potrebbe contribuire a risolverli3. Innanzitutto, chiariamo il concetto di come la filosofia buddista dovrebbe contribuire a risolvere i problemi ambientali. Nel Buddismo, il concetto di “esseri viventi” non si riferisce unicamente alle persone, ma a tutte le forme di vita sul pianeta. Dal punto di vista buddista, i problemi ambientali come il degrado e l’inquinamento non sono problemi che riguardano solo gli esseri umani, ma comportano gravi complicazioni per tutti gli organismi viventi. Naturalmente, i problemi ambientali arrecano sofferenza fisica e mentale a tutti gli esseri viventi. Uno dei principi fondamentali del Buddismo è di alleviare e togliere la sofferenza a ogni creatura vivente. Partendo da questo insegnamento, è naturale per la filosofia buddista operare attivamente per risolvere gli attuali problemi ambientali.
Il Buddismo espone due principi filosofici: quello dell’ “origine dipendente o produzione condizionata (engi)” e quello della “via di mezzo (chudo).” Entrambi questi principi forniscono un importante punto di vista che contribuisce alla risoluzione dei problemi ambientali. Il concetto di “origine dipendente” ci insegna che ogni entità si genera ed esiste in relazione ad un’altra. In altre parole, nella vita nulla è concepito come a sé stante, bensì tutti i fenomeni sono concepiti in relazione a tutto il resto). La correlazione causale fra tutte le cose comprende anche le relazioni spazio-temporali.
Per relazioni spaziali si intende il rapporto ecologico fra organismi viventi (relazioni biotiche) o il rapporto fra organismi viventi e il loro ambiente (relazioni abiotiche), compresa la materia inorganica presente sulla Terra. Nel caso degli esseri umani non si tratta solo delle relazioni con altri esseri umani, ma anche di quelle con qualunque altro organismo vivente, compresi piante, animali, microbi e fattori ambientali quali l’ambiente fisico, l’atmosfera, la temperatura ecc. La correlazione temporale comprende non solo il collegamento fra una generazione e l’altra (genitori e figli), ma anche le relazioni in termini di scala temporale molto più vasta, come il processo di evoluzione. Ovviamente, nel caso della specie umana, siamo passati attraverso un lungo processo di evoluzione, conformemente alla lunga storia del pianeta. La specie umana non si è evoluta da umani, bensì da diversi organismi viventi. Qui sta il significato della correlazione temporale nel concetto buddista di “origine dipendente o produzione condizionata (engi)”.
Abbiamo detto che la dottrina dell’“origine dipendente” caratterizza le relazioni spazio-temporali. Ogni deviazione che danneggia tali correlazioni di origine dipendente è contraria alla saggezza buddista. Questo concetto si esprime bene con la similitudine della Rete di Indra che descrive l’aspetto dell’“origine dipendente” nel Sutra Huayan o della Ghirlanda di Fiori (kegon-kyo) della letteratura buddista. Secondo questa similitudine, nel palazzo di Indra, il re del tuono, è appesa un’enorme rete e ognuna delle innumerevoli intersezioni o nodi di questa rete è adornata da gioielli, a formare un insieme meravigliosamente complesso. Ciascuno di questi gioielli riflette chiaramente tutti gli altri gioielli nella rete, cosicché ogni punto della rete riflette tutti gli altri. I gioielli, o nodi, e la rete simboleggiano rispettivamente ciascuna entità vivente e l’ecosistema. La rete è fissata in modo tale che la relazione sia complessa. Il fatto che ciascuna intersezione o nodo è raffigurato come un gioiello sta a significare che ciascuna entità vivente è di valore inestimabile, mentre l’azione di riflettere lo splendore degli altri gioielli rappresenta il rispetto reciproco e la profonda correlazione esistente fra ogni cosa vivente. Ogni gioiello ha un riflesso diverso dagli altri poiché ogni entità vivente è unica e a sé stante. Quindi, anche se la correlazione (ecosistema) comprende un essere umano, egli non è l’unico gioiello espresso nella rete. Inoltre, questa rete (ecosistema) è stabile solo finché tutte le altre entità viventi sono in rapporto equilibrato fra loro. Ovviamente, la resistenza dell’intera rete è data unicamente dal sottile intreccio di connessioni fra le varie maglie che la costituiscono. Se la rete venisse recisa in un punto qualsiasi o privata di un gioiello, rischierebbe di crollare. Questa parabola descrive bene la sensibilità dell’ecosistema naturale sulla Terra e la sua suscettibilità al degrado ambientale. Perciò, dal punto di vista buddista dell’“origine dipendente”, è fondamentale mantenere l’equilibrio dell’ecosistema con la biodiversità.
Il secondo principio buddista è la saggezza della “via di mezzo (chudo)”. Le sue interpretazioni possono essere molteplici, ma in questo caso vogliamo soffermarci sul concetto della via di mezzo a partire dalla definizione vera e propria, che spiega l’importanza della fusione fra gioia e dolore. In altre parole, il vero significato di “chudo” non è del “mezzo” inteso in un ambito di questioni economiche o politiche, bensì il vero significato della via di mezzo comprende la relazione fra i due estremi. La via di mezzo tra gioia e dolore si basa sulle pratiche di Shakyamuni. Sebbene si fosse dedicato a pratiche austere (un estremo) per sei anni insieme a cinque monaci, Shakyamuni non riuscì ad ottenere l’illuminazione spirituale. Dopo aver tentato così a lungo, egli comprese l’inutilità di cercare di ottenere l’illuminazione attraverso l’autopunizione. Al contrario, dopo aver ricevuto una pappa di riso e latte da una donna di nome Sujata, le sue condizioni fisiche migliorarono e fu in grado di ottenere l’illuminazione. Il “dolore” del principio di penitenza indica che, sebbene possa probabilmente essere utile per sviluppare la forza d’animo, esso non conduce alla saggezza assoluta o all’illuminazione spirituale. Invece, la “gioia” dell’edonismo dimostra che la saggezza assoluta o l’illuminazione possono essere ottenuti senza fare ricorso all’autopunizione. Perciò, il principio della “via di mezzo della gioia-e-dolore” non assume una posizione deterministica né verso l’edonismo, né verso l’austerità. Ciò vuol dire che, pur riconoscendo il valore di entrambi questi principi o estremi, la “via di mezzo” esige l’armonia fra i due, senza tentennamenti verso uno o l’altro. Secondo la via di mezzo è importante includere entrambi gli estremi in una condizione di equilibrio.
I problemi ambientali comportano sempre vantaggi e svantaggi. Ad esempio, la società umana trae vantaggio dallo sfruttamento di risorse naturali come la pesca, ma la natura subirà lo svantaggio della perdita delle riserve ittiche. Inoltre, le economie più avanzate hanno sottratto molte risorse naturali dalle terre dei paesi dalle economie emergenti. In questo caso, le economie avanzate ottengono dei vantaggi, mentre i paesi emergenti subiscono lo svantaggio di aver perso le proprie risorse. Ogni volta che la società umana si appropria di risorse naturali, la conseguenza è la distruzione della natura. Quindi, nel caso dei problemi ambientali, la saggezza della “via di mezzo” buddista esige un’equa distribuzione e un’armonia fra vantaggi e svantaggi per tutte le parti coinvolte.

Nella prima parte di questo documento ci siamo occupati unicamente del riscaldamento globale, ma in realtà questo è solo uno dei molti problemi ambientali. Il punto è: in che modo il Buddismo può contribuire a risolverli? Approfondiamo meglio la questione. Esaminiamo ora i problemi ambientali in base a tre categorie: le economie avanzate, quelle emergenti e l’ecosistema naturale che comprende gli animali, le piante e i microbi. È necessario analizzare queste tre categorie in relazione ai vari problemi ambientali attualmente esistenti, cioè il riscaldamento globale, la deforestazione, la riduzione della biodiversità, ecc. È importante anche chiarire come queste tre categorie debbano convivere in modo armonico per poter risolvere i problemi ambientali in un’ottica futura. Questa è l’essenza del concetto di “etica della Terra” nel Buddismo. Per esempio, attualmente esiste un evidente squilibrio a favore delle economie avanzate rispetto a quelle emergenti. Se guardiamo al rapporto fra le economie avanzate e l’ecosistema naturale, ne risulta un immenso vantaggio unilaterale per le prime. Inoltre, anche le popolazioni dei paesi emergenti vendono le proprie risorse naturali, come ad esempio gli alberi, ottenendo anch’esse un profitto a spese dell’ecosistema. Ad ogni modo, va sottolineato che l’entità di questo profitto è notevolmente inferiore rispetto a quello delle popolazioni delle economie avanzate. Complessivamente, le economie avanzate sono quelle che ottengono il profitto maggiore dallo sfruttamento delle risorse naturali, mentre l’ecosistema naturale è la categoria più svantaggiata fra tutte e tre. In breve, la civiltà e la società umana non hanno restituito quasi nulla all’ambiente naturale. Le popolazioni appartenenti alle economie avanzate ricevono risorse naturali in modo unilaterale e godono di vita agiata. Perciò, per il futuro, è fondamentale trovare e ristabilire un rapporto armonico in cui i vantaggi vadano equamente a tutte le categorie, e soprattutto alla natura.
Una giusta etica della Terra deve adottare un’ottica efficace ed equilibrata di consumo delle risorse naturali invece che un atteggiamento superficiale su come sfruttare le risorse, o se “prendere questo o quello”. Il pensiero basato sulla saggezza della via di mezzo buddista guarda alle risorse naturali attraverso un bilanciamento efficace tra gioia e dolore, in questo caso tra vantaggi e svantaggi del consumo. In quest’ottica, la questione non è se “prendere questo o quello” dalle economie emergenti o dall’ambiente naturale, quanto piuttosto come far sì che tutte le categorie ne traggano vantaggio. Ad esempio, il Buddismo non si interroga su come sfruttare le economie emergenti o le risorse naturali ma cerca di trovare un mezzo per fare in modo che tutte le forme di vita sperimentino l’illuminazione della via di mezzo di piacere e dolore. Questo è il concetto di etica della Terra. Poiché l’intero pianeta è un unico veicolo che include esseri umani e altri organismi, è fondamentale mantenere un’armonia tra tutte le componenti. Pertanto, non è importante interrogarsi su cosa abbia o meno valore, piuttosto è necessario trattare tutte le categorie e le sue varie componenti come parte di un unico sistema.
Un altro importante squilibrio riguarda il modo in cui le economie avanzate monopolizzano tutti i vantaggi. È sempre più urgente trovare un modo ideale per soddisfare alcuni desideri senza sacrificarne altri. Se analizziamo la relazione fra le emissioni di anidride carbonica pro capite (Indice 1) e le emissioni pro capite rispetto al prodotto interno lordo (PIL) in dollari USA (Indice 2) di ogni paese del mondo, vediamo emergere quattro gruppi di paesi o categorie4. Confrontando gli indici si vede che maggiore è il quantitativo di anidride carbonica pro capite, maggiore è il numero di persone che conducono una vita agiata in quel paese, e più è alto il valore per prodotto interno lordo, più sono le persone che utilizzano l’energia in modo inefficiente. I quattro gruppi sono:
  • Gruppo 1: Stati Uniti, Australia e Canada: Indice 1: 16–21 CO2-t/persona Indice 2: 0,65–0,70 CO2-kg/PIL
  • Gruppo 2: Russia e Polonia: Indice 1: 8–10 CO2-t/persona Indice 2: 0,9–1,48 CO2-kg/PIL
  • Gruppo 3: Cina, India, Brasile, Malesia e Messico: Indice 1: 1–4,5 CO2-t/persona Indice 2: 0,25–0,72 CO2-kg/PIL
  • Gruppo 4: Germania, Giappone, Regno Unito, Nuova Zelanda, Italia e Francia Indice 1: 4,7–10,2 CO2-t/persona Indice 2: 0,25–0,45 CO2-kg/PIL
Il gruppo 1 comprende i paesi che hanno il tenore di vita più alto, oltre a emettere una grande quantità di anidride carbonica. Il gruppo 2 è il più inefficiente, probabilmente a causa di ostacoli tecnologici. Il gruppo 3, che comprende i paesi più popolosi come la Cina e l’India, oltre che molti paesi emergenti, è il più inefficiente e ha il tenore di vita è basso. Il gruppo 4 comprende alcune delle economie più avanzate, caratterizzate da un buon livello di efficienza e da un tenore di vita elevato. Tuttavia, questo gruppo non è considerato un esempio ideale per quanto riguarda le emissioni di CO2. Il valore ideale di emissioni di CO2 è inferiore a 4 per l’Indice 1 e inferiore a 0,25 per l’Indice 2; questi valori si trovano facendo la media dei gruppi 3 e 4. Secondo questi risultati si può affermare che il gruppo 1 dovrebbe sforzarsi di ridurre notevolmente il proprio tenore di vita e di aumentare l’efficienza, mentre il gruppo 3 ha un certo margine per migliorare il proprio tenore di vita. Inoltre, il gruppo 2 dovrebbe compiere ulteriori sforzi per aumentare l’efficienza, e lo stesso dovrebbe fare il gruppo 3. Pertanto, per mantenere l’armonia nel mondo è fondamentale che le popolazioni delle economie avanzate si sforzino nelle direzioni indicate. Il codice di condotta e le norme etiche del bodhisattva
Il codice di condotta e le norme etiche del bodhisattva
Infine, vorremmo parlare del codice ideale di condotta e delle norme etiche nel Buddismo in relazione ai problemi ambientali.K.S. Schrader-Frechette (1981)5 descrive come gli esseri umani siano miseramente incompetenti quando si tratta di prendere decisioni e di pensare in modo etico, pur avendo grandi capacità analitiche in ambito scientifico e tecnologico. In altre parole, i comportamenti delle persone non sono intrinsecamente ideali. Gli esseri umani possiedono la capacità e i metodi per assumere un comportamento ideale? Noi riteniamo che forse sono necessari degli espedienti. La società umana solitamente ha bisogno di un buon motivo (profitto o incentivo) per manifestare buone intenzioni. Quindi, è importante ideare un sistema che offra qualche incentivo positivo o profitto per avere buone intenzioni nei confronti dei problemi ambientali.
Ciò è possibile solo se nella società si crea un sistema di profitto efficiente. Un buon esempio è rappresentato dagli sgravi fiscali e dalle sovvenzioni nel caso in cui si contribuisca a conservare e proteggere l’ambiente, per esempio acquistando prodotti a risparmio energetico. In breve, è necessario creare un sistema che dia risultati visibili e concreti per chi contribuisce a risolvere i problemi ambientali. Secondo il Buddismo, risolvere e contribuire a eliminare i problemi ambientali è parte integrante della pratica buddista. In altri termini, la risoluzione dei problemi ambientali è un aspetto naturale della filosofia buddista della via di mezzo. Un esempio importante è fornito dalla pratica della via del bodhisattva che si serve delle sei paramita. Le sei paramita sono: Dana paramita (generosità), Šila paramita (moralità), Kshanti paramita (pazienza), Virya paramita (sforzo), Dhyana paramita (risolutezza) e Prajña paramita (saggezza); Dana paramita significa agire in favore di una persona e della natura senza rimpianti, Šila paramita significa rispettare gli insegnamenti quali non uccidere e non fare del male alle entità viventi e non rubare, Kshanti paramita significa sopportare la tristezza e il dolore, Virya paramita significa fare del proprio meglio e sforzarsi costantemente di fare sempre meglio, Dhyana paramita significa essere risoluti o fermi in ogni impresa, e Prajña paramita significa ottenere la vera conoscenza della saggezza dai principi di “origine dipendente” e “via di mezzo”. Agire e perseverare nel trovare soluzioni che risolvano i problemi ambientali corrisponde perfettamente alla via del bodhisattva. Ancora più importante è stabilire il vero significato delle sei paramita come parte intuitiva della pratica buddista, che non è in alcun modo separata dalla protezione e dalla conservazione dell’ambiente. In altre parole, un bodhisattva che pratica le sei paramita è una persona che si comporta in modo coerente con la protezione dell’ambiente e la riduzione dei problemi ambientali. I buddisti potranno contribuire in modo più costruttivo alla soluzione dei problemi ambientali se adotteranno questi codici di condotta e queste norme etiche nella loro pratica buddista.

(Traduzione di Monica Gambelli)

Bibliografia

1) IPCC, IPCC Fourth Assessment Report, Synthesis Report http://www.ipcc.ch/pdf/ assessment-report/ar4/syr/ar4_syr.pdf
2) Budyko, M.I., G.S. Golitsyn, e Y.A. Izrael, Global Climatic Catastrophes, Springer-Verlag, New York, 1988.
3) Yamamoto, S. (2002) “Environmental Ethics in Mahayana Buddhism: The Significance of Keeping Precepts and Wisdom”, The Journal of Oriental Studies, 12, 137–155.
4) Yamamoto, S. and Kuwahara, V.S. (2005) “Deforestation and Civilization: A Buddhist Perspective”, The Journal of Oriental Studies, 15, 78–93.
5) Shrader-Frechette, K.S. (1981) Environmental Ethics, Boxwood Press. Questa frase è stata tradotta in inglese dal libro giapponese (1993).

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