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Economia e felicità
Intervista a Stefano Bartolini / Un altro modo

di Wilma Massucco


Da Buddismo e società, N. 129



Economista, docente di Economia politica all'Università di Siena, Stefano Bartolini ha pubblicato diversi articoli scientifici su riviste internazionali, incentrati in modo particolare sull'analisi del rapporto tra economia e felicità. Ora, dopo più di dieci anni dedicati allo studio e all'approfondimento dell'argomento, sta per pubblicare un libro - di stampo divulgativo - dal titolo Manifesto per la felicità, una proposta di riforma economica e sociale orientata a creare benessere a livello individuale e di organizzazioni.

Di che cosa si occupa un economista?
Gli economisti sono percepiti come "quelli che si occupano del guadagno, di come fare più soldi". In realtà gli economisti si occupano del benessere, inteso come "vivere bene"; il loro obiettivo è studiare il modo in cui si può sviluppare più benessere a livello individuale e sociale. La causa di tale confusione è dovuta al fatto che tutti gli studi di economia, dagli esordi fino agli anni '70, si sono basati su un assunto base: i bisogni principali dell'essere umano sono materiali e, di conseguenza, il benessere è legato essenzialmente al soddisfacimento di tali bisogni. Il che ha portato a concludere che "il più è meglio", e ancora oggi la maggior parte degli economisti dichiara ad esempio che, in termini di benessere, più si guadagna meglio è.

Lei la pensa diversamente? In cosa consiste il cosiddetto "paradosso della felicità"?
Il primo economista a porsi un dubbio è stato Richard Easterlin (attualmente professore di Economia all'Università della Southern California e membro dell'Accademia Nazionale delle Scienze, n.d.r.) il quale negli anni '70, dopo aver condotto un'attenta analisi delle auto-dichiarazioni sulla felicità delle persone, si è chiesto se il concetto base su cui si erano fondati gli studi economici fino ad allora (quello cioè che associava il benessere al guadagno) non fosse un presupposto errato. La questione di fondo sollevata da Easterlin era così ingente che, una volta sollevato questo dubbio, gli economisti lo hanno semplicemente accantonato, e per venti anni se ne sono dimenticati. Proprio come nella teoria psicanalitica: se il problema è troppo grosso per essere affrontato, quel problema viene semplicemente rimosso. Soltanto a metà degli anni '90 - quando la percezione del malessere è diventata esplosiva, ed è crollata tutta l'impalcatura - si è tornati a parlare del "paradosso della felicità": paradosso secondo il quale la felicità, invece che aumentare con il reddito medio pro-capite (come la teoria predice), rimane costante o addirittura diminuisce. Io allora ero ricercatore di Economia presso l'Università di Trento, e ho cercato di studiare la relazione che intercorre tra economia e felicità.

Cosa si intende in campo economico per "felicità", e quali possono essere le variabili economiche associate a tale concetto di felicità?
In genere in campo economico il parametro più significativo per misurare la felicità è l'auto-dichiarazione. Ovvero, si pone alle persone una domanda del tipo: «Da zero a dieci, quanto sei felice?». È dimostrato che queste statistiche legate all'auto-dichiarazione sono affidabili e - come valori medi - sono fortemente correlate con altri parametri oggettivi quali ad esempio la salute (la felicità è la principale determinante della salute e della longevità), l'ipertensione sanguigna (che tende a crescere quando la persona è poco felice) e altri.
La causa della decrescita della felicità nei paesi avanzati può essere individuata proprio nel modello economico in essi dominante: l'accumulazione di beni influisce sì sul benessere oggettivo ma viene perseguita attraverso modelli sociali distruttivi sul piano delle relazioni umane, sì che alla fine il benessere soggettivo, cioè la percezione di felicità, tende comunque a non crescere.
L'economia avanzata si basa su rapporti di competizione e di scambio, e questo modello si è trasferito anche nelle relazioni interpersonali: i rapporti con gli altri acquisiscono una natura meramente strumentale, e tu entri e stai in relazione con gli altri solo fintanto che ne hai un vantaggio personale. Segue che la qualità delle comunicazioni interpersonali peggiora, gli individui sono meno fiduciosi l'uno dell'altro e meno solidali, cresce il numero delle persone sole e senza amici, e così via.
Questo tipo di economia tende a promuovere l'affermazione dei cosiddetti valori materialisti, quali i soldi e il successo, che si sono diffusi soprattutto tra i giovani e che sono una delle cause scatenanti dell'infelicità contemporanea.
Alcuni studi scientifici dimostrano che gli individui materialisti sono infelici, hanno una salute precaria, relazioni non buone, bassa autostima, bassa vitalità. Altri studi documentano che ogni nuova generazione ha maggiore probabilità della precedente di entrare in depressione: malattia che di fatto è comparsa e si è largamente diffusa negli ultimi decenni, proprio nei paesi dell'economia avanzata.
Questi studi non dimostrano che i soldi fanno male, dimostrano che i soldi contano poco. Quello che conta sono le relazioni, gli affetti, il tempo di cui uno può disporre e la cultura delle persone, cioè la capacità individuale di riconoscere che questi aspetti sono importanti.

Se la felicità dipende più dalle relazioni interpersonali che dal reddito, perché allora, invece di sforzarsi tanto per lavorare e guadagnare di più, non ci sforziamo per coltivare di più le relazioni? Perché la tendenza di oggi è quella di diventare sempre più ricchi e potenti? Perché un sistema come quello dell'economia avanzata - che non aumenta il benessere - tende comunque ad allargarsi?
Le istituzioni formative, cioè le istituzioni che "formano la mente" delle persone, sono il motore principale della diffusione di tali valori a livello individuale e sociale, vedi innanzitutto i mass media. A monte ci sono sempre obiettivi commerciali. Gli spot pubblicitari, per esempio, creano una mente da consumatori materialisti come quella sopra descritta. Al di là della reclame del prodotto in vendita, gli spot inviano messaggi subliminali che ti trasmettono l'idea che la soluzione ad angosce e ansie è comprare qualcosa, quando in realtà dovresti coltivare di più "il tuo tempo, i tuoi amori, la tua vita". La soluzione sarebbe quella di comprare di meno, mentre la pubblicità induce a comprare di più.
Anche la scuola è fabbrica di malessere. Costringere un bambino di sei anni a stare seduto in un banco per cinque ore al giorno significa educare il bambino a un pessimo rapporto con il proprio corpo. Il che, di riflesso, provoca anche un rapporto negativo con l'autorità: i bambini imparano a sottostare a quello che viene loro imposto di fare, e a non discutere con il potere. Non devi studiare quello che interessa a te, ma quello che ti è stato imposto di studiare: il che trasmette indirettamente il messaggio che ciò che è importante viene da "fuori di te", e può anche non avere niente a che fare con i tuoi reali interessi o motivazioni. Così facendo, non solo costruisci un debole rapporto con i tuoi reali bisogni, di cui quindi difficilmente prendi consapevolezza, ma costruisci anche un pessimo rapporto con il tuo tempo: pressione, fretta, programmi intensivi, moltissimi compiti a casa... sono tutti fattori che giocano a dire solo una cosa: tu sei nato per produrre e non per vivere; produzione e benessere sono due aspetti separati e ben distinti.

In effetti è prassi comune associare la "vita buona" al non-lavoro, al tempo libero, considerando per tale via, di fatto, il lavoro come "male"...
Il clima culturale sta cambiando in tutte le scienze, e non solo in economia. Anche l'antropologia e la biologia evolutiva (la scienza che studia come è costituito il codice genetico degli esseri viventi, e perché) mostrano che l'essere umano è essenzialmente un animale cooperativo, e non competitivo. Per contro tutta l'evoluzione dell'organizzazione d'impresa, mutuata dagli USA negli ultimi venticinque anni, va in senso opposto, sviluppando competitività sfrenata: più pressione, più incentivi, più conflitti d'interesse, più stress... sono tutti fattori che caratterizzano molti degli attuali modelli organizzativi. Soprattutto le grandi imprese spendono tantissimi soldi per chiedere consulenze su come organizzare la propria azienda secondo quei modelli organizzativi che di fatto generano più insoddisfazione e quindi meno efficienza.
Tutti gli studi condotti sull'argomento mostrano infatti che la gente meno soddisfatta del proprio lavoro è anche quella meno produttiva, meno collaborativa con i colleghi, compie più errori, si ammala di più, fa più assenze dal lavoro.

Secondo lei il lavoro può essere invece un luogo in cui produrre e consumare relazioni, e quindi produrre felicità? Cosa determina la soddisfazione sul lavoro?
È fondamentale la qualità delle relazioni con i colleghi e con i superiori. Pesa moltissimo la fiducia nella cooperazione così come il grado di autonomia e di controllo che hai, relativamente al lavoro che fai. Se per esempio ti senti un pezzetto di un ingranaggio su cui non hai nessun controllo, allora stai male e sei insoddisfatto. Al contrario, ha notevole influenza positiva il grado di creatività percepita: quanto puoi metterci del tuo nel lavoro? Quanto puoi esprimere te stesso attraverso il lavoro che fai? È questo che fa la differenza.

Lei sta per pubblicare un libro - Manifesto per la felicità - che vuole essere un vero e proprio vademecum su come cambiare l'organizzazione economica e sociale, in pratica, in modo da creare realmente benessere e felicità. È un progetto economico-sociale finalizzato ad accrescere benessere attraverso modifiche in diversi settori della vita sociale.
Ci dà qualche piccola anteprima delle sue proposte a partire, per esempio, proprio dal mondo del lavoro?

Perché un'organizzazione d'impresa possa procurare realmente benessere e soddisfazione sul lavoro occorrono per esempio permessi ai dipendenti che permettano loro di conciliare la vita lavorativa con quella famigliare o con i propri interessi (permessi per studi extra-lavorativi o corsi universitari o altro).
L'organizzazione sul lavoro deve essere impostata in modo da sviluppare di più la cooperazione e di meno la competizione. Questo sia tra colleghi che tra capi e dipendenti: per cui, ad esempio, occorrono rapporti meno gerarchici. I dipendenti devono sentirsi rispettati e valutati con cura e attenzione, devono sentire che il lavoro non soffoca tutto il resto della loro vita.

Quali cambiamenti suggerisce nell'organizzazione scolastica?
Come già sopra accennato, la scuola odierna assolve a un modello di stampo ottocentesco che vuole domare i bambini, insegnando loro a obbedire e ad annoiarsi (reprimendo i loro reali interessi). Questo modello non funziona nemmeno per produrre individui adatti all'attuale mercato del lavoro, perché in una società post-industriale quale è la nostra occorre gente creativa, in grado di risolvere problemi, e non capace semplicemente di obbedire e di annoiarsi.
La scuola deve essere finalizzata a sviluppare autonomia, creatività, spirito critico e cooperazione. Ad esempio invece dei voti individuali, che sviluppano spirito competitivo, meglio voti di gruppo (in relazione a una certa attività svolta insieme ad altre persone): questo insegna a cooperare.
La scuola deve comunicare produzione e benessere come due fattori sinergici e non distinti.

E nel mondo dei mass media?
La pubblicità - soprattutto quella televisiva - fa malissimo, sia agli adulti che ai bambini, ne modifica i valori, e per questo a bambini e ad adolescenti va proibita (come hanno fatto in Svezia). La pubblicità in generale va tassata in forma molto più consistente, in modo da ridurne la frequenza e l'ammontare: noi oggi siamo letteralmente invasi dalla pubblicità.

E in campo politico?
La politica ha bisogno di soldi, e le grandi industrie (come ad esempio le aziende pubblicitarie di cui sopra) sono ottimi finanziatori. La mia proposta è di ridurre le spese in politica, fissando ad esempio un tetto massimo - basso - per le spese elettorali: questo è un modo per rendere la politica meno schiava dei grandi interessi economici.

Nel suo libro tratta anche dell'organizzazione sanitaria...
Per prevenire le malattie occorre innanzitutto prevenire il malessere, che è stato dimostrato essere una delle principali cause di malattia. In questo senso è anche importantissimo l'aspetto relazionale nella cura di un malato. Qual è la qualità della relazione tra medico e paziente? Il paziente deve sentirsi ascoltato, coinvolto nella terapia, chiamato a partecipare: tutto questo ha un'importanza decisiva nel successo terapeutico. La tendenza attuale, invece, è la medicalizzazione del disagio, ovvero quella di considerare il paziente come un passivo ricettore di medicine.

...e dell'organizzazione urbana.
Storicamente la città si è evoluta come un punto di aggregazione, il cui simbolo era la piazza: infatti dalla piazza si dipartivano le varie strade. Oggi non è più così. Lo spazio comune è stato compresso a vantaggio dello spazio privato: tante case, poche piazze. Inoltre lo spazio comune oggi è di cattiva qualità, invaso dal traffico.
Occorre organizzare in modo diverso spazio e trasporti. Le automobili fanno rumore, creano smog e sono fonte di pericolo: possono essere rimpiazzate con un trasporto pubblico di massa, decente, accessibile a tutti, e in particolare ai vecchi e ai bambini - che sono i più penalizzati.

C'è già qualche modello a cui potersi ispirare?
Di sicuro posso citare un modello a cui non ispirarsi: gli Stati Uniti.
Gli studi condotti da me e da altri dimostrano che gli USA sono un esempio estremo di degrado sociale e relazionale, e come tale da non imitare.
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